L’inchiesta di Piacenza, il sistema criminale dei carabinieri del Levante

Tortura e spaccio, il modus operandi dei carabinieri di Piacenza secondo gli atti del Gip. Carte false, omissioni, razzismo, violenze, droga e ricatti: c’è tutto questo nel primo arresto “intercettato”

Mattia Motta * • 31/7/2020 • Carcere & Giustizia • 247 Viste

«Andiamo a arrestare un negro in via Colombo». È il 27 marzo 2020, in una Piacenza spettrale che contava i morti nell’ordine delle decine al giorno per Covid-19, Peppe Montella, appuntato dei carabinieri della Levante, vero e proprio comandante della stazione carabinieri posta sotto sequestro, faceva il bello e il cattivo tempo nella sua area di spaccio. Quello di Israel Anyanku, nigeriano classe ’95, incensurato, è un arresto che dice tanto – se non tutto – rispetto alla caserma e ai carabinieri degli orrori di Piacenza.

È LUI AD ESSERE RITRATTO nella foto-simbolo dell’inchiesta Odysseus. A terra, ammanettato, scalzo, con una chiazza di sangue sul selciato. Del suo fermo, Montella, intercettato, dirà: «Quando ho visto quel sangue a terra, ho detto: Mo l’abbiamo ucciso…». Con la compagna, Maria Luisa Cattaneo, il carabiniere si vanta così del fermo: «Minchia amore, quello che è scappato l’abbiamo massacrato». A sera, una volta a casa, parla dell’arresto anche con il figlio minore. Parla di «un negro» che «è scappato» e che «è stato picchiato un po’ da tutti».

La verità è che Israel sarà arrestato appena uscito di casa per una cessione che nessuno ha visto, e per delle botte che ha preso, non dato. Oggi la vittima di questo incredibile abuso è invisibile tra gli invisibili, in Puglia, a Foggia, a raccogliere pomodori. E non è ancora stato ascoltato dagli inquirenti. «Ero a Piacenza da dicembre – spiega – ero venuto a trovare un mio amico e sono rimasto bloccato per il lockdown».

È STATO ATTIRATO «in un tranello». Così l’ha definito il Gip Luca Milani nell’ordinanza che ha portato in carcere tutti i militari – meno uno – in servizio alla caserma Levante: carte false, omissioni, razzismo, violenze, droga e ricatti. C’è tutto questo nel primo arresto consegnato dalle intercettazioni dell’inchiesta Odysseus, raccontato da una nota stampa del comando dell’Arma come l’ennesimo «arresto per spaccio e violenza a pubblico ufficiale» della Levante nella zona multietnica della città emiliana. Sullo sfondo, fino ad oggi, rimaneva la vittima di quell’arresto ritenuto uno dei quattro arresti illegittimi dalla Procura.

PER ARRESTARE Israel si mettono d’accordo il 26 marzo lo stesso Montella e Ghormy El Mehdi, un suo pusher e informatore dei carabinieri. Basta una voce di Ghormy per far muovere tutto il comando. Da queste fasi emerge come gli arresti venissero pianificati da Montella che addirittura cambia i turni di lavoro agli altri militari per avere la sua squadra al completo. «Ci devono stare tutti: Cappellano l’ho avvisato, Esposito l’ho avvisato, il piantone lo fa Minniti e Falanga arriva tardi». Escluso Minniti, tutti gli altri sono attualmente in carcere. Montella “apparecchia” così le operazioni con due obiettivi, secondo la procura: permettere ai carabinieri e ai Giardino di recuperare droga da far vendere ai galoppini e togliere di mezzo eventuali concorrenti – o farli passare nella loro “batteria di spaccio”, come conferma Israel. Che rifiuta.

E IN TUTTO QUESTO, fanno fare bella figura ai superiori che stando alle carte mentono ai pm. È il caso del maresciallo Marco Orlando consapevole della perquisizione domiciliare “fantasma” dice al pm di turno che Israel è senza fissa dimora. Ed è sempre il comandante della Levante ad avvallare, insieme a Bezzeccheri, l’omissione della segnalazione alla Prefettura come assuntore di stupefacenti di Ghormy, sedicente compratore di 10 euro di marijuana da Israel.
«Tutti consapevoli e concordi nel programmare l’arresto da cui emergono nelle premesse elementi di falso ideologico e peculato», scrive il Gip sull’arresto. Nessuno ha dubbi, incertezze o alcunché da obiettare, neppure il comandante della stazione: segno che il modus operandi di Montella fatto di sequestri ai fini di spaccio, carte false e omissioni era più che consolidato.

