Libano. Si dimette il premier Diab, mentre crescono proteste e scontri

Il primo ministro lascia dopo sette mesi, accusando l’élite politica che lo ha scelto. Il sistema settario non è in discussione: una riforma sarebbe un suicidio per i gruppi religiosi al potere. Per il terzo giorno scontri in Piazza dei Martiri

Pasquale Porciello * • 11/8/2020 • Internazionale • 143 Viste

21 gennaio-10 agosto. Queste le date del governo Diab, che ieri alle 19.30 ora locale ha annunciato alla nazione le dimissioni. «La corruzione è più grande dello Stato. L’élite non ha capito la rivolta di ottobre, ha pensato solo al proprio tornaconto. Ha usato tutte le sue armi contro di noi. Questo governo ha provato a cambiare le cose (…) Ora dobbiamo tornare a essere parte del popolo ed è per questo che il governo si dimette».

Ecco in breve il suo discorso fatto di accuse generiche al sistema, ma non di nomi. Lo stesso sistema che lo aveva messo al potere. La decisione obbligata è arrivata in seguito alle dimissioni, una dietro l’altra, di molti tra i ministri e i membri del parlamento dopo le proteste di sabato.

IL 3 AGOSTO, giorno prima dell’esplosione, anche il ministro degli Esteri Hitti – subito sostituito da Wehbe – si era dimesso adducendo come motivazioni «l’assenza di visione (…) e di una reale volontà di realizzare riforme strutturali». Nella lettera di dimissioni parlava del Libano come di uno «Stato fallito»; se i politici non avessero lavorato per gli interessi del popolo la «nave Libano sarebbe affondata con tutti a bordo».

Il prossimo passo sarà un governo di transizione. Wimmen, direttore di progetto al Gruppo di Crisi Internazionale (Iraq, Siria, Libano), prospetta poi due opzioni: elezioni dopo un governo tecnico, che però sarebbe molto limitato nel riformare il paese, e un governo di unità nazionale, molto più probabile.

In questo caso, i nomi che dal pomeriggio di ieri circolano sono: Hariri, premier dimissionario, tradizionalmente vicino a Stati uniti, Francia e ai sauditi, il cui ritorno sbloccherebbe i soldi del Fondo monetario e segnerebbe una nuova sterzata a occidente del paese; e Nawaf Salam, dal 2017 giudice alla Corte internazionale di Giustizia e prima ambasciatore libanese presso le Nazioni unite a New York, ben visto da gruppi indipendenti e società civile, meno da Hezbollah.

La corruzione è più grande dello Stato. L’élite non ha capito la rivolta di ottobre, ha pensato al proprio tornaconto. Dobbiamo tornare a essere parte del popolo Hassan Diab

MA IL VERO PROBLEMA è il sistema elettorale. In sé le dimissioni del governo, elezioni anticipate, governo di unità non sono per nulla una garanzia di cambiamento. Anzi.

Si tratta di un sistema disegnato per proteggere l’élite politico-economica libanese in cui è estremamente difficile per forze indipendenti e rappresentanze della società civile accedere in maniera significativa alla stanza dei bottoni. I seggi parlamentari vengono assegnati con una ratio settaria, religiosa, che dopo i famosi accordi di Ta’if del 1989 alla fine della guerra civile diventa di 1:1 tra cristiani e musulmani, e non più di 6:5 in favore dei primi. Ciò basato su un censimento del 1932 mai aggiornato. Proporzioni oggi irreali: i cristiani sono una percentuale bassa.

PRESIDENTE della Repubblica cristiano maronita, premier sunnita, portavoce del parlamento sciita. I gruppi politici principali sono espressione della religione – intesa come nucleo di appartenenza identitaria sociale – e della comunità di riferimento. Ancorati al territorio di origine, esercitano una politica a gestione familiare, clientelare e nepotista. Ogni riforma di questo sistema sarebbe un vero e proprio suicidio per i gruppi di potere e al potere.

Intanto non si placano gli scontri a Piazza dei Martiri, luogo della capitale simbolo della protesta. Per il terzo giorno le forze dell’ordine hanno insistito con la linea dura, lanci di lacrimogeni e proiettili di gomma.

Il bilancio complessivo di questi giorni di disordini è di un poliziotto morto, quasi mille feriti tra forze dell’ordine e manifestanti che giurano di rimanere in strada fino a quando questi politici – ritenuti i veri responsabili dell’esplosione che una settimana fa ha ucciso 220 persone, ferito circa 6.000, lasciato 300mila senza casa – se ne saranno andati.

A BREVE 253 MILIONI di euro arriveranno in Libano. La riunione di domenica dei vertici internazionali ha messo in chiaro che i fondi andranno direttamente alle persone attraverso le agenzie Onu e le ong, saranno finanziati progetti sia nel breve che nel lungo periodo e ci sarà una «rigorosa sorveglianza».

In una prima fase verranno distribuiti aiuti alimentari, medici, ricostruite scuole, ospedali, finanziati programmi per prevenire la diffusione del Covid – ieri altri 295 casi e 4 morti – e per gli sfollati. Poi si investirà in ricostruzione, infrastrutture pubbliche e prevenzione medica. Si è parlato anche di sanzioni a individui e a gruppi dell’establishment.

Il Libano di oggi è però anche il prodotto di decenni di aiuti internazionali (è in percentuale il primo paese al mondo per presenza di ong. Non è necessario che sia il governo o un gruppo politico a gestire direttamente i fondi. Il sistema di potere è egemonico, si muove su più livelli, privilegia quelli informali e ha già dato prova di aggirare gli ostacoli formali.

NONOSTANTE LE DIMISSIONI di Diab, gli scontri non si sono placati. Segno che il popolo non ha fiducia che la classe politica sia capace di riformarsi e riformare il paese che ha devastato.

* Fonte: Pasquale Porciello, il manifesto

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