Francia, ecologia «en marche». Referendum per la svolta verde

PARIGI. Svolta verde nelle grandi città francesi in occasione delle elezioni municipali. Ma i Verdi, che pensano ormai che «l’alternanza si costruisce attorno all’ecologia», non entreranno nel nuovo governo che Macron dovrebbe annunciare a giorni, perché il presidente «non è abbastanza ecologico, non è abbastanza sociale».

Il secondo turno, domenica, ha confermato i sondaggi, con vittorie simboliche: Lione, Bordeaux, Strasburgo, ma anche Annecy e Tours avranno un sindaco di Europa Ecologia, a Parigi stravince Anne Hidalgo che ha insistito sull’impegno ecologico. A Marsiglia, c’è confusione: la candidata del Printemps Marseillais, coalizione dei partiti di sinistra e di collettivi cittadini, è in testa, ma la destra locale, molto clientelare, darà battaglia.

C’è un’ombra però sul successo verde: la forte astensione al 59%. Un record storico, che non si spiega solo con la paura del Covid. Uno «sciopero civile», «un’insurrezione fredda» secondo Jean-Luc Mélenchon.

Macron risponde con i referendum

Con le spalle al muro in seguito al naufragio dei candidati della République en Marche (Lrem), ieri Emmanuel Macron ha ricevuto i 150 cittadini della Convenzione per il clima. Per rispondere alle 149 proposte votate dalla Convenzione, il presidente francese accetta l’idea di ricorrere al referendum: ce ne potrebbero essere due, nel 2021, uno per modificare l’articolo 1 della Costituzione e introdurre riferimenti alla biodiversità, all’ambiente, alla lotta contro il riscaldamento climatico, il secondo sulla base dell’articolo 11, su uno o più testi di legge.

Macron ha espresso dubbi su tre proposte: abbassare da 130 a 110 km l’ora il limite di velocità sull’autostrade (è già stato scottato dal passaggio da 90 a 80 km sulle dipartimentali, all’origine della rivolta dei gilet gialli, con l’aumento della benzina), la tassa aggiuntiva del 4% sui dividendi, e la modifica del Preambolo della Costituzione, dove la Convenzione avrebbe voluto inserire il reato di “ecocidio”.

Sulle altre proposte la strada sembra aperta, per la svolta nei trasporti, nelle abitazioni, nell’alimentazione, nel consumo e nella produzione (dalla limitazione dei centri commerciali al rinnovamento delle abitazioni, alla riduzione dei voli, mentre la ratifica del Ceta avverrà solo se l’intesa Ue-Canada non rispetta l’Accordo di Parigi sul clima). Intanto ha promesso un finanziamento di 15 miliardi per la svolta ecologica. Anche se la Convenzione cittadina non si è occupata del nucleare, stanotte il presidente ha chiuso il secondo e ultimo reattore di Fessenheim, la più vecchia centrale francese. Seguiranno 20 anni di lavori per lo smantellamento.

L’onda verde e gli equilibri a sinistra

Europa Ecologia (Eelv) conquista una serie di città importanti. A Lione è eletto sindaco il verde Grégory Doucet ed è sconfitta l’eredità dell’uomo forte degli ultimi vent’anni, Gérard Collomb, ex socialista passato a Macron, che aveva trasformato la città. A Bordeaux, città di destra dal dopoguerra, vince Pierre Hurmic, verde alleato di Ps e Pcf. Nella maggior parte dei casi, la vittoria di Europa Ecologia è dovuta ad alleanze a sinistra, come a Besançon o Tours. Ma in altri casi i Verdi hanno vinto contro una lista Ps, come a Strasburgo (dove c’era anche Lrem) o a Poitiers, dove i socialisti controllavano la città da 43 anni.

A Lille, la socialista Martine Aubry (con il Pcf) ha vinto per soli 227 voti, contro una lista Eelv. Anche a Digione il Ps vince senza accordo con i Verdi. «Il paesaggio si ricompone attorno all’ecologia», afferma il parlamentare europeo Yannick Jadot, che già pensa alle presidenziali del 2022. Nel 2017, Jadot aveva rinunciato alla candidatura alle presidenziali, per appoggiare il socialista Benoît Hamon. Nel 2022, il Ps accetterà di rinunciare per mettersi dietro a Eelv? «Diventiamo il voto rifugio per gli elettori delusi di Macron, ma anche per l’elettorato di sinistra che vede che la narrazione social-democratica classica è obsoleta» analizza l’ex segretario verde, David Cormand.

Resta anche il nodo France Insoumise (Lfi), che nel 2022 non sembra voler rinunciare al proprio candidato. A Marsiglia, i malumori di una parte di Lfi hanno limitato il risultato della verde Michèle Rubirola, che è arrivata in testa con il 39,9%: la delfina del vecchio sindaco Jean-Claude Gaudin, rimasto al potere per 24 anni, Martine Vassal, continua a sperare di essere eletta, malgrado lo score del 29,8%, grazie ad accordi con dei consiglieri eletti (a Marsiglia il voto è per settori e il sindaco eletto dai consiglieri, come a Parigi). Lfi è rimasta ai margini delle municipali, quasi assente.

Il Ps tiene: vince a Nantes, Rennes, Clermont-Ferrand, Le Mans, Brest, Angers, Montpellier, Chambéry, conquista Nancy. I socialisti strappano Saint-Denis al Pcf, che perde nella banlieue parigina anche Aubervilliers, Champigny, Choisy-le-Roi, anche se conquista Bobigny, Noisy-le-Sec, Villejuif e Corbeil-Essonne. Il Pcf esce indebolito dalle municipali, perde Arles e simbolicamente Saint-Pierre-des-Corps, vicino a Tours, primo comune comunista di Francia nel 1920.

La destra tra alleanze e delusioni

Il naufragio generalizzato di Lrem, partito nuovo senza radici, è dovuto anche alle alleanze non capite con la destra dei Républicains (Lr), in una settantina di casi. La sola consolazione è il successo del primo ministro, Edouard Philippe, a Le Havre (e altri 5 ministri eletti al primo turno in cittadine). Su Parigi Lrem aveva messo tutte le speranze e ha incassato una sconfitta simbolica, con la candidata Angès Buzyn che non è stata neppure eletta consigliera. Il recupero di Lr, che controlla la metà delle città con più di 9mila abitanti, è oscurato dalle perdite di Bordeaux e Marsiglia. Pochi successi per il Rassemblement national che però conquista Perpignan, città di più di 100mila abitanti.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto



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