Nella polveriera libica Al-Sisi minaccia di invadere, mentre Erdogan abbozza

Solo due settimane fa il presidente egiziano al-Sisi aveva vestito i panni del “pacifista” quando aveva avanzato la sua proposta di pace per la crisi libica. L’annuncio aveva trovato ampio consenso nella comunità internazionale che aveva subito applaudito gli sforzi diplomatici dell’Egitto.

A dire no erano stati solo il Governo di Accordo nazionale (Gna) di Tripoli e soprattutto i suoi alleati turchi, fondamentali nei successi bellici in Tripolitania. Il rifiuto del governo di al-Sarraj era del resto prevedibile: la partita militare è ormai in suo pugno e fermarsi ora, senza aver preso la città strategica di Sirte e l’importante base aerea di al-Jufra, è una vittoria monca.

DI FRONTE alla determinazione tripolina di continuare a combattere, sabato scorso il presidente egiziano ha quindi tolto la maschera da “mediatore” e ha usato parole di tutt’altro tenore verso i rivali del suo protetto, il generale Haftar dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl). Sirte e al-Jufra – ha minacciato – sono la «linea rossa che Tripoli non deve superare», ricordando agli avversari che i suoi soldati sono «pronti a qualsiasi missione» sia all’interno che fuori l’Egitto.

Ovviamente, ha rassicurato, gli egiziani non sarebbero «invasori» qualora penetrassero nel paese confinante perché desiderano solo «una Libia stabile, sicura e sviluppata». Un concetto strano di sovranità nazionale, ma dopotutto coerente con chi è diventato leader con un colpo di stato.

Come era prevedibile, le sue dichiarazioni hanno esacerbato gli animi portando il Gna a rispondere con toni aspri: «Questa è una interferenza diretta e una dichiarazione di guerra». Un atteggiamento più conciliante l’hanno avuto i turchi: il portavoce alla presidenza Kalin ha fatto sapere di comprendere le «legittime preoccupazione di sicurezza egiziane».

AD ANKARA, dopotutto, non conviene una escalation, impegnata come è a concretizzare i suoi successi militari in campo economico e politico.

«Forte preoccupazione» è stata invece espressa dall’Unione europea che ha ribadito come l’unica via percorribile in Libia sia la soluzione negoziata del processo di Berlino sponsorizzato dall’Onu. Il ministro degli Esteri italianoDi Maio è tornato sul dossier libico ieri durante la conferenza stampa tenuta a Villa Madama con il suo pari tedesco Maas: «L’Italia – ha detto – difenderà la Libia da qualunque tentativo di partizione», precisando poi come l’Egitto resti «un attore chiave» nel dossier libico.

ROMA INVITA alla «moderazione» così come gli Stati uniti, sempre più decisi a giocare un ruolo attivo in Libia dopo le condanne alle ingerenze russe delle scorse settimane. Ieri alti funzionari del Pentagono e del Dipartimento di Stato Usa hanno avuto a Zuara (località costiera a ovest di Tripoli) una riunione a porte chiuse con i vertici del Gna per discutere degli ultimi sviluppi di Sirte.

Il comandante del Comando militare Usa in Africa (Africom) presente a Zuara si sarebbe poi recato a Bengasi per incontrare Haftar. L’intensa giornata diplomatica statunitense sarebbe stata poi riassunta in un comunicato rilasciato nel pomeriggio in cui si ribadisce la necessità del cessate il fuoco e il ritorno ai negoziati.

«L’attuale violenza – si legge nella nota – alimenta la potenziale rinascita dello Stato islamico e di Al Qaeda in Libia, divide ulteriormente il paese a beneficio di attori stranieri e prolunga le sofferenze umane».

SUL TERRENO, intanto, si respira una calma apparente a Sirte. Secondo alcune fonti raggiunte da Agenzia Nova, non è escluso che nei prossimi giorni possa essere raggiunto un accordo senza spargimento di sangue per consegnare Sirte alle forze di Tripoli, lasciando la base di al-Jufra ad Haftar come «garanzia» per evitare un’avanzata verso Bengasi e il terminal petrolifero di Ras Lanuf.

* Fonte: Roberto Prinzi, il manifesto

 

ph by Magharebia / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)



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