La crisi sociale esplode in Libano, molotov sulla Banca Centrale

La crisi sociale esplode in Libano, molotov sulla Banca Centrale

BEIRUT. Ancora violenze in Libano. Tripoli, Saida, Tiro, Baalbak, Jiyyeh, Nabatieh sono solo alcune delle città oltre a Beirut dove la rabbia è esplosa giovedì notte. Copertoni bruciati, strade bloccate, ma soprattutto sono state prese di mira banche e atm, come avviene ormai da mesi.

A Tripoli sono state lanciate molotov contro gli uffici della Banca centrale libanese. A Beirut nuovi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, che hanno usato lacrimogeni per disperdere la folla.

MIGLIAIA I LIBANESI in strada per protestare contro l’ennesimo aumento del cambio lira libanese-dollaro, che ha superato quota 6mila a uno. In Libano il dollaro è moneta ufficiale ed è fondamentale per gli scambi con l’estero. A 1507,5 lire corrisponde un dollaro, tasso fisso.

Da ottobre comincia a scarseggiare sul mercato, per via della crisi economica che devasta il paese, le banche ne rilasciano sempre meno e ciò causa il graduale e continuo aumento negli innumerevoli bureau de change, nonostante ufficialmente il tasso di cambio rimanga invariato.

IL PAESE ATTRAVERSA la più profonda crisi economica della sua storia e conta a oggi centinaia di attività fallite. Le proteste iniziano il 17 ottobre 2019 quando migliaia di manifestanti apartitici si riversano in strada ovunque. Le richieste sono la rimozione in blocco della classe politica in carica da decenni, corrotta e nepotista, la formazione di un governo tecnico e la riforma della legge elettorale.

Tutte disattese. Solo il premier Hariri si dimette. Viene sostituito da Hasan Diab e quello nuovo è un governo posticcio, che non intacca le logiche di potere precedenti.

A gennaio la svolta violenta della protesta. Il 9 marzo il governo dichiara per la prima volta nella storia libanese bancarotta.

Contemporaneamente, causa Covid, impone un lockdown ancora in vigore, chiude l’aeroporto Rafiq Hariri – che dovrebbe riaprire il primo luglio -, unico ponte con l’estero, provocando l’ennesima battuta d’arresto dell’economia.

IL LIBANO IMPORTA la maggior parte dei beni di consumo e delle materie prime. All’aumento del dollaro è conseguita l’impennata dei prezzi di ogni tipo di bene, dall’elettricità al pane, e una fortissima svalutazione di fatto della lira. Nell’ultimo anno la percentuale di libanesi sotto la soglia di povertà è fortemente salita.

Emblematico lo slogan delle proteste di fine maggio in piena emergenza sanitaria: meglio morire di Covid che di fame. Banca mondiale e Human Rights Watch hanno stimato qualche settimana fa che entro la fine dell’anno metà della popolazione farà i conti con una forte crisi alimentare.

Il 17 giugno verrà rafforzato il Caesar Act, il piano con il quale gli Stati uniti penalizzano chiunque faccia affari con la Siria di Bashar al-Assad. Un’altra stoccata a Hezbollah, le cui milizie combattono in Siria con il governo, e un problema ulteriore per il Libano che compra energia elettrica e ha diversi legami commerciali con il paese confinante.

Ieri mattina il governo dopo una seduta straordinaria ha annunciato che da lunedì la Banca del Libano immetterà dollari nel mercato in modo da avere un graduale abbassamento del cambio, fino alla stabilizzazione a 3.200 lire per dollaro, come ha annunciato Nabil Berri, terza carica dello Stato.

Il governatore della BDL Salameh non ha detto però a quanto ammonterà la liquidità. Nonostante le rassicurazioni di governo e classe politica, che perde giorno dopo giorno prestigio e credibilità, ieri in serata i manifestanti sono di nuovo scesi in piazza in tutto il paese.

LA PROTESTA non si ferma. E comincia a polarizzarsi. Se nei mesi precedenti la classe politica era stata attaccata tutta e indistintamente, ora parte dei manifestanti si scaglia apertamente contro Hezbollah, accusato di mancato rispetto della risoluzione Onu 1559 del 2004 che sanciva il disarmo assoluto di tutti gli attori politici libanesi e di tenere il paese in scacco. Prima volta di una posizione così netta da parte dei manifestanti, nonostante ci fossero già stati scontri dall’inizio della rivolta con il gruppo sciita.

Il Libano è in ginocchio. La situazione è ormai incandescente e può sfuggire di mano in qualsiasi momento.

* Fonte: Pasquale Porciello, il manifesto



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