Verso il lockdown anche in Italia: «Serve un altro ingrediente»

Il Dpcm non basta. La curva epidemiologica non si abbassa, Lombardia in testa. Per Arcuri ci vuole una stretta: spostarsi «il meno possibile», ma difende l’apertura della scuola

Andrea Capocci * • 30/10/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 163 Viste

Nonostante tre Dpcm in poche settimane, la curva epidemica non si abbassa. I positivi in 24 ore sono stati 26.829, circa duemila più di ieri. I decessi sono stati 217 e il totale ha superato le 38 mila unità. In terapia intensiva ci sono 115 pazienti in più e ora sono 1.651. Per la prima volta, il numero di test eseguiti supera quota 200 mila. Sale al 22,5% la percentuale di tamponi positivi sui nuovi casi testati: quasi uno su quattro.

LA LOMBARDIA con oltre settemila casi è sempre la regione con più casi. A Milano si registrano oltre duemila chiamate al 118 in 24 ore. In sette ospedali del milanese si registrano «situazioni critiche di iper-afflusso». In proporzione alla popolazione, la situazione della Campania è simile: più di tremila casi nella regione, tasso di test positivi identico nelle due regioni e vicinissimo al 30%. Tra le regioni più grandi, solo il Lazio mantiene il rapporto tra positivi e test sotto il 10%. Secondo l’assessore regionale D’Amato il 62% dei casi viene trovato attraverso lo screening, «il doppio rispetto alla media nazionale». Ma questo non impedisce al Lazio di essere la seconda regione dopo la Lombardia per pazienti ricoverati in terapia intensiva.

L’ipotesi di un nuovo lockdown, magari più morbido rispetto a marzo, è sempre più concreta. Qualcuno inizia a fare i calcoli su quanto dovrebbe durare. Secondo la fondazione Gimbe, chiudendo i luoghi di lavoro e limitando la mobilità per un mese l’indice Rt scenderebbe del 42%, tornando al di sotto della soglia di sicurezza fissata a 1 dall’attuale 1,5. Chiudendo anche le scuole e vietando di uscire di casa, lo stesso risultato sarebbe raggiunto in due settimane e dopo un mese l’indice Rt sarebbe dimezzato. «Peraltro – spiega il presidente della fondazione Cartabellotta – l’indice Rt oggi sottostima ampiamente la velocità di diffusione del virus. L’indice «si basa su dati relativi a due settimane prima e pubblicati dopo circa 10 giorni. In altri termini, le decisioni vengono prese sulla base di un Rt che riflette contagi di circa un mese fa».

RESPINGE LE ACCUSE di ritardi il commissario straordinario Domenico Arcuri. Rispetto a marzo la situazione è migliore, «oggi noi rincorriamo il virus, lo intercettiamo e riusciamo a ridurne i danni», sostiene incontrando i giornalisti. E annuncia che «i posti letto in terapia intensiva già attivati o attivabili in pochi giorni sono 10.337», cioè il doppio rispetto al periodo pre-Covid. Poi ripete una delle bufale cara ai negazionisti: «L’80% dei contagiati è asintomatico», una percentuale che secondo i dati Iss si aggira intorno al 50% e per l’indagine sierologica Istat non superava il 30%. Ma è lo stesso Arcuri a lasciar trapelare che il Dpcm del 24 ottobre non è ritenuto sufficiente nemmeno al governo. «Io credo che serva qualche nuovo ingrediente», dice. «Serve un sacrificio ulteriore, dobbiamo tutti muoverci il meno possibile. L’80% dei contagi avviene in famiglia ma qualcuno nelle case il virus ce lo porta». Se non è l’annuncio di un nuovo lockdown poco ci manca. Rimane uno spiraglio per la scuola: «Al momento non risulta che faccia aumentare il numero dei contagi» secondo Arcuri. «La scuola è uno dei luoghi più protetti». Non è d’accordo l’assessore alla salute pugliese (ed epidemiologo) Lopalco, che motiva la decisione di chiudere le scuole con i numeri del contagio nella fascia 6-18 anni: «L’aumento della proporzione di casi in quella fascia di età è dunque sicuramente contemporaneo alla riapertura della scuola nella nostra Regione».

PER IL FUTURO Arcuri promette di espandere ulteriormente la capacità diagnostica, arrivando a trecentomila test al giorno tra tamponi molecolari e test rapidi. È una risposta a chi chiedeva perché il governo non avesse acquistato le infrastrutture in estate per arrivare a 400 mila tamponi al giorno come proponeva Andrea Crisanti, l’artefice del modello di sorveglianza della regione Veneto rivelatosi decisivo durante la prima ondata ma mai gradito al governatore Zaia. Oggi la regione fa meno tamponi di Lazio, Emilia-Romagna, Toscana e Piemonte, che registrano meno casi. Il divorzio tra Zaia e Crisanti sarà sancito dal trasferimento del microbiologo allo Spallanzani di Roma secondo le indiscrezioni dell’Espresso

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

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