Arabia Saudita. Donne e bambini in lotta per i diritti umani

Mentre il G20 affida a Riyadh la gestione del Women20 Summit, Hatice Cengiz, la fidanzata del giornalista Khashoggi, denuncia Mohammed bin Salman a una corte di Washington

Chiara Cruciati * • 22/10/2020 • Crimini di stato e impunità, Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 228 Viste

Un’associazione in Europa svela la mancata applicazione del decreto che vieta la pena capitale per i minorenni

Nella grande distopia che è l’Arabia saudita e il suo riconoscimento nel consesso internazionale come interlocutore plausibile su temi quali i diritti umani, succede che il G20 gli affidi il Women20Summit, enorme spazio di dibattito (quest’anno virtuale) per oltre 80 esperti di diritti delle donne, membri di organizzazioni no profit, compagnie private e università. Il summit è iniziato martedì e si concluderà oggi con l’obiettivo dichiarato di «incoraggiare l’eguaglianza di genere e l’empowerment economico delle donne».

Sembrerebbe una barzelletta se la situazione delle donne saudite non fosse drammatica, tra il sistema del guardiano che impedisce una vita libera e scelte indipendenti, la discriminazione strutturale sul piano politico, sociale ed economico e la detenzione delle attiviste più note ed esposte della monarchia.

E MARTEDÌ È STATA un’altra donna a scuotere Riyadh. Hatice Cengiz, la fidanzata del giornalista Jamal Khashoggi ucciso nel consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018, martedì ha denunciato – insieme alla Democracy for the Arab World Now – a una corte distrettuale di Washington il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) per l’omicidio.

Lo accusano di aver ordinato il rapimento, la tortura, l’uccisione e lo smembramento del corpo di Khashoggi: «Gli accusati vedevano nelle azioni di Khashoggi negli Stati uniti (lavorava per il Washington Post, ndr) – si legge nella denuncia – una minaccia esistenziale ai loro interessi».

UNA TEORIA BEN DIVERSA da quella spacciata dalla petromonarchia che ha sempre negato un coinvolgimento sebbene gli esecutori fossero uomini della ristretta cerchia di MbS. A completare l’insabbiamento è stato un processo farsa che a inizio settembre ha condannato otto cittadini sauditi (senza nome) a pene tra 10 e 20 anni.

Sembra bastare all’amministrazione Trump che non ha mai messo in discussione i rapporti con Riyadh e ha sempre bloccato con il veto i tentativi del Congresso di sospendere le forniture di armi agli alleati sauditi, nonostante i rapporti della Cia abbiano indicato nei vertici della monarchia i mandati dell’omicidio.

È, infine, di lunedì scorso la denuncia della European Saudi Organization for Human Rights, stavolta intorno al destino di almeno 13 minorenni (ora o al momento dell’arresto) nel braccio della morte nonostante il decreto reale dello scorso aprile, firmato da re Salman, cancelli la pena di morte per bambini e adolescenti e limiti a dieci anni il periodo di detenzione nelle carceri minorili.

Secondo l’avvocato di uno di loro, Ali al-Nimr, 17enne al momento dell’arresto nel 2012 con l’accusa di terrorismo per aver preso parte a proteste anti-governative (come altri ragazzini condannati alla pena capitale), «il decreto non è mai stato pubblicato». Solo firmato, a beneficio degli alleati che cercano di far passare Mohammed bin Salman, reggente de facto, come governante illuminato e riformatore

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

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