Cile. Piñera scatenato contro i detenuti mapuche in sciopero della fame

Per il machi Celestino Cordóva, l’autorità spirituale mapuche in sciopero della fame da 104 giorni, potrebbe essere stata pronunciata la definitiva condanna a morte

Claudia Fanti * • 15/8/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 287 Viste

Per il machi Celestino Cordóva, l’autorità spirituale mapuche in sciopero della fame da 104 giorni, potrebbe essere stata pronunciata la definitiva condanna a morte. La Corte suprema del Cile ha infatti respinto giovedì l’appello dell’Ufficio di difesa penale pubblica a favore del machi, affinché potesse scontare nel luogo del suo rewe (altare sacro mapuche) parte della sua condanna a 18 anni di carcere per la sua presunta (e mai dimostrata) partecipazione all’omicidio della coppia Luchsinger-Mackay nel 2013.

A convincere i giudici non è bastato neppure il fatto che la richiesta dei 26 detenuti mapuche in sciopero della fame – quella di scontare la loro pena nelle proprie comunità durante la pandemia – fosse supportata dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, ratificata dal Cile già nel 2008.

Tre giorni prima, Celestino Córdova, attualmente ricoverato in ospedale in condizioni sempre più critiche, aveva già provveduto a trasmettere, in un audio, il suo messaggio di addio, esprimendo l’orgoglio di dare la vita per il popolo mapuche insieme alla speranza di un tempo nuovo per tutti i popoli oppressi del mondo. Quindi, all’indomani della sentenza, ha dato 24 ore di tempo al governo per risolvere la situazione dei detenuti prima di smettere di ingerire liquidi.

E mentre lo sciopero della fame dei mapuche rischia sempre più di concludersi tragicamente, il presidente Piñera ha firmato un progetto di legge che incrementa le condanne in caso di attacchi incendiari a veicoli motorizzati come quelli attualmente in corso nell’Araucanía, l’epicentro del conflitto tra il popolo mapuche e lo Stato cileno.

«L’odio e la violenza non prevarranno, pace e sicurezza sono le vie per risolvere i problemi», ha assicurato il presidente, sordo alle rivendicazioni indigene, ma sensibilissimo alla minaccia di sciopero avanzata dai camionisti, implacabili guardiani, da Allende in poi, dell’ordine capitalista. «Se non si prenderanno provvedimenti contro gli atti di delinquenza nel sud del Cile, è sicuro che le nostre basi proclameranno uno sciopero nazionale», hanno avvisato i camionisti rivolgendosi all’affidabile ministro pinochetista dell’Interno Víctor Pérez, il quale, a soli tre giorni dal suo insediamento, si era recato nell’Araucanía a sobillare latifondisti e gruppi di estrema destra.

A favore della causa mapuche, che conta comunque con l’appoggio maggioritario della società cilena, si schierano invece i diversi movimenti di protesta anti-governativa, rivendicando la smilitarizzazione dell’Araucanía, la libertà dei prigionieri politici, la cancellazione della Legge Antiterrorista, varata da Pinochet e usata da tutti i governi che gli sono succeduti per colpire dirigenti e autorità ancestrali, e la restituzione delle terre usurpate. La stessa figlia dell’ex presidente Michelle Bachelet, Francisca Dávalos, è stata arrestata lunedì, per violazione della quarantena, durante una manifestazione a favore dei mapuche al centro di Santiago.

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

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