Covid. In Italia la maggior mortalità d’Europa per gli anziani in cattiva salute

Stabili contagi e decessi: 36 mila nuovi casi positivi e 653 morti registrati ieri. Il vaccino Pfizer sarà riservato a ospedali e case di riposo. Oggi nuove decisioni sulle zone rosse

Andrea Capocci * • 20/11/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 135 Viste

Con oltre 36 mila nuovi casi positivi al coronavirus rilevati con 250 mila tamponi, nelle ultime 24 ore il contagio in Italia sembra essersi stabilizzato. Da circa una settimana i casi oscillano intorno agli stessi numeri e il rapporto tra casi positivi e persone testate, ritornato sotto il 30%, dimostra che l’effetto non è dovuto alla raggiunta saturazione della capacità diagnostica.

Non si ferma però l’ondata di decessi. I 653 registrati ieri sono un centinaio in meno rispetto a 24 ore prima, ma rimaniamo il paese con il più alto numero di vittime giornaliere in Europa. Il record si spiega in gran parte con fattori demografici. L’Italia ha una delle popolazioni più anziane del mondo, con un’età mediana di circa 47 anni contro i 44 dell’Unione Europea. Inoltre, i nostri anziani sono più longevi ma non godono di ottima salute. «Sono tante le patologie croniche che colpiscono la popolazione» spiega Giovanni Maga, virologo al Cnr. «Diabete, ipertensione, obesità, malattie cardiovascolari. Ma sappiamo che queste malattie, associate al Covid, possono aggravare il quadro clinico, fino purtroppo al decesso».

I numeri gli danno ragione. Mentre l’aspettativa di vita in Italia è di circa 83 anni, due in più del resto d’Europa e tra le più elevate al mondo, la classifica cambia se si contano gli anni in salute. Un anziano italiano, a 65 anni, può contare mediamente su altri dieci anni di vita senza disabilità, più o meno nella media europea: significa un anno meno dei francesi, due di tedeschi e spagnoli, addirittura sei meno che in Svezia. Il gran numero di anziani in cattive condizioni di salute fornisce dunque una parziale spiegazione al numero dei decessi del nostro paese. Conta poi la struttura sociale, secondo Maga: «Gli anziani da noi sono molto più coinvolti, stanno di più in famiglia, suppliscono alle carenze del welfare occupandosi dei nipoti. Questo chiaramente alza il livello di rischio».

Il numero dei decessi è quello che cresce più velocemente, secondo il report settimanale della fondazione Gimbe. I 4.134 morti dell’ultima settimana sono il 42% in più di quelli della settimana precedente. Nello stesso periodo, i nuovi casi sono cresciuti del 24% e i pazienti in terapia intensiva del 22%. «Tuttavia – puntualizza il presidente della fondazione Nino Cartabellotta – non conoscendo i flussi dei pazienti in entrata e in uscita, non si può escludere che questo dato sia influenzato dall’effetto saturazione dei posti letto che nelle terapie intensive purtroppo causano un incremento della letalità».

Per l’attesa rivalutazione del rischio delle regioni, più del numero dei decessi conta il tasso di saturazione dei reparti ospedalieri, che secondo l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ieri è calato al 41% (-2%) in terapia intensiva e al 50% (-1%) nell’area medica. Sono valori comunque elevati, entrambi al di sopra della soglia di allarme. Prima della pandemia, infatti, i reparti erano quotidianamente riempiti al 70% per le altre patologie. Se i pazienti Covid-19 richiedono più del 30% dei posti letto in terapia intensiva, la coperta diventa corta e altri pazienti devono rinunciare a cure potenzialmente salva-vita. Solo Friuli, Veneto, Molise e Sicilia non sforano la soglia.

Le attese valutazioni sulle nuove zone rosse, arancioni e gialle si baseranno sui dati della settimana 9-15 novembre a causa del ritardo dovuto alla comunicazione e all’elaborazione dei dati. In quella settimana, le regioni con la maggiore crescita dei nuovi casi sono state la Valle d’Aosta e l’Abruzzo (già zona rossa). Anche Puglia, Basilicata, Emilia-Romagna e Sicilia, ora arancioni, rischiano misure più restrittive a causa dei casi in aumento. Se l’indice Rt supererà il valore di 1,5, il declassamento sarà inevitabile.

Le regioni dovranno comunicare al commissario Arcuri entro lunedì gli ospedali e le Rsa in cui prevedono di somministrare le prime dosi del vaccino Pfizer, quello con la logistica più complicata per la bassa temperatura di conservazione. «Per gli altri vaccini in arrivo, destinati invece a tutte le altre categorie di cittadini – ha detto Arcuri – saranno previste modalità differenti di somministrazione, in linea con l’ordinaria gestione vaccinale attraverso una campagna su larga scala»

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

 

Image by Gerd Altmann from Pixabay

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