MONTELLA, ESPOSITO, Falanga e Cappellano escono in borghese. Montella accompagna Ghormy per un pezzo di tragitto poi questi aspetta sotto casa Israel. La vittima emerge da un palazzone di via Colombo poco dopo le 12 del 27 marzo. Israel, va detto subito, non verrà trovato in possesso di droga né a casa né altrove. Solo 2 grammi di marijuana finiranno nel fascicolo, e sono quelli consegnati da Ghormy ai militari.

«Non indossavo la mascherina, dovevo andare dal fruttivendolo – ricorda Israel – e delle persone mi hanno chiamato battendo le mani, credevo per la mascherina, allora stavo tornando su a prenderla e a quel punto hanno iniziato a rincorrermi, e sono scappato». I carabinieri della Levante non erano in divisa, e una volta fermato Israel davanti all’Hotel Euro di via Colombo, a 150 metri da casa sua, sono arrivate una marea di botte. «Mi hanno buttato per terra e mi hanno colpito sul naso, e ancora e ancora mi hanno colpito, molte volte. Mi continuava a uscire sangue dal naso, non mi reggevo in piedi. Poi è arrivata una macchina dei carabinieri, io non capivo: continuavano a chiedermi cosa avessi in tasca e io continuavo a rispondere: niente! E mi colpivano in faccia, con la manette. Una volta arrivato in caserma mi hanno spinto con le manette e mi hanno fatto cadere. Io continuavo a sanguinare. Da quel giorno non respiro più bene. Un medico? No, non ho visto nessun medico».

GHORMY, L’ESCA DI MONTELLA, è invitato ad aspettare in caserma, consapevole che con questi carabinieri lui non verrà nemmeno segnalato alla Prefettura. «Si deve almeno pulire, portatemi lo scottex in palestra», dice Montella quando arriva in via Caccialupo con Israel grondante di sangue. La palestra in cui altri sono stati torturati, secondo le accuse, perfino con la tecnica del waterboarding. Sorte che non capita a Israel, già “provato” dall’arresto che, si saprà in seguito, non verrà nemmeno convalidato dal Tribunale di Piacenza. Orlando riferisce al pm di turno, falsamente, che i militari erano rimasti feriti in seguito a una colluttazione ma che non sarebbero andati in ospedale per l’emergenza pandemia in corso. E dice anche che l’arrestato è un clochard che «bivacca in un casolare abbandonato». Cosa falsa, Orlando sa dal giorno prima che uscirà da casa, Israel. Invece riferisce sia al pm sia al maggiore Bezzeccheri questo dato falso per permettere a Montella di far la perquisizione fantasma. Ed è Orlando che, insieme a Bezzeccheri, si accordano per l’omissione della segnalazione di Ghormy alla prefettura. «Che non segnalate, giustamente», dice Bezzeccheri su Ghormy, e Orlando conferma: «No, no, assolutamente».

SCIENTIFICAMENTE, MONTELLA, Cappellano, Falanga e Spagnolo tornano in via Colombo e vanno a casa di Israel alla ricerca di droga che, se trovata, non finirà certo nel fascicolo essendo quella una perquisizione fantasma. «La casa ce l’hai? Beato te – dice a Israel l’appuntato Cappellano, intercettato – Ora diamo una controllata. Ma droga ne hai?». «Marijuana ne hai?», incalza Montella. I «no» di Israel non sono bastati. Così, fuori da ogni legge, i carabinieri entrano in casa. Non c’è nessuno. Mettono tutto a soqquadro: non trovano però droga o altro. Ai militari, a questo punto, viene un dubbio: «Sai qual è il cazzo Peppe? – dice Cappellano rivolgendosi a Montella – che quello che ci abita in casa vede che… vede casino in casa, gli sembra che gli hanno rubato in casa, viene e fa la denuncia». Montella lo tranquillizza: «Queste sono bestie, non fanno denuncia. Se viene da noi lo mandiamo via». Cappellano, non convinto, dice a Montella che può funzionare «se viene da noi» alla Levante, a fare denuncia. Ridendo, Montella, ascoltato dagli uomini delle Fiamme Gialle, risponde: «Abbiamo lasciato tutto in ordine, soprattutto in camera da letto: non si capiva niente».

ALLA FINE DELLA GIORNATA, Montella si vanta con la compagna per aver «massacrato» Israel. Mentre dalle carte emerge l’ultima, ennesima beffa del sistema-Levante. A fine giornata, il maresciallo Orlando veniva contattato dal colonnello Stefano Savo, non indagato, che chiede delucidazioni sull’arresto. «Avevamo notizie che questo spacciasse – dice Orlando – e quindi abbiamo proceduto». Il colonnello Savo risponde: «Quindi era costruita, so bene, uhm!». «No, proprio costruita no, comunque ci stavamo lavorando da qualche tempo avevamo questa notizia e effettivamente poi è stata riscontrata». La “notizia”, come la chiama il maresciallo Orlando, è fornita da uno spacciatore che ha partecipato anche alla riunione preparatoria del 26 marzo. La telefonata tra il colonnello e il maresciallo si conclude con i complimenti del primo per l’attività di contrasto allo spaccio. Arma e bagagli. Questo, pochi giorni fa, l’epilogo per i vertici dei carabinieri di Piacenza.

