I sommersi e i non salvati

Le lettere-denuncia spedite da due detenuti testimoni hanno finalmente spinto la procura di Modena ad aprire una inchiesta bis sulla morte (evitabile?) di uno dei 13 reclusi morti durante e dopo le rivolte di inizio marzo

Lorenza Pleuteri * • 22/10/2020 • Carcere & Giustizia, Contenuti in copertina • 315 Viste

Salvatore “Sasà” Piscitelli poteva e doveva essere salvato? Quale medico ha dato il nulla osta al trasferimento dal carcere di Modena al carcere di Ascoli? Ha controllato in che condizioni era o ha firmato l’ok al viaggio senza dargli nemmeno un’occhiata? E chi è il dottore lo ha visitato all’arrivo nell’istituto marchigiano, sempre che sia stato visitato, spedendolo dritto in cella e non in ospedale? Possibile che nessuno si sia accorto che, come è emerso, da ore stava malissimo e non si reggeva in piedi? È vero che è stato picchiato, lui come altri?

Le lettere denuncia spedite da due detenuti testimoni (pubblicate dall’agenzia AGI e dal blog giustiziami.it) hanno spinto la procura di Modena ad aprire una inchiesta bis sulla fine tragica (ed evitabile?) del quarantenne saronnese, uno dei 13 reclusi morti durante e dopo le rivolte di inizio marzo.

La pm Lucia De Santis ha affidato le indagini supplementari alla Squadra Mobile della cittadina emiliana, a oltre sette mesi dai fatti. La conclusione è che Salvatore Piscitelli sia morto per overdose di metadone e di psicofarmaci, razziati nell’infermeria della casa di reclusione messa a ferro e fuoco durante a sommossa. Ma i risultati dell’autopsia non rispondono a tutti i quesiti aperti dall’inizio e agli interrogativi via via formulati.

Gli investigatori hanno cominciato ad approfondire i contenuti delle due missive, concordi sui punti cardine, convocando e sentendo le due giornaliste che hanno raccolto e divulgato i drammatici racconti di chi ha incrociato Sasà nelle ultime ore di vita. Poi cercheranno riscontri (o smentite). «Lui stava malissimo – scrive un detenuto, con errori di grammatica e ortografia tolti dalla trascrizione – ed è stato anche picchiato sull’ autobus. Quando siamo arrivati ad Ascoli, non riusciva a camminare». «Quando ci hanno scaricato – incalza l’altro, che teme ritorsioni, per aver parlato – lo hanno trascinato fino alla cella. Lo hanno buttato dentro come un sacco di patate… Hanno picchiato di brutto. A Modena era troppo debole. Non è riuscito a resistere a quelle botte. Forse ha preso qualcosa. Solo Dio lo sa. Medicinali. Lui è morto ad Ascoli Piceno».

Assieme a loro due e a Sasà c’erano altri 38 detenuti (stando all’agenzia ANSA), potenziali testimoni. Alla Mobile in questi giorni decideranno se provare a rintracciarli e interrogarli tutti (qualcuno, nel frattempo, è tornato in libertà) o se cercare solamente i due che si sono esposti con le lettere. Si dovrà recuperare il tempo perso, riempiendo i troppi vuoti, garantendo quello che fino a oggi pare non sia stato fatto da magistratura, forze di polizia, autorità carcerarie: sentire a verbale le persone che sono state a contatto con Sasà e gli altri 12 detenuti deceduti, cioè decine di compagni di galera e di viaggio.

Intanto, gli investigatori stanno raccogliendo la documentazione necessaria per inquadrare l’accaduto anche alla luce di leggi e regolamenti e per accertare se ci siano state omissioni e sottovalutazioni, se non abusi e violenze.

Che cosa prevedono le norme che disciplinano visite mediche e trasferimenti? Quali doveri hanno i medici penitenziari, le direzioni degli istituti, il personale delle scorte? Si sono attenuti agli obblighi, a Modena e Ascoli, o la criticità della situazione ha fatto saltare ogni regola? E come mai non si è capito che Sasà aveva assunto metadone e chissà che altro, sostanze rubate da altri detenuti durante la rivolta? Le botte, sempre che ci siano state, hanno aggravato le condizioni fisiche dell’uomo? Perché non è stato soccorso prima? A chi toccava farlo?

Nelle prossime settimane si capirà se e quanto procura e polizia vogliano andare in profondità, richiamando in causa anche chi è rimasto nelle retrovie sperando che la parola “overdose” bastasse a chiudere il caso (medici di case di reclusione e 118, operatori responsabili della custodia di metadone e psicofarmaci, personale della polpenitenziaria impiegato nelle scorte, funzionari regionali cui fanno capo la sanità penitenziaria e il trattamento delle tossicodipendenze, provveditorati…).

Il fascicolo bis sulla morte di Salvatore Piscitelli – per omicidio colposo, pare di capire – è destinato a confluire in quello che venne aperto ad Ascoli per poter effettuare l’autopsia e poi fu trasmesso a Modena per competenza territoriale. Entrambi al momento sono contro ignoti.

A Modena si indaga pure sul decesso di altri tre detenuti trasferiti dopo saccheggi e devastazioni (a Verona, Alessandria, Parma) e di cinque spirati nel carcere cittadino, per tre si procede a Rieti, per uno a Bologna. La procura del capoluogo emiliano ha chiuso le indagini con una richiesta di archiviazione, generica, priva di dettagli. Non è dato sapere se il garante nazionale dei detenuti, dichiaratosi persona offesa, abbia fatto o meno opposizione. Lui e gli altri referenti istituzionali coinvolti a vario titolo continuano a trincerarsi dietro il segreto istruttorio o il silenzio assoluto, anche sui profili amministrativi, gestionali, politici. Il ministero di Giustizia, dall’inizio avaro di notizie e di trasparenza, non ha ancora risposto a una interrogazione urgente presentata il 9 settembre 2020 da Franco Mirabelli e altri tre senatori del Partito Democratico.

* Giornalista

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