Linea guida sulla Ru486: niente ricovero e tempo sino a nove settimane

Il ministero della Salute ha pubblicato le linee guida per l’aborto farmacologico. Dubbi sui farmaci autorizzati da Aifa e sull’impegno delle regioni per gli ambulatori

Adriana Pollice * • 14/8/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 246 Viste

Il ministero della Salute mercoledì ha varato le nuove linee di indirizzo per l’interruzione volontaria di gravidanza con il metodo farmacologico. Un passo avanti che avvicina l’Italia all’Europa ma che lascia i medici perplessi e, probabilmente, richiederà ulteriori chiarimenti. I punti importanti sono due: cade il vincolo del ricovero in ospedale per l’intera durata della procedura; l’assunzione della Ru486 viene estesa «dal 49esimo al 63esimo giorno di amenorrea, pari a 9 settimane».

Per quanto riguarda il metodo prescritto dalle linee guida, l’aborto avviene assumendo due farmaci: il mifepristone (Ru486) seguito, 36-48 ore dopo, da un analogo delle prostaglandine. La determina 865 dell’Aifa, recepita dal ministero, prescrive l’utilizzo della prostaglandina misoprostolo esclusivamente per via orale nei primi 49 giorni, mentre dal 50mo in poi deve essere utilizzata la prostaglandina gemeprost, per via vaginale, perché «non presenta la controindicazione oltre il 49esimo giorno».

I medicinali sono il primo scoglio. Spiega la ginecologa Anna Pompili: «Fino ad ora abbiamo utilizzato il misoprostolo per il quale esiste un’esperienza trentennale e rientra nelle linee guida Oms. È economico, molto stabile alle variazioni delle condizioni ambientali e ha una grande versatilità per quanto riguarda la somministrazione (per bocca, sublinguale, buccale, vaginale e rettale). Il farmaco utilizzato finora, il Cytotec, non ha però l’indicazione dell’aborto farmacologico nella scheda tecnica ed è stato pertanto utilizzato off label». Nel 2014 l’Aifa ha autorizzato l’immissione in commercio di un altro misoprostolo, il MisoOne, che ha l’indicazione dell’aborto farmacologico con la limitazione della somministrazione esclusivamente orale: «La meno utilizzata in ospedale – prosegue – perché ha tempi d’azione più lunghi. L’obbligo di fatto di usare il MisoOne, perché ha l’indicazione in scheda tecnica, limita la possibilità di scelta della migliore via di somministrazione per ogni caso. Dal 50esimo giorno, invece, dovrebbe essere utilizzato il gemeprost, meno stabile e quindi con maggiori problemi di conservazione, più costoso e introvabile nelle farmacie ospedaliere».

Poi c’è il nodo del luogo di somministrazione. Le linee guida indicano in premessa: «Tenuto conto della raccomandazione dell’Oms e delle più aggiornate evidenze scientifiche, nonché del ricorso nella gran parte degli altri paesi europei al metodo farmacologico in day hospital e ambulatoriale», il Consiglio superiore di Sanità «dà parere favorevole al metodo farmacologico presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, collegate all’ospedale e autorizzate dalla regione, nonché consultori o day hospital». Il testo, in fase di prescrizione, è più evasivo: «È annullato il vincolo relativo all’utilizzo del farmaco Mifegyne in regime di ricovero».

Commenta Pompili: «Se si tratta di un passo effettivo verso l’aborto in regime ambulatoriale allora è un’ottima notizia che ci allinea all’Europa, ma si poteva essere più espliciti. Un passo, per altro, che limiterebbe l’impatto dei medici obiettori di coscienza». Resta un punto da sciogliere e cioè le regioni: «In questi anni – conclude – il diritto all’interruzione di gravidanza è stato rispettato in modo molto diverso da regione a regione. Ad esempio, in Umbria, Molise e Sardegna l’Ivg tra il 2007 e il 2018 è calata dell’11,1%: può essere una buona notizia oppure pessima e cioè che alle donne è stato reso più difficile accedere al servizio, lasciandole di fatto sole».

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto

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