Voci da un carcere in Palestina

Un’intervista indiretta tra Nayrouz Qarmout, la scrittrice e Amjad Abu Latifa, il prigioniero

Nayoruz Qarmout • 13/5/2020 • Contenuti in copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Global Rights • 199 Viste

Ai popoli che si ribellano per la libertà e la dignità umana e la giustizia sociale, è dedicato questo dialogo con il prigioniero palestinese Amjad Abu Latifa, che ha subito torture e isolamento nei sotterranei delle carceri israeliane e attende che la luce del sole sbuchi da un’unica finestra per ricordargli il suo forte attaccamento al suolo di questo universo.

Scrivo questa intervista mentre guardo dalla mia finestra il sole proiettato su deserti celesti. Vivo come te l’isolamento di parole e idee alla ricerca di una soluzione che ci riunirà il prima possibile, e renderà reale la promessa di libertà.

Qual è la condizione delle carceri dopo lo scoppio del coronavirus in Israele? Si è già registrato qualche caso?

La malattia non ci ha ancora raggiunto. Abbiamo sentito parlare di quattro casi nella prigione di Megiddo, e di prigionieri trasferiti nella prigione di Ramla. Non sappiamo come e se vengono curati, né possiamo confermare che si tratti di coronavirus.

Qual è la condizione di quarantena e trattamento?

Sono stato prigioniero per quasi 17 anni nella prigione di Naqab. Ci sono tra 1800 e 2000 prigionieri ed è considerata una delle più grandi prigioni israeliane. Il coronavirus non ci ha ancora raggiunti. Ma in termini di prevenzione, quello che ha fatto l’autorità carceraria è affiggere a un muro un foglio con 4 linee guida come quelle che abbiamo visto in TV.

Inoltre, sono state messe in atto altre procedure relative alle visite da parte dei familiari. Hanno bloccato il movimento tra carceri e sezioni. Gli avvocati non sono autorizzati a visitarci e tutti i processi sono stati sospesi. Vale a dire, ogni prigioniero deve rimanere nello spazio in cui si trova.

Seguite le misure di prevenzione? Avete strumenti di prevenzione come detergenti e disinfettanti?

Abbiamo chiesto disinfettanti, ma le nostre richieste cadono nel vuoto. Abbiamo chiesto di portarli in mensa in modo da poterli acquistare e metterli sul nostro conto, ma non abbiamo ricevuto risposte. Non c’è stato nessuna pulizia nelle varie sezioni né alcuna disinfezione.

Le celle sono affollate o sono stati presi dei provvedimenti per alleggerire il sovraffollamento?

In termini di sovraffollamento siamo rimasti come eravamo, non siamo stati ridistribuiti, come sapete, siamo innanzitutto isolati dal resto del mondo e dal movimento.

In una grande prigione come quella di Al-Naqab, ci sono 72 prigionieri per sezione, usiamo tutti le stesse strutture: 5 docce, 8 bagni e una cucina.

Vi siete auto-organizzati per proteggervi?

Come auto-iniziativa, abbiamo seguito le linee guida che abbiamo visto in televisione, per esempio, ci hanno portato una scatola piena di pomodori che abbiamo immediatamente travasato in un altro contenitore, gettando la scatola, in caso fosse contaminata.

Avete sentito parlare di infezioni nell’esercito israeliano all’interno delle carceri?

Abbiamo sentito parlare di un soldato in quarantena tornato al lavoro dopo essersi ripreso. E abbiamo anche sentito parlare di un ufficiale che si era ammalato ed è tornato alle sue funzioni. È chiaro che non vogliono lasciare ufficiali o soldati positivi tra noi o prigionieri positivi insieme ad altri, l’interesse è comune.

Parliamo un po’ di te? Quando sei stato condannato e perché? 

Mi chiamo Amjad Abu Latifa del campo di Qalandia, residente a Ramallah. Ho 47 anni. Sono stato condannato a 18 anni e 6 mesi di carcere. Ho scontato 17 anni e 8 mesi. Mi mancano 10 mesi e un paio di giorni per riavere la mia libertà.