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«Mi picchiarono forte, poi mi dissero: spaccia per noi»

Intervista. Parla Israel Anyanku, primo arresto illegale dei carabinieri di Piacenza. Ora è in Puglia a raccogliere i pomodori, il 24enne nigeriano che ancora soffre per le violenze subite

«È a raccogliere i pomodori, in Puglia, a Foggia». Trovare Israel Anyanku è come trovare un ago nel pagliaio dello sfruttamento italiano. Lo troviamo, invisibile tra gli invisibili, grazie all’aiuto della comunità nigeriana di Piacenza e grazie a un nigeriano sposato con una piacentina che lo conosce, e ci dice che può trovarci il numero. Israel è la prima vittima dei quattro arresti illegali compiuti dai carabinieri della stazione Levante di Piacenza, finiti nell’inchiesta Odysseus che ha decapitato l’Arma in questa terra di confine sulla via Emilia. Secondo l’inchiesta della Guardia di Finanza coordinata dalla procuratrice di Piacenza, Grazia Pradella, torture, traffico di droga, documenti falsi, peculato, omissioni ed estorsione sono alcuni dei reati di cui si sono macchiati i carabinieri della Levante, capeggiati dall’appuntato Giuseppe Montella. Tutti si sono dichiarati estranei. Alcuni si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al Gip Luca Milani e subito dopo hanno fatto mettere a verbale, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, «dichiarazioni spontanee». Altri, come Montella e Falanga, hanno risposto alle domande del Gip e hanno negato di aver picchiato quello che loro chiamano più volte in modo dispregiativo «negro» nelle intercettazioni, violenze messe in pratica in concorso tra Montella, Salvatore Cappellano, Daniele Esposito e Giacomo Falanga. «È scivolato mentre correva», hanno detto all’uscita del carcere di Piacenza gli avvocati di Falanga, Daniele Mancini e Paolo Molaschi del Foro di Lodi, al termine dell’interrogatorio.

Quella che racconta Israel, che non è mai stato ascoltato dagli inquirenti, è un’altra storia. Dice di esser stato picchiato brutalmente. E di aver rifiutato la proposta di Montella di spacciare per lui. Riusciamo a verificare l’identità del 24enne nigeriano via telefono. Israel parla solo inglese.

Israel Anyanku

Quando sei arrivato a Piacenza e quando te ne sei andato?

Sono arrivato a Piacenza a dicembre 2019. Ero venuto a trovare un mio compaesano che era disposto a ospitarmi, poi sono rimasto bloccato lì per il virus. Sono partito per la Puglia a lavorare in giugno. Qui lavoro nei campi, raccolgo i pomodori.

Ti ricordi cosa è successo il 27 marzo, quando ti hanno arrestato i carabinieri della Levante?

Sì, mi ricordo, quel giorno ero in via Colombo, io abitavo lì. C’era il lockdown e quel giorno stavo andando dal fruttivendolo. Sono sceso e mi sono reso conto di non avere la mascherina, ma mi sono detto che facevo presto e tornavo a casa. Ad un tratto, un uomo mi ha chiamato dall’altra parte della strada. Siccome ero senza mascherina, non ho risposto, mi sono girato e volevo andare verso casa. Poi quell’uomo insieme ad altri ha incominciato inseguirmi, e io sono corso via.

Erano carabinieri della Levante. Indossavano l’uniforme? Quanti erano?

No, nessuna uniforme. Erano in due o tre, forse quattro, non lo so perché mi hanno preso e incominciato a picchiarmi forte con le mani. Sono caduto a terra e mi hanno picchiato forte, ancora. Mi hanno chiesto “cosa hai in tasca?” e io ho risposto “niente, controlla pure”. E loro mi hanno picchiato. Eravamo in via Colombo, mi hanno picchiato in faccia cosi tanto che usciva moltissimo sangue. Mi hanno dato dei fazzoletti e non riuscivamo a fermare il sangue, ho cercato anche di lavarmi la faccia e continuava uscire sangue dal naso. They hit me, hit me (loro mi colpivano, mi colpivano, ripete, ndr).

Ti hanno detto perché ti fermavano?

