Russia, avvelenato l’Artico: una discarica chimica sul disastro ecologico

A Norylsk, nel Nord della Russia, continua lo scempio della natura. Domenica pomeriggio Vasily Ryabinin, ex dipendente di Norilsk Rosprirodnadzor, un gruppo di attivisti di Greenpeace, l’avvocato Ruslan Abdullaev e dei giornalisti di Novaya Gazeta si sono recati per fare dei controlli sul luogo dove un mese fa erano state versate nel lago Paysino 21 mila tonnellate di carburante (una tragedia definita dagli esperti «il più grave disastro ambientale di sempre nell’Artico») e hanno scoperto che l’holding dell’oligarca Vladimir Potanin continua a versare acque reflue e di scarico nei corsi d’acqua della zona. La delegazione di attivisti e osservatori, dopo che il giorno prima dopo all’atterraggio in città avevano subìto un tentativo di intimidazione da parte della polizia locale che li aveva bloccati per alcune ore per «accertamenti», ha scoperto «uno scarico massiccio di acqua contaminata da parte dell’impianto di arricchimento Talnakh di proprietà di Norilsk Nickel. Il liquido sgorgava attraverso due tubi da 450 millimetri a forte intensità, scendendo nelle acque verso valle», hanno dichiarato.
Ma se la tragedia del mese scorso, per mancanza di testimoni oculari in una zona largamente disabitata, era stato possibile definirla da parte delle autorità «un incidente», in questo caso risultata evidente la pervicace azione criminale di Norilsk Nickel di inquinare l’intera zona artica. «Era difficile chiamarla acqua, il liquido schiumato aveva un forte odore chimico. Il lago e acque non lontane del fiume Haraelah appaiono completamente deturpate, galleggiano sulla costa e nei torrenti vicini cortecce di larici ingiallite» ha dichiarato il giornalista di Novaya Gazeta.

Il gruppo contattava quindi la polizia e la protezione civile denunciando lo scarico di rifiuti tossici nella tundra. «Ma prima degli agenti di sicurezza sono apparsi dei dipendenti della Norilsk Nickel e ci hanno chiesto di lasciare l’area e, quando non sono riusciti a scacciarci, hanno spento le pompe», ha dichiarato Ryabinin. Solo dopo molte ore sono arrivati i servizi dello Stato e il comitato investigativo il quale ha promesso «una multa significativa» per quanto successo.

Solo ieri la Norilsk Nickel ha fornito una spiegazione di quanto avvenuto. Secondo l’azienda «lo scarico è stato di emergenza a causa della forte pioggia» e con una leggerezza degna di miglior causa ha affermato che «il personale operativo, a quel punto, non aveva potuto far altro che scaricare le acque reflue sul territorio circostante». Greenpeace ritiene questa l’ennesima menzogna su quanto avviene a Norilsk visto che a una prima valutazione lo scarico era già in corso da 8 giorni devastando, ancor più di quanto già non lo fosse, l’ambiente naturale. Un clamoroso autogol anche per la protezione civile che dovrebbe controllare una regione che solo 40 giorni fa è stata devastata in modo irreparabile. Ed è grande motivo di imbarazzo anche per Putin che nei giorni successivi al primo scandalo aveva vestito i panni del grande inquisitore filo-ecologista, proprio mentre si sta svolgendo il referendum costituzionale che lo incoronerà Zar a vita.

Per mettere a tacere la nuova devastazione ambientale la Norilsk Nickel ieri ha riconosciuto di «essere colpevole di una grave violazione dello scarico di liquami chimici» senza però voler informare della dimensione del danno. «I responsabili sono stati sospesi dall’esercizio delle loro funzioni e Norilsk Nickel inizierà un’indagine interna sull’incidente» si legge nella nota diffusa alla stampa. Ma gli ecologisti del nord della Russia sono convinti che non cambierà nulla: «Appena potrà la Norilsk Nickel tornerà a scaricare in acqua. La società di Potanin fattura 8 miliardi di dollari all’anno e garantisce lauti dividendi ai suoi azionisti che si ridurrebbero significativamente se si prendessero le misure necessarie», afferma sconsolato Ryabinin.

Intanto l’inchiesta per lo sversamento delle 21 mila tonnellate di sostanze chimiche procede a rilento. Il sindaco di Norilsk, Rinat Achmetcin, accusato di ripetute negligenze nella gestione dell’emergenza, vero e proprio comodo capro espiatorio, è stato uno dei pochi finora a essere stato denunciato.

* Fonte: Yurii Colombo, il manifesto

 

ph by kallerna / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)



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