Mali, finalmente liberati due ostaggi italiani e una cooperante francese

Insieme alla cooperante francese Sophie Pétronin e al politico maliano Soumaila Cissé tornano in libertà il missionario Pierluigi Maccalli e Nicola Chiacchio, già rientrati in Italia

Stefano Mauro * • 10/10/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 348 Viste

Roma e Parigi ringraziano il nuovo governo di Bamako. Trattative sbloccate dopo il rilascio di oltre cento miliziani jihadisti

Nella notte di giovedì sono stati finalmente liberati gli ostaggi nelle mani del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) – la principale alleanza jihadista legata ad al-Qaeda guidata da Iyad Ghali – che deteneva uno dei principali leader politici maliani, Soumaila Cissé dallo scorso 25 marzo, la 75enne cooperante francese Sophie Pétronin, rapita nel dicembre del 2016, e due ostaggi italiani: il missionario Pierluigi Maccalli e Nicola Chiacchio.

PADRE PIERLUIGI MACCALLI, sacerdote della Società delle missioni africane (Sma), era stato rapito il 18 settembre 2018 nel sud-ovest del Niger, vicino al confine con il Burkina Faso, dove sono attivi numerosi gruppi jihadisti, mentre Nicola Chiacchio era scomparso pochi mesi dopo in Mali, dove si trovava, molto probabilmente, per turismo.

Lo scorso 6 aprile il quotidiano Avvenire aveva annunciato che i due ostaggi italiani erano vivi, facendo riferimento a un breve video diffuso dai media nigerini – tra cui il sito Air Info Agadez – nel quale i due uomini, con la barba lunga e vestiti con abiti tradizionali, dichiaravano la propria identità e nazionalità, indicando come data di registrazione il 24 marzo.

Soddisfazione da parte del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che su Twitter ha ringraziato «il lavoro della nostra intelligence, in particolare l’Aise, e tutti coloro che hanno lavorato per riportarli a casa».

I due ostaggi sono stati ricevuti ieri a Ciampino dal premier Giuseppe Conte e da Di Maio. Poi sono stati sentiti dai magistrati che avevano aperto un fascicolo per «sequestro con finalità di terrorismo». Una liberazione che ha «vissuto momenti di incertezza» e che è stata efficace grazie alla collaborazione tra «l’intelligence maliana e i servizi francesi e italiani» come ha dichiarato Ousmane Issoufi Maiga, capo dell’unità di crisi alla presidenza del Mali.

IL QUADRUPLO RILASCIO scioglie il clima di tensione causato dalla decisione delle autorità maliane, lo scorso weekend, di liberare oltre cento militanti jihadisti. Mossa che aveva di fatto alimentato le aspettative di un imminente scambio. La liberazione degli ostaggi rientra, infatti, nel rilancio del dialogo di unità nazionale – soprattutto per quanto riguarda la liberazione di Soumaila Cissé – e dei primi negoziati con parte delle fazioni legate alla galassia jihadista presente in tutta l’area del Sahel, in particolare con lo Jnim che deteneva tutti gli ostaggi.

UN SUCCESSO soprattutto per il nuovo governo di transizione in Mali, a pochi giorni dalla revoca dell’embargo da parte della Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao) e dal pieno riconoscimento internazionale di Bah N’Daw come presidente ad interim e della nomina di Moctar Ouane come primo ministro, dopo il golpe del 18 agosto contro l’ex presidente Ibrahim Boubacar Keita.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha ringraziato «le autorità del Mali per questa liberazione», ribadendo «il sostegno della Francia a Bamako nella lotta contro il terrorismo nel Sahel» con gli oltre 5mila militari francesi della missione Barkhane.

SULLA STESSA LINEA le dichiarazioni del rappresentante per il Mali delle Nazioni unite, Mahamat Saleh Annadif, riguardo al fatto che «la transizione rappresenta un’opportunità di cambiamento per il popolo del Mali, per tirare fuori il paese da questo ciclo infernale legato al jihadismo».

Nel riconfermare la ripresa delle operazione congiunte della missione Minusma, con 14mila caschi blu, Annadif ha aggiunto che «la pace, la sicurezza e la stabilità in Mali sono essenziali per tutta l’Africa occidentale, visto che la violenza jihadista si è diffusa in tutto il Sahel».

* Fonte: Stefano Mauro, il manifesto

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