Gliel’ho chiesto: “Cosa ho fatto?” E in quel momento uno mi ha detto che erano carabinieri. Ho chiesto ancora: “Cosa ho fatto?”. Mi hanno messo le manette, non mi reggevo in piedi, mi hanno portato in caserma (dice «carried in harms», portato in braccio, ndr) e mentre mi portavano in Caserma mi continuavano a dire: “ti vogliamo aiutare”. E io ho rispondevo aiutarmi perché? Io vengo con voi ma non ho bisogno di aiuto, non ti conosco e non ho fatto niente.

Una volta in caserma, ti hanno picchiato ancora?

Sì, mi hanno fatto cadere con le manette, mi hanno spinto. In ufficio dei carabinieri mi hanno chiesto se vendo droga e io ho risposto che non vendo droga, fumo (intende marijuana, ndr), ma non mi drogo. Gli ho detto di controllare in casa: non ho droga, niente. Poi hanno controllato in casa e non hanno trovato niente. Ho detto io che abito in via Colombo, mi hanno portato a casa e il sangue usciva ancora dal naso, hanno perquisito casa e non hanno trovato niente. Loro continuavano a dirmi “Israel ti aiutiamo”, e io rispondevo “aiutarmi con cosa?!”. Ero molto infastidito: non ho fatto niente, avete perquisito casa, non mi drogo, fumo e basta, hanno controllato tutto, poi mi hanno riportato in caserma.

Mentre dicevano di volerti aiutare, ti hanno anche chiesto se volevi vendere droga per loro, o cose simili?

Sì, hanno detto che se io lavoro con loro nella droga mi possono aiutare. Io ancora ho risposto “aiutare con che?”. Non abito neanche a Piacenza, ero di passaggio a visitare un amico poi c’è stato il lockdown, ero rimasto a Piacenza per quel motivo. Io ho detto che non lavorerò con loro e non vendo droga, e mi hanno incominciato a picchiare di nuovo. Gli ho detto: “non è giusto, non mi puoi forzare a fare una cosa che non voglio fare”.

Stavi male, perdevi sangue, giusto? Ti hanno fatto vedere da un dottore?

Sì, perdevo sangue ma non mi hanno permesso di vedere un dottore. Io ho chiesto di parlare con il mio avvocato ma non me lo hanno consentito. Quando ho rifiutato di lavorare per loro hanno detto: “Ok, chiama qualcuno per firmare e ti rilasciamo”.

La polizia o i giudici ti hanno parlato, dopo tutto questo?

No, ho parlato solo con quelli dell’immigrazione.

Come hai saputo che i poliziotti sono stati arrestati?

Quando mi hanno picchiato in via Colombo mi hanno detto che erano carabinieri, ho chiesto di farmi vedere una carta, mi hanno fatto vedere il distintivo e alla televisione li ho riconosciuti.

Se avessi questi carabinieri davanti a te, adesso, cosa gli diresti?

Direi quello che ti ho detto adesso. Non ho fatto niente, non ho niente contro di loro, loro non hanno niente contro di me e mi hanno picchiato. So che il mio Dio li giudicherà, so Dio li sta giudicando, io pregherò. Sono innocente e non mi possono fare quello che hanno fatto, il mio Dio li sta giudicando e sono stati beccati per questo.

Gli avvocati dei carabinieri hanno detto che sei caduto, che non ti hanno picchiato.

Sono caduto quando mi hanno fatto cadere, mi stavano picchiando in caserma, in strada.

Come ti senti dopo questo fatto?

Non bene, non sono più “ok”, il petto mi fa ancora male, da quando mi hanno picchiato ho problemi a respirare.

LA DINAMICA DEI FATTI come raccontata da Israel pare essere confermata anche da un testimone, Moustapha, fruttivendolo di via Cristoforo Colombo. Ascoltato dal manifesto, l’esercente dice di aver visto tutta la scena. «Conosco quel ragazzo (Israel, ndr), veniva sempre, ora non lo vedo più. Un ragazzo povero, educato, comprava due mele, due banane, aveva sempre spicci. Quel giorno – ricorda Moustapha – ero qui fuori dal negozio a fumare. L’ho visto uscire dal portone, poi dopo poco l’ho visto scappare rincorso da tre o quattro persone, vestiti normali. Ha rubato, ha rubato». Ripete Moustapha come unica spiegazione di quel “blitz”. «Lo hanno raggiunto là (indica l’hotel Euro, in via Colombo 29 F, ndr). Ci sono state botte. Poi sono arrivati i carabinieri. Deve aver rubato qualcosa, era povero, due mele, due banane, non aveva mai soldi di carta». Carabinieri erano anche i tre/quattro che rincorrevano Israel. Ma qui e ora, dalla prospettiva di via Colombo, Piacenza, anno 2020, la divisione tra “buoni” e “cattivi” sembra essere del tutto sfumata.

 

* Fonte: Mattia Motta, il manifesto

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