Sono un membro del battaglione Shuhada Al-Aqssa, un’ala militare del movimento Al-Fatah. Sono stato arrestato durante la rivolta di Aqsa nel 2001. Fidaa, mia moglie, mi aspetta ancora. Mio figlio e mia figlia, Khalid e Amira, stanno studiando all’università di Beirzit.

Pensi che sia corretto paragonare le condizioni in cui vivono in prigionieri con quelle di auto-isolamento nelle proprie case in cui stanno vivendo dopo lo scoppio del coronavirus milioni di persone?

Lascia che ti faccia un esempio, i nostri genitori ci spediscono sigarette e soldi. Tuttavia, dopo l’esplodere dell’epidemia del coronavirus e le precauzioni per contenere la sua diffusione, abbiamo riscontrato molti problemi. Per esempio non possono più inviare sigarette ai prigionieri e questi si arrabbiano.

Li ho riuniti tutti nel cortile e ho detto loro: ‘Il mondo intero sta vivendo nelle condizioni in cui viviamo noi. Nel mondo c’è tanta gente che soffre e la nostra gente è sottoposta ad assedio e occupazione e vive in condizioni di povertà’. Però credo che non si possa fare un paragone con il carcere. Noi viviamo sotto il costante controllo delle guardie, mentre la gente sta chiusa in casa per proteggersi.

Pensa a Gaza, dove vivi tu. Vivete sotto assedio da molti anni.

Pensi che il mondo cambierà dopo il coronavirus, che mondo sarà?

Dopo il virus penso che molti concetti sui diritti umani e la democrazia crolleranno. Si sveleranno molte verità. Quando qualcuno come il primo ministro britannico parla apertamente di selezione naturale di fronte alla morte di migliaia di persone o la dittatura e il totalitarismo della Cina riesce a superare la crisi attraverso una cultura dell’impegno e rispetto, penso che le grandi potenze crollano come castelli di carta.

Di che cosa hai paura?

Temo che le persone perderanno la loro volontà di cambiamento, il materialismo ha consumato le persone. Molto spesso, quando sento dire che il nostro popolo è il popolo delle rivoluzioni, il popolo dei miracoli, il popolo del cambiamento, penso, perché nessuno si muove a Ramallah?

Perché il materialismo ha consumato le persone. Un sistema di valori è crollato, è come se le persone soffrissero di una sorta di apatia. La loro pelle non sente più le frustrate. Forse il coronavirus sarà il detonatore di una nuova rivoluzione.

Qual è l’appello dei prigionieri al mondo?

Noi non facciamo appello a nessuno, desideriamo solo la sicurezza delle persone e che ognuno possa tornare a vivere. Desideriamo sicurezza per tutta l’umanità. Ho visto una dichiarazione su Palestina TV trasmessa da una prigione, che parlava dei prigionieri e della paura che questo virus trasformasse le carceri in tombe.

L’OMS e Amnesty International hanno chiesto di ridurre il numero di prigionieri nelle sezioni e di rilasciare prigionieri per evitare il diffondersi del virus, ma gli israeliani non ascoltano nessuno. Ai loro occhi siamo assassini e terroristi e le nostre mani sono macchiate di sangue.

Il prigioniero Fouad Al-Shobaki ha più di ottant’anni, la sua situazione è umiliante e ha bisogno di cure speciali. Dovrebbero rilasciarlo immediatamente ma a loro non importa. Abbiamo un prigioniero che ha superato i 78 anni: il cancro gli ha divorato il fegato. Il prigioniero Sami Abu Diak, che aveva il cancro, non è stato rilasciato ed è morto, martire, tra i suoi compagni in carcere. Penso che usciremo a pena scontata.

Parlami della tua routine in carcere. Come passi il tuo tempo? Le persone, fuori, si annoiano in questa quarantena imposta. La gente sta inviando brevi video e la maggior parte è cinica e un po’ disperata.

Leggo molto e spesso, ma ora mi sento un po’ annoiato. La mia anima è consumata. Nelle carceri abbiamo creato le nostre organizzazioni, le nostre vite sono organizzate, siamo una società chiusa e da molti anni in carcere. Come membri del Movimento Fatah, siamo visti come un’organizzazione all’interno della prigione di Naqab e riuniamo un migliaio di prigionieri. Abbiamo comitati, un organo amministrativo e un comitato centrale eletto. Cerchiamo soluzione ai problemi interni e abbiamo leggi in materia di sanzioni. Inoltre, abbiamo un comitato economico che supervisiona la mensa e le questioni finanziarie.

