Arabia Saudita. Si apre il G20, una vetrina per la feroce monarchia di Mohammed bin Salman

Arabia Saudita. Si apre il G20, una vetrina per la feroce monarchia di Mohammed bin Salman

Abusate, molestate, torturate, costrette a baciarsi tra di loro, minacciate di stupro e a soddisfare i desideri sessuali dei loro carcerieri. Questo e molto altro accade alle attiviste saudite dei diritti delle donne detenute nelle carceri di Mohammed bin Salman (Mbs),

Loujain al Hathloul

erede al trono già alla guida dell’Arabia saudita. Lo denuncia in un rapporto di 40 pagine l’avvocata scozzese Helena Kennedy, nota esperta dei diritti umani, che invita il Regno unito e gli altri paesi a boicottare il G20 che si apre oggi in Arabia Saudita, a meno che che le prigioniere non siano liberate. Il suo appello si aggiunge a quello di Amnesty International che giovedì ha esortato i leader che parteciperanno online al vertice a chiedere l’immediata liberazione di cinque attiviste: Loujain al Hathloul, Nassima al Sada, Samar Badawi, Nouf Abdulaziz e Mayaa al Zahrani, arrestate nel 2018. «Per le autorità saudite il G20 è fondamentale: è l’occasione per promuovere nel mondo il loro programma di riforme. Nel frattempo i veri riformatori dell’Arabia Saudita sono dietro le sbarre», avverte Lynn Maalouf di Amnesty.

Per chi difende i diritti umani è evidente il tentativo della monarchia saudita di rimodellare la sua immagine attraverso costose campagne di pubbliche relazioni, che spesso raggiungono gli obiettivi. Non poche volte Mbs è stato presentato come un modernizzatore dai media internazionali. Eppure il principe ereditario ha ordinato brutali retate di rivali e oppositori ed è ritenuto da più parti il mandante dell’assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, avvenuto due anni fa nel consolato saudita di Istanbul. Dalla sua parte ha avuto gli Stati uniti. Nei passati quattro anni Donald Trump non ha esitato a schierarsi contro parlamentari repubblicani e democratici pur di assicurare l’impunità a Mbs per l’omicidio di Khashoggi e per i crimini commessi dall’Arabia saudita nella guerra ai ribelli sciiti Houthi in Yemen. L’ong Oxfam a questo proposito ricorda che dall’inizio del conflitto in Yemen, nel marzo 2015, i paesi del G20 hanno esportato armamenti per 17 miliardi di dollari verso l’Arabia Saudita, alla guida della coalizione responsabile di raid aerei nel paese. Solo l’Italia dal 2015 al 2019 ha autorizzato l’export di armamenti per un valore di circa 845 milioni di euro verso Riyadh che si aggiungono agli oltre 704 verso gli Emirati Arabi. Ciò mentre le incursioni aeree colpiscono anche ospedali, aggravando il bilancio di una guerra che ha già causato oltre 100 mila vittime tra cui più di 12 mila civili.

Oggi al G20 mancheranno i servizi fotografici dei leader che si stringono la mano sui tappeti rossi. Saranno sostituiti da grandi schermi televisivi dove appariranno e parleranno i più importanti capi di governo. Non è ciò che desideravano re Salman e suo figlio Mohammad. Tuttavia, tenendo conto della presenza in Medio oriente del segretario di Stato Mike Pompeo, alleato e amico dei regnanti Saud, resta concreto il rischio che il vertice si riveli comunque una vetrina per la monarchia saudita preparandola nel migliore dei modi al dopo-Donald Trump. A Joe Biden, che in campagna elettorale ha promesso una revisione delle relazioni con Riyadh (a cui pochi però credono), si è rivolta qualche giorno fa l’ambasciatrice saudita a Washington, Reema Bandar Al Saud, ricordandogli che l’Arabia saudita è il più grande alleato arabo dell’America. E ha sostenuto che il suo paese è «una società inclusiva» impegnata nell’uguaglianza di genere. «Alcuni critici – ha affermato – si aggrappano a visioni antiquate e obsolete, dobbiamo fare un lavoro migliore e correggere la visione distorta del regno». Proprio a questo servirà il G20.

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto



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