Nagorno-Karabakh. La nuova guerra di Erdogan, Sultano della Nato

La guerra del Nagorno-Karabakh può durare perché il conflitto tra le due ex repubbliche sovietiche, iniziato prima del crollo del Muro di Berlino e della fine della stessa Urss, sta diventando un crocevia geopolitico molto affollato di interessi tra cui quelli energetici sui gasdotti e il coinvolgimento, oltre che di Mosca e Ankara, di attori regionali come l’Iran e la Georgia

Alberto Negri * • 4/10/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 445 Viste

Perché l’incancrenito e remoto conflitto tra armeni e azeri nel Nagorno Karabakh diventa improvvisamente una questione internazionale anche se quasi nessuno, in primo luogo la Russia, avrebbe voluto che questo accadesse?

La realtà è che il Sultano della Nato Erdogan ha una nuova guerra – dopo la Siria, la Libia e la battaglia del gas nel Mediterraneo orientale – al servizio delle sue ambizioni di espansione neo-ottomana a spese dell’influenza della Russia in Armenia e nel Caucaso: e questo, nonostante gli appelli alla tregua europei e del Gruppo di Minsk (Usa- Francia-Russia) respinti da Baku, è un risvolto che non dispiace troppo gli Stati Uniti e certi settori dell’Alleanza Atlantica. Vedremo, ma c’è da dubitarne, se avrà qualche effetto la telefonata di Macron al presidente azero Ilham Aliev per esortarlo al cessate il fuoco.

È da ricordare che Macron alla vigilia dell’ultimo vertice europeo aveva annunciato che i jihadisti siriani manovrati dalla Turchia erano affluiti a Baku dalla città turca di Gaziantep, raccomandando alla Nato di «monitorare» il comportamento di Ankara. Quanto all’Unione europea non ha gli strumenti per convincere le parti a interrompere le ostilità mentre gli scontri sono esplosi violentissimi con bombardamenti su Stepanakert, la città armena più importante. Bruxelles anzi fa un pò sorridere, certo amaramente, perché assesta sanzioni alla triste Bielorussia di Lukashenko (oltre che alla Russia) ma non è assolutamente in grado di imporle alla Turchia, che foraggia di armi Baku e invia al fronte battaglioni di jihadisti, e tanto meno a Israele che manda i droni in aiuto di Aliev, al punto che l’Armenia ha ritirato per protesta l’ambasciatore da Tel Aviv. Insomma il solito doppio standard della politica estera occidentale.

La guerra del Nagorno Karabakh può durare perché il conflitto tra le due ex repubbliche sovietiche, iniziato prima del crollo del Muro di Berlino e della fine della stessa Urss, sta diventando un crocevia geopolitico molto affollato di interessi tra cui quelli energetici sui gasdotti e il coinvolgimento, oltre che di Mosca e Ankara, di attori regionali come l’Iran e la Georgia. E ora anche di quello di Israele che da anni intrattiene stretti rapporti con l’Azerbaijan di Aliev: a Baku lo stato ebraico non fornisce soltanto armi in cambio di petrolio ma si serve dell’Azerbaijan come punto di osservazione dell’intelligence per tenere d’occhio la repubblica islamica iraniana dove è bene ricordare il 20-25% della popolazione è di origini azere.

Finora la Turchia aveva sempre sostenuto le rivendicazioni dell’Azerbaijan sul Nagorno Karabakh, a maggioranza armena, ma il governo azero aveva controbilanciato questa posizione acquistando la maggior parte delle sue armi dalla Russia. I combattimenti del luglio scorso, che avevano infiammato i nazionalisti azeri, a stento tenuti a bada da Aliev, hanno cambiato il delicato status quo che al Cremlino non dispiaceva. Mosca è alleata dell’Armenia ed entrambi fanno parte del Trattato di sicurezza collettiva, un’alleanza militare che obbligherebbe la Russia a intervenire in caso di aggressione contro il territorio armeno. Putin, che si scontra e si confronta con Erdogan in Siria e in Libia, pur restando il maggiore fornitore di gas della Turchia, tutto avrebbe voluto tranne che una guerra in Caucaso dove si mantiene in posizione da equilibrista tra Erevan, Baku e la Turchia stessa. Senza contare che il coinvolgimento israeliano lo imbarazza ancora di più, visti i rapporti ben oliati con Netanyahu di cui tollera le incursioni dell’aviazione israeliana in Siria contro Iran e Hezbollah. Erdogan per ora non molla la presa sul Caucaso. «Saremo al fianco dell’Azerbaigian fino alla fine dell’occupazione armena. L’Azerbaigian non si fermerà fino a quando l’Armenia non ritirerà le sue truppe», ha proclamato il presidente turco.

Posizione ribadita dal suo ministro degli esteri Cavusoglu alla conferenza stampa con Di Maio alla Farnesina: «Se in Nagorno Karabakh la situazione non si risolvesse noi daremmo il nostro appoggio a Baku e nessuno potrebbe dire nulla». E infatti il nostro ministro non ha potuto fare altro che «esprimere preoccupazione»: la Turchia ci ospita in Tripolitania, si occupa della nostra sicurezza in una zona dove abbiamo interessi preminenti oltre alla crisi dei profughi, e anche sul conflitto del gas nel Mediterraneo con Grecia e Cipro l’Italia preferisce una posizione mediana. Forse un giorno avremo una politica estera: per ora sembra che non ci serva, sono altri i protagonisti: contiamo poco in Libia, nel cortile di casa, figuriamoci se ci andiamo a impicciare del remoto Nagorno Karabakh.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto

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