Elezioni in Sri Lanka, tutto il potere ai fratelli Rajapaksa

«Il Fronte popolare dello Sri Lanka si è assicurato una vittoria clamorosa secondo i risultati ufficiali resi noti finora», ha scritto ieri su twitter il presidente dello Sri Lanka Gotabaya Rajapaksa «e domani l’aspettativa di avere un Parlamento che consentirà l’attuazione della mia politica di “visione della prosperità” sarà realtà». Quale siano le aspettative e la “visione di prosperità” di Rajapaksa Gotabaya e di suo fratello Mahinda è presto per dirlo, ma è chiaro che l’attuale capo di Stato consegnerà l’incarico di formare il nuovo governo allo strettissimo parente, già premier, ex presidente ed ex golpista.

L’attuale primo ministro Mahinda (dal 21 novembre 2019) e l’attuale presidente Gotayaba (dal 18 novembre 2019) perpetuano dunque un potere di famiglia che inizia nel 2004 per il primo e nel 2005 per il secondo e che attraversa tutta la Storia recente dello Sri Lanka, compresa la terribile repressione del movimento secessionista della minoranza tamil nel 2009 su cui pesano accuse di crimini di guerra, esecuzioni extragiudiziali, violazione di ogni tipo di diritti e confische di terreni. La vittoria a valanga delle elezioni politiche del 5 agosto scorso dice del resto che lo Sri Lanka Podujana Party (Slpp) del premier Mahinda Rajapaksa (che ne è il segretario) ha ottenuto 145 seggi e che può inoltre contare sul sostegno di almeno altri cinque alleati nel parlamento di 225 membri; dice pure che hanno votato in tanti: oltre il 75% dei 16,2 milioni di aventi diritto. E che han scelto la strana coppia.

L’alleanza Samagi Jana Balawegaya, guidata dal figlio del presidente assassinato Ranasinghe Premadasa – l’unica forza che poteva impensierire i Rajapaksa – ha ottenuto il 20% dei voti e ha solo 54 seggi e la moderata Tamil National Alliance (Tna), che aveva 16 seggi nel parlamento uscente, si ritrova ora con solo 10 scranni. Quanto all’ex primo ministro Ranil Wickremesinghe, stando ai dati semi definitivi resi noti venerdi, ha perso addirittura il suo collegio elettorale mentre il suo partito, che aveva 106 seggi nel parlamento uscente, ora ne ha solo uno. Tutto il resto è poca roba da uno o due seggi. Entro il 20 agosto il nuovo governo verrà formato ed è già chiaro chi lo guiderà.

Le indiscrezioni e le ipotesi si sprecano invece sul futuro prossimo: i due fratelli potrebbero essere tentati dal metter mano alla Costituzione e di elaborare un progetto dinastico-famigliare in piena regola. Altri scommettono invece sui possibili litigi su chi magari vorrà prevalere. Presidente e già ministro della Difesa il primo, già premier e capo dello Stato il secondo, c’è chi punta su una rivalità per altro niente affatto scontata. Sullo sfondo i pogrom anti musulmani seguiti alle bombe di Pasqua del 2019 che uccisero 269 persone, un’abile gestione della crisi Covid-19 da parte dei Rajapaksa e le grandi scommesse geopolitiche attorno alla Lacrima dell’Oceano indiano, uno dei porti chiave della Nuova Via della Seta marittima voluta da Pechino, oggi sempre più al centro di uno scontro tra Cina e Stati uniti, nemici – con l’India – dei Rajapaksa. Questi ultimi non hanno mai nascosto le loro simpatie per la Repubblica Popolare che nell’isola ha investito miliardi e i cui progetti erano stati bloccati proprio dall’uscita di scena della famiglia nel 2015, quando Mahinda perse le elezioni e al suo posto entrò in scena Maithripala Sirisena, un vecchio alleato di famiglia con cui in seguito i rapporti si sono ricuciti.

* Fonte: Emanuele Giordana, il manifesto

 

ph by Sevpdin / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)



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