Presidenziali USA, la scelta scontata di Biden: la vice è Kamala Harris

Biden e Harris sono la risposta dell’establishment democratico a un partito i cui militanti ed elettori sono nettamente più a sinistra dei dirigenti, in particolare grazie allo sforzo titanico di Bernie Sanders, che ha messo sul tappeto riforme veramente radicali per gli Stati Uniti

Fabrizio Tonello * • 13/8/2020 • Copertina • 219 Viste

Kamala Harris: non poteva essere che lei. Che Joe Biden avesse deciso di scegliere una donna come candidata alla vicepresidenza era stato già annunciato mesi fa. Che questa donna dovesse essere afroamericana era diventato assai probabile con l’esplosione del movimento Black Lives Matter, con la sua perentoria richiesta dei giovani neri di essere ascoltati, ancora prima che di mettere fine alle violenze della polizia.

Questo tagliava fuori candidate ovviamente più qualificate della Harris come Elisabeth Warren, un buon pretesto per Biden per escludere una partner più radicale e più intelligente di lui. Nel mazzo di papabili erano quindi rimaste un gruppetto di ex dell’amministrazione Obama come Susan Rice e Tammy Duckworth, insieme a deputate come Karen Bass o Val Demings. Nessuna di queste era però una scelta sicura: la Rice non aveva mai fatto una campagna elettorale in vita sua, la Duckworth appartiene a una minoranza etnica (è di origini tailandesi) ed è un eroe di guerra (ha perso le gambe in Iraq) ma non aveva l’esperienza e lo spessore necessario, difetti che indebolivano fin dall’inizio anche le candidature della Bass e della Demings.

Nel girone infernale delle campagne elettorali americane occorreva poi tener conto del fatto che qualsiasi errore, dichiarazione imprudente o peccato di gioventù possono essere fatali per un candidato: Biden ha quindi scelto una persona già vivisezionata ripetutamente dagli avversari politici e dalla stampa durante le sue campagne elettorali precedenti in California e durante le primarie democratiche di qualche mese fa: non ha scheletri nell’armadio, neppure un ossicino.

La coppia Biden-Harris parte avvantaggiata nei sondaggi, grazie alla disastrosa gestione della pandemia da parte di Trump, ma sulla strada della Casa Bianca rimangono molte insidie. Per cominciare, si tratta di due politici vecchio stampo, che hanno parecchie cose da farsi perdonare.

Sono la risposta dell’establishment democratico a un partito i cui militanti ed elettori sono nettamente più a sinistra dei dirigenti, in particolare grazie allo sforzo titanico di Bernie Sanders, che nel 2016 e nel 2020, ha messo sul tappeto riforme veramente radicali per gli Stati Uniti, come un servizio sanitario nazionale che sostituisca le esose e inefficienti assicurazioni private individuali. La facile vittoria della deputata somalo-americana Ilhan Omar nelle primarie del Michigan di martedì su un avversario sostenuto dalla destra del partito è un segnale significativo. “The squad”, il quartetto di deputate di sinistra guidato da Alexandria Ocasio-Cortez tornerà alla Camera senza difficoltà.

Sanders ha imposto temi come la lotta alle disuguaglianze e la riduzione del bilancio militare di cui i democratici come la Clinton o Biden non avevano mai voluto sentir parlare nella loro lunghissima carriera (il candidato democratico alla presidenza ha 77 anni e fu eletto per la prima volta al Senato nel 1973). Biden e Kamala Harris sono arrivati fin qui profittando dell’isteria verso la criminalità che ha portato gli Usa ad avere tre milioni di persone in carcere e altri milioni in libertà vigilata: il primo come senatore e la seconda come procuratore generale della California, dove esibiva la sua determinazione nel combattere la criminalità non violenta.

Ora dovrebbero rappresentare milioni di giovani americani di colore che sono stati le prime vittime della violenza del sistema, finendo in carcere per comportamenti che in Europa al massimo si traducono in una multa, come il viaggiare senza biglietto sull’autobus. Perché i giovani ispanici o afroamericani dovrebbero votare per loro?

Per cacciare Trump, certo. Ma molti di loro ci penseranno due volte prima di fare lunghe file ai seggi nell’era del Covid-19. Non è detto, poi, che fisicamente possano votare. I repubblicani stanno facendo da anni una battaglia per rendere il voto quanto più difficile possibile e Trump ha già delineato la sua strategia sabotando in ogni modo il voto per posta. In Florida, Texas, Wisconsin e molti altri stati il voto per posta è stato reso più difficile, con il pretesto dei brogli a cui potrebbe dare origine.

La strategia di Trump è quella di delegittimare in anticipo un voto che sarà complicato da gestire a causa della pandemia: non a caso un paio di settimane fa ha proposto di rinviare le elezioni, cosa che non ha il potere di fare e che richiederebbe addirittura un emendamento costituzionale per prolungare il suo mandato.

La sua speranza è di mobilitare i suoi sostenitori (incredibilmente, conserva ancora la fiducia del 40% degli americani) e di sperare che una parte degli elettori democratici stiano lontani dai seggi, per apatia, sfiducia verso i candidati o anche solo per le difficoltà materiali nell’esprimere la loro preferenza. Le sue speranze di rubare un’altra vittoria stanno tutte qui.

* Fonte: Fabrizio Tonello, il manifesto

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