Coronavirus, aumento dei decessi. Fondazione Gimbe: «Pubblicare i dati regionali»

Contagi in aumento in 10 regioni e indicatori di rischio poco trasparenti. Gli scienziati non sanno ancora se i minori contraggono più raramente il virus, un’informazione importante per la riapertura delle scuole

Andrea Capocci * • 19/6/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 257 Viste

Sessantasei decessi per Covid-19 e 333 casi positivi in più: è il bilancio della giornata di ieri, dopo la quale le vittime in totale sono 34514 e i casi segnalati dall’inizio dell’epidemia 238159. Le persone attualmente positive in Italia sono 23101, di cui solo 168 (lo 0,7%) in terapia intensiva. Rispetto al giorno prima sono aumentati i decessi – erano stati 43 – e i ricoveri in terapia intensiva, risaliti di 5 unità dopo due mesi di discesa. Ma si tratta di oscillazioni poco rilevanti se non saranno confermate nei prossimi giorni. A livello regionale domina ancora la Lombardia con circa i due terzi dei nuovi casi e oltre la metà dei decessi (36). Emilia-Romagna e Piemonte notificano entrambe una trentina di nuovi casi.

Per quanto riguarda i nuovi contagi, un report della Fondazione Gimbe pubblicato ieri sottolinea il piccolo ma significativo aumento su base settimanale. «Relativamente ai casi totali, si rileva un lieve incremento percentuale rispetto alla settimana precedente» spiega il presidente Nino Cartabellotta. Nella settimana dall’11 al 17 giugno «si registra un incremento di 2.294 nuovi casi, rispetto ai 1.927 della settimana precedente. 10 regioni hanno un incremento complessivo di 461 casi di cui 384 (83%) in Lombardia». A fianco all’aumento complessivo, tuttavia, va segnalato che i casi più gravi e i decessi continuano a diminuire, salvo oscillazioni come quella di ieri. Su base settimanale sono diminuiti sia i pazienti ospedalizzati (-27,9%) che il sottoinsieme dei malati che necessitano di terapia intensiva (-34,5%).

Un rimbalzo era previsto dagli esperti del Comitato Tecnico Scientifico, che anzi se lo aspettavano già entro la fine di maggio in conseguenza delle riaperture. Dunque non si può parlare di «seconda ondata». Quello che preoccupa maggiormente gli analisti della fondazione è la scarsa trasparenza sugli indicatori utilizzati per valutare settimanalmente il livello di rischio delle regioni. «Nessuno dei 12 indicatori di processo (6 relativi alla capacità di monitoraggio, 6 a quella di accertamento diagnostico, indagine e di gestione dei contatti) è pubblicamente disponibile per cittadini e ricercatori» afferma Cartabellotta. «Dei 9 indicatori di esito solo 3 vengono pubblicati». Impossibile, ad esempio, conoscere i tempi di attesa per i tamponi o la capacità di tracciare i contatti, i veri strumenti di prevenzione dei nuovi focolai. «La Fondazione Gimbe», conclude il report, «invita le Regioni a trasmettere tutti i dati richiesti e chiede al Ministero della Salute di renderli pubblici, sia in formato “open” per i ricercatori, sia in un formato di facile comprensione per i cittadini».

Continua a rimanere un mistero anche il rischio di infezione nei più giovani, un’informazione decisiva per valutare se e come riaprire scuole e centri estivi. Gli scienziati devono ancora stabilire se i minori contraggono meno il virus o semplicemente sviluppano più raramente i sintomi. Secondo uno studio realizzato nella città cinese di Guangzhou su 195 nuclei familiari e pubblicato ieri sulla rivista “Lancet Infectious Disease” sotto i 20 anni di età la probabilità di contrarre il virus è pari a un quarto di quella degli ultrasessantenni. Simili le conclusioni preliminari di uno studio tedesco commissionato dal Baden-Württenberg, il land più colpito dal virus dopo la Baviera. Su 2500 nuclei monitorati, solo 19 bambini e 45 adulti sono risultati positivi ai test sierologici. Numeri non proprio solidissimi, ma sufficienti per far riaprire asili e scuole elementari nel land. Va in senso opposto una ricerca realizzata dall’ospedale San Joan de Deu di Barcellona (Spagna) su 411 famiglie: lì il tasso di infezione tra adulti e minori è risultato sostanzialmente identico. Anche in questo caso si tratta di risultati preliminari.

Ci sono maggiori certezze, invece, sul fatto che il coronavirus circolasse in Italia ben prima dello scoppio del focolaio di Codogno. Uno studio dell’Iss ha rianalizzato campioni di acque reflue risalenti agli ultimi mesi del 2019 rivelando che a Milano e Torino il virus era già presente il 18 dicembre. “ll ritrovamento del virus non implica automaticamente che le catene di trasmissione principali che hanno portato poi allo sviluppo dell’epidemia nel nostro paese si siano originate proprio da questi primi casi”, secondo Luca Lucentini, direttore del Reparto Qualità dell’Acqua e Salute. Ma dimostra l’importanza del monitoraggio sul territorio in chiave anti-pandemica.

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

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