Ci sono persone che rappresentano i detenuti davanti all’amministrazione carceraria. Io sono anche responsabile delle relazioni con altre organizzazioni palestinesi. C’è poi il comitato nazionale composto da Hamas, Fatah, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e altre organizzazioni che prende decisioni in merito ad iniziative contro l’amministrazione carceraria.

Abbiamo anche organismi culturali impegnati ad aumentare il livello di scolarizzazione e consapevolezza tra i detenuti. Sono stato in carceri come Bir Sebi’a, ci sono fino dove c’erano 200 o 300 prigionieri, ma in questa prigione si trova il 40% del totale di prigionieri palestinesi. Dopo tutti questi lunghi anni trascorsi in questa prigione, sì, la mia anima è consumata. Anche se mi mancano solo dieci mesi per uscire da qui, mi sembrano dieci secoli.

Sai? Ero già stato imprigionato a più riprese per cinque anni: la prima volta quando avevo quattordici anni, durante la Rivolta delle pietre, tra il 1988 e il 1994. Ero ancora all’università nel 1991, e ho ottenuto un bachelor e master in sociologia all’università Birzeit. Dal 2000 fino all’invasione del 2002 sono stato ricercato. Ho lavorato nei servizi segreti palestinesi e ho fatto parte di unità speciali con Bashir Nafi’e, il capo dell’intelligence militare, assassinato da al-Qaeda ad Amman.

Quello che voglio dire è che amo la vita: ho vissuto fuori dal carcere tra il 1994 e il 2000. Odiavo dormire la notte, rimanevo sveglio fino a quando mi alzavo per andare alle lezioni all’università alle 8 del mattino. Mi piace godermi la vita, era tempo di pace, mi mancano le onde sul viso delle mie notti al porto di Yafa.

Che messaggio hai per le donne palestinesi?

Sono delle grandi combattenti. Si meritano mille medaglie per i loro sacrifici e impegno. A mia moglie, Fidaa, dico sempre che conosco ben la dura visione della società nei confronti di una donna senza un uomo accanto. La legge non riconosce diritti globali a mogli, madri e sorelle, anche se i fardelli più pesanti sono sulle loro spalle. E’ vero, come prigionieri, abbiamo sacrificato molto e siamo privati della nostra libertà, ma lei, mia moglie Fidaa, ha scelto di sacrificarsi e di stare con me allevando i miei figli mentre io sono costretto a passare questi lunghi anni in prigione.

Che mi dici di Gaza?

Ho molti amici a Gaza, li ho conosciuti all’università, al lavoro e nelle carceri. Ho visitato Gaza tre volte nel 1994. Ora chiedo: “Com’è la situazione nel 2020 sotto l’Autorità di Hamas? Sarai ricompensato in Paradiso senza essere interrogato. Gaza è sovrappopolata, l’inquinamento è terribile, le infrastrutture deboli: mancano quasi tutti gli standard minimi di vita.

Qual è il tuo messaggio ai prigionieri in tutto il mondo?

Non lottiamo per avere qualcosa in cambio. Così come i nostri genitori non ci mettono al mondo aspettandosi da noi riconoscenza.  Siamo capaci di offrire le nostre vite perché sappiamo cosa significhino libertà e dignità umana.  La nostra è la pazienza che apre la strada a una vita migliore per l’umanità.

******

AMJAD ABU LATIFA: Prigioniero politico palestinese. E’ rinchiuso nel carcere di Naqab da 17 anni. Ha subito torture e isolamento nei sotterranei delle carceri israeliane e attende che la luce del sole
sbuchi dall’unica finestra per ricordargli il suo forte attaccamento a questa terra.

NAYROUZ QARMOUT: Scrittrice e giornalista palestinese. Vive a Gaza.

 

Questo testo è  pubblicato nel nuovo numero del magazine internazionale Global Rights.

Il magazine è scaricabile gratuitamente in .pdf dal sito Global Rights

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