Geopolitica e diritti umani. L’Italia nella cordata di Erdogan e Al Sisi

Dalla “cabina di regia” in Libia, promessa più volte dagli americani, l’Italia è passata a far parte della filiera bellica e strategica di dittatori e autocrati come Al Sisi ed Erdogan. Loro possono pagarci e ricattarci quando vogliono

Alberto Negri * • 19/6/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 475 Viste

Dalla “cabina di regia” in Libia, promessa più volte dagli americani, l’Italia è passata a far parte della filiera bellica e strategica di dittatori e autocrati come Al Sisi ed Erdogan. Loro possono pagarci e ricattarci quando vogliono.

I diritti umani, la vicenda di Giulio Regeni, la repressione dei curdi, il destino di ogni esponente democratico in carcere sia in Turchia che in Egitto, ce li siamo giocati in cambio delle forniture di navi da guerra al Cairo mentre la Turchia decide quando vuole pure l’agenda del nostro ministro degli Esteri. Di Maio doveva essere ricevuto mercoledì ad Ankara poi i turchi hanno deciso di rinviare l’appuntamento e andare a Tripoli per aprire due basi militari in Libia.

Come in Siria, la Turchia si gioca la partita libica con la Russia e forse, nonostante i contrasti, finirà per trovare un accordo con Mosca. Erdogan controlla le due rotte dei migranti, a est nell’Egeo e a sud in Libia: ci tiene in scacco insieme all’Europa, che già lo paga per tenere chiusa la via balcanica dell’immigrazione. Da come vanno le cose finiremo per fargli fare lo stesso lavoro sporco in Libia, visto che controlla milizie e jihadisti.

Le commesse di Fincantieri con l’Egitto, accompagnate da forniture belliche future per 10 miliardi, intanto ci fanno schierare nel Mediterraneo con il Cairo. Giampiero Massolo, presidente di Fincantieri e dell’Ispi, ex segretario generale della Farnesina, ex direttore del Dis, spostando l’asse verso l’Egitto, dove l’Eni ha il mega-giacimento di gas di Zhor, prova a fare più politica estera dei nostri governanti nell’era post-covid 19.

A Paesi come Egitto e Turchia vendiamo armi, anche in contrasto con nostri interessi geopolitici e in violazione delle leggi italiane, sperando che turchi ed egiziani, per altro nemici tra loro in Libia, non ci trattino troppo male quando decideranno la spartizione delle risorse energetiche nel Mediterraneo, dalle coste libiche a quelle dell’Egeo, rivendicate dalla Turchia con l’accordo fatto firmare da Erdogan a Sarraj.

Di tutto questo e di Giulio Regeni ha parlato questa notte il nostro premier Conte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dello studente italiano torturato e ucciso dai poliziotti di Al Sisi nel 2016. E’ avvenuto con il favore delle tenebre, a giornali chiusi, e nella speranza che la questione venga assorbita dal Consiglio europeo odierno e dagli stati generali dell’economia. E’ sintomatico delle nostre contraddizioni che il presidente della commissione Erasmo Palazzotto, prima giudicato come un “terrorista” dai turchi perché amico dei curdi, oggi sia visto dai media di Ankara come un “eroe” che tenta di bloccare la fornitura delle fregate italiane all’Egitto.

In realtà è chiaro come il sole che Al Sisi un processo ai responsabili non lo vuole e non può neppure farlo perché si tratta di risalire ai capi dei servizi tra cui c’era anche uno dei suo figli.

Dell’indirizzo dei suoi assassini, come chiesto da Roma, non sapremmo che farcene.

Del resto il clima nel nostro Paese favorisce non la giustizia ma l’occultamento. La verità è che nel Mediterraneo siamo passati dalla cabina di regia al gabbiotto del portiere di condominio.
In Libia gli Stati uniti hanno scelto Ankara non l’Italia. Dovevamo aspettarcelo visto che gli Usa, ritirandosi dal Rojava nell’ottobre scorso, avevano dato via libera al massacro dei curdi siriani da parte di Ankara e oggi non muovono un dito per fermare Erdogan in Iraq. E pensare che i curdi del Rojava erano i migliori alleati degli Usa contro l’Isis. Erdogan vuole che siano dichiarati tutti “terroristi” e minaccia di bloccare i piani Nato nell’Est Europa.

In Turchia abbiamo aperto la porta a Erdogan che adesso si prende la base aerea di Al Watiya, di cui forse ne darà un pezzo agli americani, e quella navale di Misurata, dove teniamo 300 soldati a guardia di un ospedale da campo. Più che registi siamo comparse.

Comandiamo la missione navale europea Irini per controllare l’embargo di armi ed ecco cosa succede. Giorni fa una nave greca ha avuto l’ordine di bloccare un mercantile turco e ha fatto decollare un elicottero ma è intervenuta una fregata di Ankara minacciando di abbatterlo. Con la missione Irini, non solo noi ma l’intera Europa si sta coprendo di ridicolo. Ecco perché Al Sisi le fregate Fremm di Fincantieri le vuole subito: per contenere la Turchia.

Gli unici che ci invidiano al momento sono i francesi che dopo avere abbattuto Gheddafi con inglesi e americani nel 2011 hanno sostenuto il declinante generale Haftar, amico di Russia, Egitto, Emirati e sauditi. Secondo il quotidiano La Tribune, Macron, sollevando con Al Sisi la questione dei diritti umani, si è giocato le commesse belliche. Una bella soddisfazione per noi: abbiamo perso la Libia ma a fare i “bravi ragazzi” ci si guadagna sempre qualcosa.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto

 

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