La missione Onu in Colombia e la morte del giovane Mario Paciolla

Dopo la morte dell’osservatore italiano in Colombia i funzionari delle Nazioni unite hanno per lo più invitato tutti alla «discrezione»

Claudia Julieta Duque * • 1/8/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 263 Viste

Di Mario Paciolla, l’italiano che lavorava come osservatore in terreno per la Missione di Verifica delle Nazioni Unite a San Vicente del Caguán, non è rimasta nessuna traccia.

A causa dell’assenza dei funzionari della Procura Generale e della polizia giudiziaria, i suoi oggetti personali sono stati recuperati il 16 luglio, un giorno dopo la sua morte, da una squadra dell’Unità di Investigazione Speciale (SIU) del Dipartimento di Salvaguardia e Sicurezza delle Nazioni Unite.

I FUNZIONARI DELL’ONU hanno ripulito il luogo in cui viveva Paciolla, hanno raccolto i suoi effetti personali e hanno restituito le chiavi al proprietario, Diego Hernández, il 17 luglio. Hernández ha firmato con soddisfazione la ricevuta dell’immobile senza nemmeno leggerla e si è sbarazzato dei pochi beni che aveva fornito al volontario. A suo dire, voleva solo «voltare pagina» in merito alla morte di Paciolla, con cui aveva concordato un contratto verbale da 13 mesi, e quasi immediatamente ha messo in affitto l’appartamento.

Così, soltanto due giorni dopo la sua morte, si è persa ogni possibilità di ricostruire le circostanze in cui è morto o di recuperare quelle prove materiali che non sono state prese in considerazione durante la rimozione del cadavere. La Missione ha dunque ordinato il trasferimento a Florencia di tutto il personale che lavorava nell’ufficio di San Vicente, incluso la responsabile dell’Ufficio, il responsabile della sicurezza, le volontarie e gli osservatori dell’esercito e della polizia, due dei quali si trovavano fuori dal Paese da prima dei fatti.

QUALCOSA DI SIMILE è successo con il personale dell’Ufficio Regionale (OR) di Florencia, dove ad oggi restano soltanto il direttore e diversi osservatori dell’esercito e della polizia. In tutto il Paese, la Missione ha annunciato che avrebbe concesso congedi medici e permessi ai volontari che lo avrebbero richiesto (proprio come Mario Paciolla ha reclamato durante la pandemia) e ha messo a loro disposizione una squadra di esperti nella gestione di crisi e nel supporto psicosociale.

Lo stesso 17 luglio, la Missione ha inviato a Florencia Jaime Hernán Pedraza Liévano, responsabile dell’Unità Medica, che nonostante non sia un dottore in giurisprudenza è stato presente durante l’autopsia di Paciolla realizzata dall’Istituto di Medicina Legale nella capitale del Caquetá. L’autorizzazione per la presenza di Pedraza è stata firmata dalla famiglia dell’osservatore, alla quale è stato erroneamente comunicato che si trattava di un medico forense assegnato dall’Ambasciata italiana in Colombia.

IL 24 LUGLIO, L’ONU ha inviato a Roma insieme al corpo di Paciolla un inventario, senza nessun tipo di firma, delle cose raccolte nella sua residenza di San Vicente del Caguán e ha informato la famiglia Paciolla che queste si trovavano bloccate in Colombia per ordine della Procura, istituzione che questo giovedì 30 luglio ha ottenuto la revoca dell’immunità in relazione agli strumenti digitali di proprietà della Missione assegnati a Mario.

A queste azioni, che secondo l’avvocato della famiglia Paciolla-Motta, Germán Romero, implicano la violazione da parte delle Nazioni Unite del diritto all’intimità e alla privacy del volontario e del diritto di accesso alla giustizia della famiglia, si aggiungono una serie di messaggi che hanno rafforzato la sensazione di un silenziamento all’interno della Missione e che, nonostante le dichiarazioni di sostegno istituzionale, hanno impedito nella pratica a diversi compagni di Mario di metabolizzare adeguatamente il lutto.

