Hong Kong, con la legge sulla sicurezza addio a «un paese due sistemi»

Da oggi l’ex colonia è sottoposta al sistema giuridico cinese. Amnesty: «La più grave minaccia ai diritti umani». Joshua Wong lascia Demosisto, si sciolgono i gruppi nati con le proteste

Simone Pieranni * • 1/7/2020 • Internazionale • 187 Viste

Asia. Xi Jinping firma la legge sulla sicurezza nazionale

I media statali cinesi hanno comunicato che la controversa legge sulla sicurezza nazionale è stata firmata dal presidente Xi Jinping al termine del Comitato permanente della 13ma Assemblea nazionale del popolo, apertasi un paio di giorni fa. La legge comporta una serie di problemi, soprattutto per la popolazione di Hong Kong. Nella notte il provvedimento, composto da sei capitoli e 66 articoli di cui i media hanno riportato alcune specificità, è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale di Hong Kong.

Di sicuro a Hong Kong nascerà un’agenzia nazionale cinese che dovrà sovrintendere agli obiettivi della legge: agire contro «la secessione, la sovversione e la collusione con forze straniere». Le autorità locali saranno completamente sottoposte al controllo di Pechino anche per quanto riguarda le questioni giudiziarie e tutta una serie di restrizioni finiranno per colpire quello che ha sempre contraddistinto Hong Kong, ovvero la libertà di opinione, critica e manifestazione contro il potere. Di sicuro Hong Kong come l’abbiamo conosciuta, luogo di frontiera e di grande commistione tra Occidente e Oriente, non esisterà più.

LA LEGGE COSTITUISCE anche la fine della dottrina «un paese due sistemi», nonostante i tentativi cinesi di farla rientrare in quella teoria: la verità è che ormai Hong Kong è come Shenzhen o un’altra qualsiasi città cinese. Pechino inoltre sa scegliere bene, come al solito, le date più simboliche per operare le sue forzature, in questo caso una ricorrenza che farà male agli abitanti di Hong Kong: la Cina ha approvato la legge un giorno prima del 23esimo anniversario dell’handover cinese sull’ex colonia compiuto il primo luglio 1997.

Un accordo, quello di allora, che prevedeva garanzie di autonomia di Hong Kong per 50 anni: Xi Jinping, come in tante altre azioni del suo regno, ha anticipato i tempi. Ci sarà da capire perché, al di là del nervosismo di Pechino per le manifestazioni protrattesi per oltre un anno, ma bloccate dalla pandemia. Evidentemente Xi vuole arrivare al centesimo anniversario del partito comunista, nel 2021, con Hong Kong restituita alla madrepatria in modo sostanzialmente completo, in attesa del 2049, quando sarà celebrato il centenario della Repubblica popolare cinese: in quel caso il regalo atteso sarà Taiwan.

PER HONG KONG, invece, le cose si mettono piuttosto male: in crisi economica da tempo, ora la popolazione vivrà anche una situazione sociale e politica che ha sempre provato ad allontanare; la legge di fatto pone sotto la giurisdizione cinese l’ex colonia, provocando già alcune conseguenze politiche.

Come riporta Agenzia Nova, l’attivista pro-democrazia di Hong Kong Joshua Wong ha annunciato ieri le dimissioni da leader del suo gruppo Demosisto, poche ore dopo l’annuncio dell’approvazione della legge. «Se la mia voce non verrà ascoltata presto, spero che la comunità internazionale continuerà a parlare per Hong Kong e intensificherà gli sforzi concreti per difendere la nostra poca libertà rimasta», ha scritto Wong su Twitter.

ANCHE GLI ALTRI MEMBRI di Demosisto, Nathan Law e Agnes Chow, hanno annunciato il loro ritiro. «La lotta della gente di Hong Kong non si fermerà, continuerà solo con un atteggiamento più determinato», ha scritto Law su Facebook. La scorsa settimana, Wong aveva anticipato di divenire un «obiettivo primario» dei nuovi provvedimenti contro il dissenso varati da Pechino: «Probabilmente sarò il primo obiettivo della nuova legge. Non temo per la mia potenziale prigionia, ma per il fatto che la nuova legge sarà una minaccia per il futuro della città e non solo per la mia vita personale».

Molti dei giovani e dei gruppi che nel corso dell’ultimo anno hanno preso parte alle manifestazioni stanno cancellando i profili social per timore di cadere nella rete repressiva di Pechino che, in alcuni casi eccezionali, a quanto è dato sapere, potrebbe decidere che la pena venga scontata in Cina e non nell’ex colonia.

Il quotidiano Guardian ha riportato anche le parole di Joshua Rosenzweig, a capo del China Team di Amnesty International, secondo cui «l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale è un momento doloroso per il popolo di Hong Kong e rappresenta la più grande minaccia ai diritti umani nella storia recente della città». E, ha aggiunto, «d’ora in poi, la Cina avrà il potere di imporre le proprie leggi su qualsiasi sospetto criminale che sceglie».

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La Ue minaccia «serie conseguenze»

Mentre da Hong Kong parte la chiamata alla protesta, prevista per oggi a Causeway Bay e indetta dal Fronte per i diritti umani e civili, arrivano a stretto giro dalla firma di Xi Jinping le condanne della comunità internazionale per l’approvazione della legge cinese sulla sicurezza nazionale. «Questa legge rischia seriamente di minare l’alto grado di indipendenza di Hong Kong e di avere ripercussioni negative sull’indipendenza della giustizia e sullo stato di diritto», ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.  E annuncia «serie conseguenze»: «Staremo in contatto con i nostri partner e faremo molta attenzione a come rispondere».

Sulla stessa linea la Nato: «È chiaro che la Cina non condivide i nostri valori: democrazia, libertà e stato di diritto – ha detto il segretario generale Stoltenberg – Lo vediamo a Hong Kong, dove la nuova legge sulla sicurezza mina la sua autonomia».

* Fonte: Simone Pieranni, il manifesto

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