Napoli. Dopo la rabbia in piazza, De Luca fa retromarcia e cancella il lockdown

Il governatore campano fa marcia indietro. «Diventa improponibile realizzare misure restrittive in una sola regione»

Adriana Pollice * • 25/10/2020 • Politica & Istituzioni, Salute & Politiche sanitarie • 333 Viste

L’annuncio del lockdown in Campania aveva provocato venerdì notte una sommossa popolare. «È stata la camorra»: la frase con cui spesso si liquida la realtà socioeconomica di Napoli e della Campania. Una folla di persone si è riversata dal centro storico verso il palazzo della regione per protestare, lanci di bottiglie, cassonetti incendiati. Erano scene di rabbia certamente. Due trentenni del quartiere Vasto sono stati condannati ieri per direttissima, hanno precedenti per spaccio. Una parte dei manifestanti si è mossa in gruppo. La Digos sta visionando le immagini delle telecamere. La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha parlato di «attacchi preordinati». E il Comitato per l’ordine e la sicurezza: «Emersa la presenza di componenti estranee alle ragioni della protesta, attive in azioni violente preordinate».

I LAVORATORI dello spettacolo, Si Cobas, Carc, la lista 7 novembre ieri pomeriggio hanno protestato davanti la sede napoletana di Confindustria: «Non siamo contro il lockdown – hanno spiegato – ma deve essere a salario pieno per lavoratori e disoccupati. Ci vuole una patrimoniale del 10% per i ricchi». Fumogeni e lancio di uova con vernice, è partita la carica della polizia. La protesta è diventata un corteo con una seconda carica a piazza Amedeo. Stasera alle 22 nuova protesta dei commercianti al Vomero.

Marcia indietro di Vincenzo De Luca ieri: niente lockdown in Campania. Il presidente della regione si è adeguato alle decisioni del governo. Riunione della Conferenza Stato – Regioni con i ministri Roberto Speranza e Francesco Boccia. Dall’esecutivo si è ribadito il no a «drastiche misure restrittive a livello nazionale». Così De Luca ha dovuto cedere: «Diventa improponibile realizzarle in una sola regione». Ma il governatore ha comunque tenuto una linea autonoma: chiusura dei locali alle 23 in Campania e non alle 18 («In assenza di una misura restrittiva generale non ha senso mettere in ginocchio intere categorie»); didattica a distanza al 100% e non al 75%.

AI MINISTRI ha poi detto: «L’area metropolitana di Napoli dovrebbe essere zona rossa. Serve il controllo militare dopo le 23, dal governo arrivino misure drastiche». Ha poi chiesto di inserire nel dpcm congedi parentali, bonus per l’acquisto di Pc, una moratoria di tre mesi per i pagamenti ai fornitori e per i prestiti bancari. E ancora: il rilascio di permessi a costruire in via informatica, la stipula di contratti con i privati accreditati per l’incremento di posti letto, un piano socio economico a sostegno di famiglie, imprese e pensionati.

«Solidarietà alle forze dell’ordine» è stata la frase più ripetuta nei commenti di ieri. Chi erano i napoletani scesi in strada venerdì notte? Difficile censire una folla ma alcune persone si sono raccontate. C’erano le donne che fanno le pulizie a nero nelle case dei quartieri borghesi, 20 euro per volta. Durante la Fase 1 non hanno lavorato e molte non hanno ripreso perché nelle famiglie si teme il contagio, soprattutto dai quartieri del centro storico che nella Fase 2 hanno i picchi di casi. C’erano molti ragazzi che fanno i baristi, spesso a nero, 100 euro a settimana. Anche per loro il timore è rimanere a casa senza reddito.

PICCOLE ATTIVITÀ commerciali cresciute con il boom del turismo: pizzerie, trattorie, bar, negozi di souvenir e artigianato, b&b. La pandemia ha spazzato via le loro attività. A maggio hanno provato a riaprire ma i turisti sono quasi spariti portandosi via la maggior parte degli incassi. Alcuni, poi, hanno subito un’ulteriore riduzione perché, soprattutto nei vicoli, non c’è la possibilità di mettere i tavolini per lavorare in base alle norme anti Covid. Peggio è andata a quelli che fatturavano con università e uffici: tra rientri posticipati, didattica a distanza e smart working è stata una catastrofe. Spesso si tratta di attività a conduzione familiare, il fallimento trascina l’intero nucleo.

SECONDO EUROSTAT la Campania è la prima regione in Europa per il rischio povertà con un tasso del 41,4%. Save the children: quasi 2 bambini su 5 sono in povertà relativa e solo il 3,6% frequenta l’asilo nido. La nostra regione è penultima per spesa sociale per famiglie e minori in Italia: 62 euro pro capite. Questo prima della pandemia. La ministra Azzolina dice che il tasso di abbandono scolastico in Campania è del 18% e per questo bisogna tenere le scuole aperte. Riaprirle e basta non colma il gap. Cosa è successo con il Covid lo spiega la Guardia di finanza: «Nel periodo marzo-agosto il valore dei proventi usurari sequestrati è più che raddoppiato. Si diffondono nuove tecniche come il “prestito che sembra beneficenza”».

«Anche chi ha un contratto – spiega Chiara Capretti dell’Ex opg Je so’ pazzo – spesso lavora in grigio con meno ore dichiarate. Così si è ritrovato con una cassa integrazione da fame che non è arrivata. Poi c’è il lavoro nero. Non hanno avuto il bonus spesa e neppure il reddito di emergenza, la ripresa economica non è arrivata. Cosa urlavano? “Se ci chiudi ci paghi”». E Salvatore Prinzi: «C’è una maggiore vicinanza e scambio fra sottoproletariato (quelli che vivono ai margini, di espedienti) e piccola borghesia (quelli che possiedono mezzi di produzione autonomi). Si passa spesso dall’una all’altra categoria, mantenendo però quel radicamento sociale e l’attitudine al conflitto»

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto

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