A Lampedusa incendiata la memoria dei migranti

Disagio sociale? Paura di non farcela, con alberghi e ristoranti ancora chiusi per l’assenza dei turisti? Rabbia, perché le istituzioni non risolvono i tanti problemi segnalati nel tempo? Oppure azioni di destabilizzazione di matrice politica? Da due mesi a Lampedusa si respira un clima pesante, inedito. Poco meno di seimila abitanti, tanti problemi: i trasporti arerei e via mare che funzionano a singhiozzo, un poliambulatorio non attrezzato per gestire gran parte delle patologie, il dissalatore rattoppato, le promesse sulle moratorie non mantenute.

A inizio aprile, in piena pandemia Covid, la protesta contro i continui sbarchi di migranti di un gruppo di isolani davanti al municipio, è stato solo l’inizio. I due episodi successivi sembrano confermare che la questione migranti sia solo un pretesto. Quattro giorni fa, qualcuno di notte a «impacchettato» la Porta d’Europa con sacchi neri della spazzatura: uno sfregio al monumento diventato simbolo dell’accoglienza per un’isola mai ostile nonostante il suo grido di dolore non sia mai stato preso sul serio dall’Europa e dallo Stato. Due notti fa, l’azione più sconcertante: qualcuno ha dato fuoco ai resti dei barconi di legno, usati per le traversate, accatastati in due aree, in quelli che vengono definiti i «cimiteri del mare».

Le fiamme di colpo hanno illuminato il cielo buio, rompendo quel silenzio quasi spettrale che inquieta gli abitanti che senza il dramma del Covid sarebbero già immersi nella stagione turistica. Gli incendi hanno carbonizzato i resti, una nube nera ha invaso molte zone. La Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta al momento a carico di ignoti, mentre le indagini per risalire ai responsabili sono condotte dai carabinieri. Una situazione esplosiva che il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, ha voluto toccare con mano, recandosi nell’isola. Con lui l’eurodeputato Pietro Bartolo, che per anni è stato a capo del poliambulatorio dell’isola. I roghi sono stati domati soltanto all’alba di ieri; per i 15 pompieri in azione ci sono volte sette ore per avere la meglio sulle altissime fiamme che, fra l’area attigua al campo sportivo e il deposito di Capo Ponente, hanno ridotto in cenere una cinquantina di «carrette del mare».

Nessun dubbio sul fatto che gli incendi siano di natura dolosa. «Metteremo tutto l’impegno possibile per fare luce su questi episodi di intolleranza che non rendono giustizia alla solarità del popolo di Lampedusa e che possono danneggiare seriamente il turismo, fonte di ricchezza dell’isola: Lampedusa non può diventare un luogo di guerriglia urbana», incalza il procuratore aggiunto Salvatore Vella. In mattinata, il ministro Provenzano si è recato nell’hotspot che accoglie i migranti, poi sempre assieme con Pietro Bartolo, si è fermato alla porta d’Europa. Quindi, in due distinti momenti, ha incontrato l’amministrazione comunale e gli imprenditori.

«Sono venuto a Lampedusa – ha detto il ministro – per portare la vicinanza delle istituzioni a una comunità offesa da questi gesti, una comunità che ha tenuto alti in questi anni l’onore e la dignità dell’Italia intera e dell’Europa. Lo Stato non si lascia intimidire da questi gesti, la magistratura assicurerà i colpevoli alla giustizia». Ma, per Provenzano, «lo Stato ha un debito nei confronti di quest’isola». Perché “anche Lampedusa deve ripartire, assicurando collegamenti e condizioni di sicurezza e vivibilità a chi viene da fuori, e a chi ci vive ogni giorno, quest’isola deve tornare a splendere: è un’isola di luce, non di roghi».

Per il sindaco Totò Martello «c’è un disegno preciso che ha lo scopo di alimentare un clima di tensione e soffiare sul fuoco di una situazione già difficile». Di manovre destabilizzanti, parla anche Pietro Bartolo. «È evidente che si tratta di un grave gesto alimentato da qualcuno che ha interesse a destabilizzare il clima politico e di convivenza civile sull’isola».

* Fonte: Alfredo Marsala, il manifesto

ph by Sara Prestianni / Noborder Network / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)



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