Medio Oriente. Sull’embargo all’Iran braccio di ferro Usa-Ue

In vista della riunione europea del primo settembre, è iniziata ieri la visita del numero uno dell’Aiea, l’agenzia Onu per l’atomica, a Teheran dopo numerosi incidenti negli impianti nucleari e l’accesso negato agli ispettori internazionali

Farian Sabahi * • 25/8/2020 • Europa, Internazionale • 215 Viste

Gli Stati Uniti non allentano la pressione sull’Iran, una nazione in cui l’emergenza Covid-19 è aggravata dalle sanzioni statunitensi che impediscono l’acquisto di medicinali. Ieri, nel suo briefing quotidiano in diretta alla televisione di Stato, la portavoce del ministero della Salute ha annunciato che il numero di infezioni da coronavirus confermate è salito a 361.150, con 2.245 nuovi casi e un totale di 20.776 morti, di cui 133 nelle ultime 24 ore.
ORA GLI STATI UNITI vorrebbero impedire la fine dell’embargo sulle armi, prevista per il prossimo ottobre, e vorrebbero rimettere in funzione le sanzioni delle Nazioni unite contro Teheran. A ridosso delle elezioni americane, gli europei stanno cercando di svincolarsi dai diktat dell’amministrazione Trump.
E poi la pandemia ha messo in difficoltà le economie europee, a cui gli americani precludono il business con Teheran che, per ripicca, firma contratti miliardari con la Cina, che è riuscita ad accaparrarsi anche l’isola di Kish nel Golfo persico e quindi in una posizione strategica.
È in questo contesto che va interpretata la visita in Iran, iniziata ieri, del numero uno dell’Aiea, l’agenzia Onu per l’energia atomica. A Teheran, Rafael Mariano Grossi sta affrontando la questione dell’accesso degli ispettori dell’Aiea a due impianti nucleari iraniani. Accesso recentemente negato agli ispettori, per la prima volta dal 2012, probabilmente a causa dei numerosi incidenti che da fine giugno si sono verificati nella Repubblica islamica, dove ci sono state anche esplosioni in siti legati al programma nucleare. Il 2 luglio un incendio aveva colpito un deposito di Natanz, la centrale adibita all’arricchimento di uranio, a 250 chilometri a sud della capitale: secondo l’Agenzia atomica iraniana, si sarebbe trattato di sabotaggio.
IL 4 AGOSTO si era verificato un ulteriore incendio sospetto: il rogo era divampato nell’area industriale di Jajrud, alla periferia orientale della capitale Teheran. Le immagini dei media locali mostravano una fitta nube di fumo nero sopra le alte fiamme, mentre i vigili del fuoco erano al lavoro per cercare di domarle. Diversi osservatori hanno ipotizzato sabotaggi stranieri attraverso cyber attacchi.
La collaborazione con Teheran è importante, ha dichiarato il capo dell’agenzia internazionale. Si tratta della prima visita di Grossi in Iran dopo aver assunto l’incarico lo scorso dicembre. Il suo è un gesto dovuto, per dimostrare agli iraniani che l’Aiea non è schierata dalla parte di Washington, come denunciava il presidente iraniano Hassan Rohani lo scorso giugno.
Le riunioni di questa settimana sono di alto livello, propedeutiche agli incontri della commissione mista sull’accordo nucleare iraniano, presieduta dall’Unione europea, che il prossimo primo settembre riunirà i rappresentanti di Cina, Francia, Russia, Regno unito, Germania e Iran, per discutere le sorti dell’accordo nucleare in seguito alle tensioni tra statunitensi ed europei in sede Onu. Giovedì scorso, il capo della diplomazia americana Mike Pompeo aveva infatti accusato «Francia, Regno unito e Germania di aver scelto di allinearsi con gli ayatollah al potere nella Repubblica islamica».
ANNUNCIATA VENERDÌ, la riunione del primo settembre è motivata dalla necessità di fare il punto dopo il rifiuto degli altri membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite di avallare la decisione dell’amministrazione Trump di innescare il controverso meccanismo di snapback. Un meccanismo che prevede la riattivazione delle sanzioni internazionali contro Teheran nel giro di un mese.
Gli altri membri del Consiglio di Sicurezza sono però perplessi: nel 2018 l’amministrazione statunitense era uscita in modo unilaterale dall’accordo nucleare e, di conseguenza, non è più – di fatto – un partecipante autorizzato ad attivare il meccanismo di snapback così come previsto nell’accordo stesso
* Fonte: Farian Sabahi, il manifesto

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