GLI È STATO INFATTI NEGATO si esprimere i loro timori o i loro dubbi in relazione a ciò che è accaduto al loro compagno scomparso nella notte del 15 luglio. Durante i quattro giorni successivi alla morte, la direzione della Missione a Bogotá ha inviato tre mail nelle quali ha ricordato ai suoi 400 funzionari e operatori nazionali e internazionali l’obbligo di mantenere la riservatezza e il divieto di concedere interviste e dichiarazioni ai media.

«MARIO È ENTRATO a far parte della Missione nell’agosto 2018. I suoi colleghi lo ricordano come una persona solare ed empatica, totalmente impegnata nel mandato della Missione e nell’ampia agenda dei diritti umani. Ha svolto i suoi compiti con dedizione, entusiasmo e con una mente brillante e analitica. Il suo contributo al nostro lavoro è inestimabile. Ci mancherà moltissimo», ha assicurato in un messaggio del 15 luglio Carlos Ruíz Maisseu, responsabile della Missione, e ha immediatamente chiesto di «trattare questa terribile notizia [la morte di Paciolla] con discrezione e considerazione, rispettando la sua memoria e quella della sua famiglia, mentre vengono svolte le indagini corrispondenti».

IL 16, UNA NUOVA MAIL inviata dalla direzione amministrativa della Missione, a carico dell’australiano Eric Ball, ha ricordato a tutto il personale che «in base alla regola 1.2 del Regolamento del Personale delle Nazioni Unite, i funzionari non possono : i. Rilasciare dichiarazioni alla stampa, alla radio o ad altri organismi di informazione pubblica; ii. Impegnarsi a parlare in pubblico; iii. Partecipare a produzioni cinematografiche, teatrali, radiofoniche o televisive; iv. Presentare articoli, libri o altri materiali per la pubblicazione o la diffusione elettronica».

Venerdì 17 luglio, durante una riunione con i coordinatori della Missione delle differenti regioni del Paese presieduta da Ruíz Maisseu, si è omaggiato Paciolla con un minuto di silenzio, invitando nuovamente alla «discrezione».

IN UN ULTIMO MESSAGGIO del 19 luglio, più lungo e più dettagliato dei precedenti, Ruíz Maisseu ha assicurato che l’improvvisa perdita di Paciolla è stata un «duro colpo» che ha causato sconforto tra i membri della Missione e che dal momento della morte di Mario è stato fatto «tutto ciò che è nelle nostre mani per avanzare in tutti gli aspetti necessari di questo caso: giudiziario, operativo, logistico e, soprattutto, umano», aggiungendo poi: «Sono sicuro che saprete come gestire questa informazione e questa situazione con la massima responsabilità e discrezione».

Anche se fino ad ora si sa poco delle ore e dei giorni che hanno preceduto la sua morte, ho potuto stabilire che il 14 luglio alle ore 22, quindi poche ore prima di morire, Mario Paciolla è entrato in contatto telefonicamente con il Responsabile della Sicurezza della Missione di Verifica di San Vicente del Caguán, Christian Thompson. Secondo diversi funzionari Onu, una chiamata di questo genere è preoccupante, in quanto comporta l’attivazione di protocolli di allerta inconsueti in situazioni normali.

QUANDO È STATO CONSULTATO su questo particolare, il Responsabile della Missione, Carlos Ruíz Maisseu, è rimasto in silenzio e ha delegato la sua addetta stampa, Liliana Garavito, che ha evitato rispondere a questa e ad altre domande sulle azioni della Missione nei giorni posteriori al decesso del volontario, ma ha sottolineato la disponibilità dell’Onu a collaborare «pienamente» con la Procura Generale della Nazione, che è in attesa dei risultati dell’autopsia di Mario Paciolla, l’ultima è stata realizzata il 27 di luglio a Roma. Per ora, la Procura di Florencia non ha scartato nessuna ipotesi.

* Fonte: il manifesto (Per gentile concessione di El Espectador, traduzione di Simone Scaffidi)

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