Con le ONG aggredite, a rischio i diritti di tutti. Intervista a Marco De Ponte

Intervista a Marco De Ponte di ActionAid Italia, dal 17° Rapporto sui diritti globali – “Cambiare il sistema”

Chiara Muzzi * • 16/6/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 317 Viste

In un quadro mondiale che vede una crescente e progressiva erosione della democrazia, favorita dall’emergere e affermarsi di forze populiste, anche i diritti vengono compromessi e vulnerati. Per Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia, con la «disconnessione» di diritti quali la giustizia sociale, la libertà di espressione e di stampa, l’accesso alle risorse, ai servizi e all’istruzione, i cittadini e le comunità perdono potere a vantaggio delle élites. Se i cittadini perdono voce e protagonismo, capacità di rivendicare diritti e di organizzarsi, il tessuto democratico si restringe ulteriormente. Un circolo vizioso, che si autoriproduce e approfondisce.

Le campagne, non solo in Italia, di aggressione e delegittimazione contro le ONG sono funzionali a quelle dinamiche: «Negli ultimi due anni sono entrate in vigore o sono state messe in cantiere nel mondo almeno 40 leggi che interferiscono con il diritto di associazione e hanno l’obiettivo di ostacolare il lavoro delle organizzazioni della società civile», denuncia De Ponte.

 

Rapporto Diritti Globali: Disuguaglianze crescenti, mancata redistribuzione delle risorse e del potere minacciano i diritti delle persone nel mondo, anche nel 2019. Qual è lo stato di salute della democrazia?

Marco De Ponte: Un quadro preoccupante. Lo testimonia anche il Rapporto 2019 dell’organizzazione indipendente Freedom house. Da 13 anni è in atto una lenta, ma costante erosione della democrazia nel mondo, che non conosce sosta. Negli Stati autoritari, i governi stanno progressivamente cancellando anche le sottili facciate democratiche predisposte negli anni precedenti quando la pressione internazionale per le riforme era maggiore. Movimenti populisti e illiberali dominano la scena nel mondo e non solo in Europa, nutrendosi di un consenso sociale sempre più solido; un consenso che nasce dall’incapacità di proporre politiche eque a chi è rimasto indietro, chi si è sentito abbandonato, assistendo alla propria “sconfitta” sociale e sentendosi sempre più distante dalla politica, dalle élites o individuando in falsi nemici (la “casta”, gli immigrati) tutta la responsabilità.

Stiamo assistendo a una vera e propria “disconnessione” dei diritti: la giustizia sociale, la libertà di espressione e di stampa, l’accesso alle risorse, ai servizi e all’istruzione sono messi in discussione ovunque e continuamente. Il dibattito pubblico si fa asfittico, la voce dei cittadini affievolita (o rinfocolata solo dai linguaggi dell’odio) e le comunità si indeboliscono, perdendo potere a vantaggio delle élites. La crisi che stanno attraversando molte democrazie nasce e si traduce in un restringimento dello spazio pubblico. Da una parte infatti, un numero sempre minore di persone libere di esprimersi, consapevoli dei propri diritti, organizzate per rivendicarli, impoverisce il tessuto democratico e lo espone a torsioni populiste e autoritarie, dall’altra queste pulsioni si fanno portatrici di misure draconiane per restringere progressivamente lo spazio d’azione della società civile.

Un’organizzazione internazionale come la nostra assiste anche in altri Paesi agli stessi meccanismi che caratterizzano l’evoluzione sociale in Italia: una politica poco incline all’ascolto che alimenta una cultura della diffidenza verso la solidarietà, restringendo l’accesso reale ai diritti di gruppi o persone individuati di volta in volta come “pericolosi” perché diversi. Dalle intimidazioni, alle campagne denigratorie e di diffamazione a mezzo stampa, all’imposizione di condizioni sempre più vessatorie per la rendicontazione dei finanziamenti, fino ai casi estremi dell’arresto… sono molteplici gli strumenti per restringere gli spazi di agibilità politica in molti luoghi.

Un esempio: il 30 novembre del 2018 ActionAid è stata costretta a interrompere le proprie attività in Pakistan, insieme ad altre organizzazioni non governative internazionali. Il governo locale ha respinto tutte le richieste di registrazione, fatte in base ad una nuova normativa. Fino a quel momento, a partire dal 2007, ActionAid in Pakistan aveva sostenuto più di un milione e 400 mila persone.

Negli ultimi due anni sono entrate in vigore o sono state messe in cantiere nel mondo almeno 40 leggi che interferiscono con il diritto di associazione e hanno l’obiettivo di ostacolare il lavoro delle organizzazioni della società civile. Dall’Egitto alla Cina, dalla Bielorussia all’Arabia Saudita, in ogni continente si sono registrati casi di inasprimento delle leggi che hanno minacciato l’attività delle ONG. In Europa, spicca il caso dell’Ungheria, dove il governo di Viktor Orbán ha approvato una serie di leggi per controllare e arginare l’attività delle organizzazioni che si occupano di diritti umani, in particolare dei migranti.

In Italia assistiamo a un clima politico e culturale che si oppone con forza ai valori che ispirano l’azione degli attori civici, che è stato autorevolmente sintetizzato nella formula della stagione del rancore e della nostalgia. È sempre più evidente che siamo di fronte a una società politica nella quale le organizzazioni civiche non potranno fare più affidamento su quelle reti di collaborazione, da parte delle forze politiche, che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese. Ed a quel punto viceversa, con grave detrimento per la qualità della democrazia.

