Clima. Il Pianeta distrutto dai ricchi: l’1% inquina il doppio dei poveri

Clima. Il Pianeta distrutto dai ricchi: l’1% inquina il doppio dei poveri

I ricchi stanno distruggendo il Pianeta a colpi di CO2. Ogni appartenente all’élite globale, l’1% più ricco della popolazione mondiale, emette ogni anno 74 tonnellate di biossido di carbonio, mentre coloro che fanno parte della metà più povera si fermano ad appena 0,69 tonnellate. I dati, che fanno riferimento al 2015, sono tratti dal rapporto «The Carbon Inequality Era», che Oxfam ha presentato ieri, in occasione dell’Assemblea generale della Nazioni Unite. L’organizzazione ambientalista internazionale lo ha realizzato in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, incrociando i dati relativi a reddito ed emissioni nel 1990, nel 2010 e nel 2015.

L’ANALISI È IMPIETOSA: come sappiamo, le emissioni annuali sono aumentate del 60% tra il 1990 e il 2015, ma non sapevamo che il 5% della popolazione più ricca ha determinato oltre un terzo (37%) di questo aumento, e che l’1% più ricco ha aumentato la propria quota di emissioni tre volte di più rispetto al 50% più povero della popolazione. In 25 anni, in pratica, l’1% più ricco della popolazione mondiale – pari a 63 milioni di abitanti, nei dati analizzati dai ricercatori – ha emesso in atmosfera il doppio di CO2 rispetto alla metà più povera del pianeta.

QUESTO SIGNIFICA che i poveri sono costretti a subire l’impatto dello stile di vita insostenibile di pochi milioni di persone, noi che voliamo low cost o consumiamo carne in ogni giorno dell’anno. «Lo stile di vita, di produzione e di consumo di una piccola e privilegiata fascia di abitanti del Pianeta sta alimentando la crisi climatica e a pagarne il prezzo sono i più poveri del mondo e saranno, oggi e in futuro, le giovani generazioni», commenta Elisa Bacciotti, responsabile campagne di Oxfam Italia.

I DATI PRESENTATI nel rapporto sono la dimostrazione che la disuguaglianza sta soffocando il Pianeta, ed è per questo che «ripartire dal vecchio modello economico, quello pre-Covid, iniquo e inquinante, non può essere un’opzione». conclude Bacciotti. Secondo Oxfam, «i governi devono cogliere l’opportunità di ridisegnare le nostre economie e costruire un futuro possibile e migliore, e possono farlo ponendo un freno alle emissioni dei più abbienti, investendo in settori a basso consumo di CO2. Allo stesso tempo è sempre più determinante che i leader mondiali raccolgano l’appello lanciato dal movimento Fridays for Future: milioni di persone che in tutto mondo il 25 settembre faranno sentire la propria voce in occasione della Giornata mondiale di azione per il clima, per chiedere un cambio di rotta alle istituzioni globali e ai governi».

IN ITALIA (E IN EUROPA) il primo banco di prova sarà Next Generation EU, il nuovo strumento temporaneo per la ripresa dotato di una capacità finanziaria di 750 miliardi di euro. Lo sottolinea anche Enrico Giovannini, portavoce di Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile), da oggi impegnata nella quarta edizione del proprio Festival: «La crisi ci offre l’irripetibile opportunità di scegliere un nuovo modello di sviluppo sostenibile per abbandonare quello che sta portando ad un punto di rottura gli attuali sistemi socio economici di fronte alla crisi climatica e la distruzione degli ecosistemi. Il Festival raccoglierà idee e proposte per progettare la transizione verso un nuovo paradigma, che sia giusto e inclusivo e che si basi sul principio di giustizia intergenerazionale. Spingere i decisori a creare un piano strategico per la ripresa e il futuro del Paese e dare voce ai giovani coinvolgendoli nelle scelte che li riguardano, sono i due pilastri fondamentali di questa edizione».

IL TEMPO A NOSTRA DISPOSIZIONE per frenare l’innalzamento delle temperature globali sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi è quasi scaduto, e con l’allentamento delle restrizioni imposte dalla pandemia di Covid-19 le emissioni di CO2 torneranno a crescere. «È essenziale perciò – sottolinea Oxfam – ridurre del 30% le emissioni globali per non esaurire, entro il 2030, la quota di emissioni massima che possiamo permetterci di produrre senza far aumentare la temperatura globale oltre 1,5 gradi centigradi. Questo implica una modifica profonda delle abitudini della fascia più ricca del Pianeta: oggi la disuguaglianza da CO2 è talmente profonda che, anche se il resto del mondo adottasse un modello a emissioni zero entro il 2050, il 10% più ricco potrebbe esaurire le sue riserve entro il 2033»

* Fonte: Luca Martinelli, il manifesto



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