Elezioni presidenziali Usa, la prospettiva di due mesi pericolosi

Si vota tra, esattamente, 60 giorni e la «guerra civile a bassa intensità» è in corso: ogni giorno si segnala un morto per mano della polizia, o uno scontro fra manifestanti, e, ogni giorno, arrivano i tweet di Trump contro Biden

Fabrizio Tonello * • 3/9/2020 • Internazionale • 239 Viste

Si vota tra, esattamente, 60 giorni e la «guerra civile a bassa intensità» è in corso: ogni giorno si segnala un morto per mano della polizia, o uno scontro fra manifestanti, e, ogni giorno, arrivano i tweet di Trump contro Biden «che non è dalla parte delle forze dell’ordine». La sceneggiatura di una campagna elettorale sul tema Law and Order, polizia contro teppisti, sicurezza contro saccheggi non è nuovo: i repubblicani lo usarono con successo già nel 1968 e nel 1988, vincendo in entrambi i casi.

Ma ciò che funzionava oltre mezzo secolo fa, funzionerà anche quest’anno? È possibile ma i fattori strutturali, quelli che dovrebbero essere determinanti nel voto del 3 novembre, vanno in direzione opposta. Non si può assolutamente escludere che nei prossimi due mesi una serie di rivolte urbane, un attentato, il crollo fisico di uno dei due candidati provochino spostamenti decisivi nella campagna elettorale. Si dice, per esempio, che Trump abbia avuto un microictus nel novembre scorso e Biden, di tanto in tanto, mostra i segni dell’età nei suoi discorsi in pubblico. Ma in assenza di eventi di questo tipo le elezioni presidenziali saranno decise da altri fattori.

PRIMO: TRUMP era, ed è, un presidente di minoranza, eletto raccogliendo tre milioni in meno di voti rispetto a Hillary Clinton. Il suo consenso tra gli americani non ha mai superato il 45%, neppure per un giorno.

SECONDO, la sua gestione dell’epidemia è stata disastrosa, i suoi messaggi falsi o incoerenti, i suoi tentativi di minimizzare un dramma che ha già provocato oltre 180.000 morti continuano. Le conseguenze di questo comportamento irresponsabile e criminale sono penetrate solo lentamente nell’opinione pubblica americana ma oggi i cittadini vedono amici e parenti colpiti dal morbo anche negli stati più fedeli a Trump, come Texas, Iowa e Wyoming: non basterà definire il Covid-19 «virus cinese» per evitare che l’opinione pubblica si faccia delle domande.

TERZO, il presidente in carica è per ora lontano dal candidato democratico nelle intenzioni di voto. Oggi Biden ha nei sondaggi un vantaggio di 11 punti percentuali (52% contro 41%), una fotografia che è certamente destinata a cambiare: il margine fra i candidati si restringe sempre molto alla vigilia dell’Election Day. Un vantaggio così consistente è però improbabile svanisca del tutto. Un numeroso gruppo di elettori consultati settimanalmente dalla University of Souther California afferma di essersi pentito di aver votato per Trump nel 2016 e di aver deciso, fin qui, di sostenere Biden. Questo gruppo corrisponderebbe al 9% degli elettori repubblicani di quattro anni fa, una perdita estremamente consistente.

QUARTO, TRUMP sta perdendo il sostegno di importanti pezzi della coalizione che lo ha fortunosamente eletto nel 2016. Per esempio, tra gli ispanici il suo consenso è calato di dieci punti: dal 35% al 25%. Tra le donne che abitano nelle zone rurali, che nel 2016 votarono massicciamente per lui, la perdita è altrettanto secca: 10 punti in meno. Una costituency determinante per il risultato finale sono gli elettori dei sobborghi residenziali: quegli esponenti della classe media, in genere laureati, a cui le promesse di riduzione delle tasse e di mantenimento dell’ordine pubblico sono sempre piaciute. Quest’anno, però, Biden ha un ampio margine anche fra loro: il 53% contro il 40% delle intenzioni di voto, naturalmente grazie alle donne che da molti anni sono il vero pilastro della coalizione democratica.

QUINTO: la politica del soffiare fuoco delle divisioni e perfino delle violenze razziali può certo compattare la parte più militante della base repubblicana e attirare gli estremisti di destra disposti a tutto. Ma il rovescio della medaglia di questa strategia è la mobilitazione altrettanto importante di neri e ispanici, settori della popolazione che normalmente votano poco ma che quest’anno, insieme ai giovani di tutte le razze, sembrano decisi a far sentire il loro peso non solo in piazza ma anche nelle urne.

INFINE, occorre guardare al luogo decisivo per la scelta del prossimo inquilino della Casa Bianca: il collegio elettorale dove avviene l’elezione vera e propria. Nel 2016 Trump vinse perché conquistò i pacchetti di delegati di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania grazie a un pugno di voti, oltre a prevalere in altri stati tradizionalmente oscillanti nella loro affiliazione politica come Ohio e Florida. Quest’anno dovrebbe ripetere esattamente la stessa performance perché la perdita anche solo di due di questi stati gli costerebbe la rielezione. Ora, non solo Biden è in vantaggio ovunque, sia pure con margini ristretti, ma i democratici puntano ad avere la maggioranza anche i stati solidamente repubblicani come Arizona, Georgia e North Carolina. La strada di Trump è quindi piuttosto in salita.

* Fonte: Fabrizio Tonello, il manifesto

ph by Alisdare Hickson from Canterbury, United Kingdom / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)

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