Il Decreto sicurezza bis, approvato nell’estate del 2019, ha certamente rappresentato il punto più alto di un clima di intolleranza e ostilità nei confronti delle organizzazioni umanitarie che si impegnano nelle acque del Mediterraneo per la ricerca e il salvataggio delle vite umane. E oltre a manifestare incompatibilità con Costituzione e diritto internazionale, si è così manifestata una scarsa comprensione, se non un fastidio, verso la democrazia stessa e gli elementi che la rendono funzionante oltre le apparenze.

 

RDG: Come reagire di fronte alla crescente ostilità nei confronti della società civile organizzata e al restringimento degli spazi di agibilità politica?

MDP: Non possiamo restare spettatori di un clima di demonizzazione del nostro lavoro. Serve un salto di qualità nella nostra reazione, che non deve ridursi ad una difesa d’ufficio o a un’azione solitaria. Bisogna costruire delle reti solide, unire voci e competenze. È una sfida da giocare certamente nell’agorà nazionale, senza timore di intervenire con una propria visione e con un ingaggio diretto, ma non dobbiamo trascurare la dimensione locale. Anzi, di fronte alla prospettiva di uno spazio politico nazionale sempre più ristretto, dominato da una logica anche mediatica di scontro frontale che non lascia spazio alla profondità e all’analisi dei temi, agire sul livello territoriale, irrobustendo la collaborazione con quei settori dell’Amministrazione pubblica e con chi si impegna nelle forze politiche, può dimostrarsi una scelta giusta.

È sul territorio che le decisioni prese nelle aule parlamentari diventano realtà e le conseguenze si scaricano sulla vita delle persone e delle comunità, dei tessuti sociali ed economici delle città. Spesso sono proprio gli amministratori locali, di qualunque colore politico, a dover affrontare per primi e risolvere problemi che scaturiscono dalle scelte politiche nazionali, a dover interpretare leggi e regolamenti da applicare nella quotidianità.

Basti pensare al primo Decreto sicurezza, che subito dopo la sua approvazione ha messo le Amministrazioni locali di fronte a scelte complesse da compiere con la necessità di interpretare norme controverse. In particolare, per quel che riguarda le nuove norme sull’iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo previste dalla legge, nei giorni successivi alla sua approvazione, si è creato un vero e proprio caos interpretativo, che ricadeva sulle spalle dei sindaci e degli amministratori locali. Alla prima lettura è prevalsa l’idea che ai richiedenti asilo fosse preclusa la possibilità di effettuare l’iscrizione all’anagrafe. In un secondo momento, sono intervenute diverse ordinanze di tribunali, secondo le quali invece il diritto all’iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo è tuttora vigente ed esigibile. I primi cittadini si sono trovati a dover scegliere. In molti hanno deciso di garantire il diritto comunque, rendendo possibile ottenere così il rilascio del certificato di residenza e della carta d’identità, indispensabili per beneficiare di servizi pubblici come l’asilo, la formazione professionale, l’accesso all’edilizia pubblica, la concessione di eventuali sussidi o l’iscrizione a un centro per l’impiego.

ActionAid si è mossa da subito al fianco dei sindaci, e insieme ai primi cittadini di Palermo, Siracusa e Crema, con l’ASGI abbiamo promosso un appello ad amministratori e società civile per garantire l’iscrizione all’anagrafe ed assicurare così i diritti dei richiedenti asilo.

Laddove lo spazio nazionale si restringe e limita l’azione della società civile, creare alleanze con i territori può essere lo strumento per rompere il silenzio e promuovere i diritti di tutti.

Chi vuole intervenire per aiutare i più deboli, combattere le disuguaglianze, non può che partire da lì, dal livello locale, che siano grandi centri urbani o piccoli Comuni, perché sono gli avamposti dei servizi e dei diritti. Lo facciamo anche con il nostro lavoro di monitoraggio, uno strumento prezioso per verificare l’azione del governo, anche locale. Il Rapporto sui fondi nazionali antiviolenza di ActionAid, ad esempio, punta a verificare che le somme stanziate dal governo nazionale raggiungano, attraverso i passaggi tra Regioni e Comuni, i centri antiviolenza e le case rifugio, per garantire i servizi fondamentali per le donne fuoriuscite da percorsi di violenza.

In parallelo al rapporto con le istituzioni locali, bisogna continuare a chiedere alla politica un cambio di passo radicale, riconnettere le persone tra loro rafforzando la capacità di mobilitare e organizzare le comunità sui territori. Gli attori civici sono chiamati a promuovere e organizzare mobilitazione, continuando a disegnare proposte alternative e radicali che diano risposte concrete ai più deboli, a quanti sono stati messi gli uni contro gli altri. È quanto bisogna con forza e pazienza, continuare a fare.

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Marco De Ponte: dal 2001, è Segretario Generale di ActionAid Italia. Per otto anni direttore per l’Europa, è attualmente responsabile della Federazione internazionale per la crescita in nuovi Paesi. Classe 1970, dopo la laurea in Relazioni Internazionali nel 1995 a Padova, ha conseguito il Master in Understanding and securing human rights a Londra. Ha collaborato successivamente con diverse università italiane e per la European Human Rights Foundation a Bruxelles. Autore di varie pubblicazioni sugli strumenti giuridici e paragiuridici utilizzati nelle fasi di riconciliazione nazionale al termine di fasi di conflitto armati, nel 1999 ha lavorato nei Balcani ed in Albania per conto di Intersos. Impegnato sin da giovanissimo con Amnesty International, ne è stato per sei anni il Vicepresidente in Italia, partecipando per otto anni all’International Council, e ha lavorato per due anni come campaigner sull’Etiopia al Segretariato Internazionale dell’organizzazione a Londra. È attualmente componente della direzione nazionale di CittadinanzAttiva e parte del Comitato Scientifico della Fondazione Campagna Amica. Nel 2011 è stato tra vincitore del Premio Eccellenza di ManagerItalia.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

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