Covid. Il governo emana il nuovo decreto, chiusure differenziate per regioni

È un’Italia a due velocità quella che disegna il Dpcm partorito dal governo dopo due giorni di trattative, una riunione fiume dei capidelegazione, una raffica di incontri informali e infine il confronto con le regioni. Entrerà in vigore domani, fino al 3 dicembre. Nelle zone «verdi» e «arancioni», quelle a rischio ma non troppo, le cose non cambiano moltissimo. Viene introdotto il coprifuoco, già in vigore in alcune aree tra cui tutto il Lazio, ma alle 22, come voleva Italia viva, non alle 20 o addirittura alle 18 come suggerivano il ministro Speranza, il Pd, le Regioni. La renziana Teresa Bellanova è stata come al solito agguerrita ma non ce l’avrebbe fatta se non avesse avuto dalla sua Conte.

IL COPIONE DEGLI ULTIMI giorni non si è scostato dalle trattative che avevano preceduto gli effimeri decreti precedenti, con il premier attestato sulla linea morbida. Tanto più dopo la lieve flessione del tasso di contagiosità registrato ieri e dopo che da tre giorni il numero dei contagiati non aumenta, a differenza di quello dei morti e delle intensive. Le preoccupazioni del premier sono fondamentalmente due: il consenso di una popolazione che a differenza della primavera è esasperata ma soprattutto il timore di veder svanire i risultati straordinari del rimbalzo del Pil del terzo trimestre: quel magico 16,1% che rischia di essere se non cancellato molto ridimensionato da una nuova ondata di chiusure.

LA DIDATTICA A DISTANZA, in queste zone, passa dal 75% al 100% delle superiori ma senza allargarsi alle seconde e terze medie inferiori come chiedevano i più emergenzialisti. In compenso anche i bambini delle elementari dovranno tenere la mascherina alzata tutto il tempo. Il «coefficiente di riempimento» degli autobus scende dall’80% al 50%, chiudono mostre, musei e angoli dedicati al gioco in qualsiasi negozio. Restano in vigore tutti i divieti già decretati in precedenza. Nelle zone «arancioni» la situazione non è troppo diversa. Le differenze sono due: bar e ristoranti dovranno restare chiusi tutto il giorno e non ci si potrà spostare dal Comune di appartenenza. Misure rigide, dunque, ma non rigidissime. Certamente meno severe di quanto ci si sarebbe aspettato dopo il discorso di Conte in parlamento.

NELLE ZONE ROSSE, invece, il quadro si rovescia. Qui le differenze con il lockdown della primavera scorsa ci sono ma vanno cercate con il lanternino. La didattica a distanza si estenderà alle seconde e terze medie ma resterà in presenza alle elementari e in prima media. È, con l’orario delle chiusure, l’altro fronte sul quale la ha spuntata l’asse composto da una agguerritissima ministra Lucia Azzolina, da Iv e dallo stesso premier. La richiesta era infatti quella di una chiusura totale, estendendo casomai la Dad a tutte le medie inferiori nelle zone arancioni. La differenza fondamentale, però, è che restano aperte le fabbriche. Però, esigenze produttive a parte, sarà «vietato lo spostamento all’interno dei territori». Un confinamento in casa in piena regola.

LE TENSIONI con le Regioni, che insistevano per il lockdown nazionale, sono proseguite per tutto il giorno e non svaniranno nelle prossime settimane. La Lombardia avrebbe insistito per far partire solo dal varo del decreto le tre settimane di situazione critica dopo le quali, negli scenari del Cts, si può parlare di scenario 4: una scelta che avrebbe di fatto vanificato la divisione del Paese e spalancato le porte a una chiusura generalizzata in tutta Italia. Ma le tensioni principali riguarderanno la definizione delle diverse aree. Spetta al ministro della Salute, con decreto che arriverà nei prossimi giorni, mentre il salto da una zona all’altra, come pure l’allentamento delle misure che devono comunque restare in vigore almeno 15 giorni, dovrebbe essere concordata. Ma in caso di dissenso sarà il ministero ad avere l’ultima parola. È tuttavia evidente che, nonostante gli «indicatori scientifici» ai quali promette di affidarsi il decreto, le trattative e i bracci di ferro ci saranno e saranno a volte molto tesi. Sono anzi già cominciati: ieri sera le Regioni hanno infatti subito protestato e chiesto un confronto con il Cts per discutere i criteri di definizione delle diverse fasce, affermando che il ruolo degli enti locali è stato esautorato.

LE REGIONI A RISCHIO di zona rossa sono 5: Lombardia, Piemonte, Calabria, Trentino e Val d’Aosta. Quelle in area arancione sono Campania (che potrebbe però finire in area rossa), Liguria, Puglia. Le Marche vorrebbero ricorrere a zone diversificate al proprio interno, soluzione che il ministero della Salute apprezza poco, dato il rischio di una frammentazione estrema del territorio nazionale, modello sconsigliato anche dal Colle. Questa, salvo modifiche in extremis, l’ultima carta di Giuseppe Conte. Poi resterà solo il lockdown totale

* Fonte: Andrea Colombo, il manifesto



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