I funerali di Willy a Paliano, il silenzio e la speranza di giustizia

 Alla cerimonia hanno partecipato il premier Conte che ha chiesto «pene certe e severe» e il presidente della Regione Lazio Zingaretti

Giuliano Santoro * • 13/9/2020 • Copertina • 212 Viste

PALIANO. Willy Monteiro Duarte torna a casa e c’è tutto il paese a guardare atterrito. La macchina grigia che trasporta il feretro, due volanti della polizia locale davanti e due dietro, si muove discreta lungo la prima corsia dell’autostrada Roma-Napoli. Poi devia per Colleferro e percorre i 10 chilometri che conducono oltre il confine con la Ciociaria e la provincia di Frosinone e che dallo svincolo conducono al campo sportivo che si trova ai piedi del paese di Paliano.

LUNGO LA STRADA ALBERATA si radunano capannelli e si affacciano famiglie: l’aspettano centinaia di persone composte e silenziose. Si assestano ai crocevia, sbucano dalle traverse, cercano di approfittare dell’ombra alla pensilina di una pompa di benzina. Sanno che difficilmente riusciranno ad entrare nel perimetro del terreno di gioco che ospiterà la cerimonia. Soprattutto hanno colto l’invito a tenere l’emozione alta e il profilo basso formulato nei giorni scorsi dalla famiglia del ventunenne ucciso nella notte tra sabato e domenica scorsi.

COSÌ QUESTO CORRIDOIO spontaneo accoglie la macchina che arriva poco prima delle 10 dalla camera ardente del policlinico di Tor Vergata. Quando la salma fa l’ingresso tra gli applausi nel recinto, il funerale religioso può iniziare, celebrato da Mauro Parmeggiani, vescovo della diocesi di Tivoli e Palestrina. Dentro, i 1.300 posti assegnati a distanza di sicurezza sono pieni già da due ore. Ci sono i genitori della vittima, Armando e Lucia con la sorella Milena. In questi giorni hanno parlato il meno possibile. Lo stesso hanno chiesto di fare per questa cerimonia: nessuna telecamera, tanto meno dirette digitali e catene social. Arrivano il presidente del consiglio Giuseppe Conte, il presidente della regione e segretario del Pd Nicola Zingaretti, la ministra dell’interno Luciana Lamorgese. Ci sono gli amici di Willy, che saranno anche gli ultimi a uscire, e c’è anche una delegazione della squadra di calcio della Roma, la formazione in cui Willy sognava di giocare, guidata dal campione del mondo Bruno Conti.

FUORI, L’EMOZIONE e la voglia di partecipare sono molte ma si accetta di seguire a distanza. La gente è alla ricerca di ombra, di un punto da cui osservare e ascoltare. In ogni caso non riesce a star ferma, ha bisogno di muoversi attorno al recinto.

Si forma un corteo spontaneo di persone che camminano alla spicciolata e circondano il campo sportivo, col borgo sullo sfondo, in mezzo le villette a schiera. È una specie di pellegrinaggio senza reliquie, un moto circolare di uomini e donne in maglietta bianca, colore chiesto dai genitori di Willy per testimoniare solidarietà e candore.

Ogni tanto c’è chi si toglie la mascherina per farsi riconoscere e salutare qualcuno. Anche molti dei capoverdiani di Roma e del Lazio sono rimasti fuori: più tardi si muoveranno verso la casa della famiglia Monteiro Duarte, a far sentire il loro appoggio. Oggi si metteranno di nuovo in cammino, arriveranno in treno a Colleferro per incontrarsi alle 14 nei giardini in cui Willy è stato ucciso. È una comunità relativamente piccola e concentrata nella capitale quella dei capoverdiani. In tutt’Italia sono 12mila, dei quali 6mila vivono a Roma: una storia che risale agli anni settanta, prima che dalle nostre parti arrivassero veri e propri flussi migratori.

LA PRESENZA DEI CAPOVERDIANI è legata alla filiera delle missioni cattoliche e della parrocchie che fungeva da ufficio di collocamento soprattutto per il lavoro di cura. Se c’è qualcosa che accomuna questo popolo variopinto eppure biancovestito è la parola «giustizia».

CIRCOLA DI BOCCA IN BOCCA, viene invocata nei cartelli appesi dentro i bar e sui cancelli delle villette. Ma la «giustizia» in ogni contesto viene declinata in forma diversa, quando non contraddittoria. Secondo l’omelia di monsignor Parmeggiani, Willy era «un ragazzo che è morto nel segno del rispetto per gli altri e dell’impegno per loro, lontano dall’indifferenza. Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici». «La speranza è nella giustizia divina» dice il monsignore adempiendo all’atto di fede che gli compete e spostando tutta questa vicenda oltre le soglie dei rapporti materiali.

Ma la violenza che ha ucciso il ventunenne è al tempo stesso percepita come aliena e intuita come quotidiana, appare mostruosa e incomprensibile eppure sembra di scorgerla dietro l’angolo: non pare mossa da razzismo ideologico ma vi si scorge quello strutturale, subdolo e innato. Per questo, il pestaggio letale e in fondo velocissimo che ha ucciso Willy ha bisogno di essere elaborato, discussa, esorcizzata anche in forme estreme e indigeste, politicamente scorrette.

AL DI LÀ DEL RECINTO, la «giustizia» si fonde con la realtà concreta. Si incontrano gli spettri più inquietanti e lugubri della giustizia terrena che vengono evocati ad alta voce da alcuni di quelli che seguono la cerimonia col binocolo. È uno spaccato di quello che è successo nei giorni scorsi, della corsa a invocare vendette truculente contro i presunti assassini e a sbrogliare la matassa del delitto di Colleferro con la giustizia sommaria. In alcuni capannelli si millanta conoscenza dei codici d’onore carcerari, qualcuno assicura che verrà loro resa la pariglia. Altri, ecco l’altro grande classico del senso comune di questi anni, si dicono certi che nessuno pagherà e che nel giro di pochi saranno «tutti fuori».

Giuseppe Conte invita amici e conoscenti che erano lì quella sera a testimoniare, si augura una pena «certa». Lo stesso farà Salvini qualche ora dopo, pur sostenendo che Willy aveva solo «16 anni» e dunque mostrandosi poco attento, per una volta, ad un fatto di cronaca.

ZINGARETTI ANNUNCIA che l’amministrazione regionale pagherà le spese legali della famiglia. Parmeggiani ci tiene a dire che «le carceri devono essere ambienti di riabilitazione» e che non ci sono scorciatoie per elaborare l’orrore di questa morte. «Nei prossimi giorni non bisogna dimenticare o magari accontentarci di intitolare qualche targa a Willy», dice il prelato.

Che non manca di ricordare la responsabilità collettiva: «Davanti a questa bara ci sentiamo tutti sconfitti». Da questa sconfitta, dal modo in cui questa gente e il paese riusciranno a fare i conti con questo caso di cronaca, si capirà se il sacrificio di Willy Monteiro Duarte è servito a qualcosa.

* Fonte: Giuliano Santoro, il manifesto

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