I bambini in carcere al tempo del Coronavirus

Dobbiamo occuparci oggi di 33 bambini in carcere? Ovvio che sì. Perché in carcere non dovrebbero stare. E non ci dovrebbero stare a maggior ragione in tempo di pandemia, laddove attualmente i casi di contagio nelle carceri di tutta Italia sono oltre 1.200. E aumentano in continuazione

Nicoletta Gandus * • 18/11/2020 • Carcere & Giustizia, Contenuti in copertina • 231 Viste

È comparsa sulla pagina facebook del Comitato Verità e Giustizia per le morti in carcere la notizia – ignorata dai più – della positività al coronavirus di due dei sei bambini presenti nell’Istituto a custodia attenuata di Torino. L’informazione proviene dal garante delle persone private della libertà della regione Piemonte, Bruno Mellano. Allo stato non sappiamo ad esempio né l’età dei piccoli (che non frequentavano luoghi esterni alla struttura) né la nazionalità della madre. Da questo fatto si può però trarre spunto per affrontare il tema della detenzione delle madri con figli piccoli, che come quello delle donne carcerate certo non è al centro dell’attenzione generale.

Questo accade perché le detenute sono una minoranza (circa il 4% del totale delle persone in carcere) e fra esse quelle che tengono con sé i propri bambini sono ancora meno: 11 italiane e 20 straniere, con 33 figli in tutto.

Tanto risulta dai dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aggiornati al 31 ottobre 2020, in cui è precisato che gli Istituti a Custodia Attenuata per detenute Madri (ICAM) attualmente sono Torino “Lorusso e Cutugno”, Milano “San Vittore”, Venezia “Giudecca”, Cagliari e Lauro. In caso non siano presenti “detenute madri con figli al seguito” (questo il linguaggio ministeriale…), l’istituto non compare nella tabella.

 

Regione
di
detenzione
Istituto
di
detenzione
Italiane Straniere Totale
  Figli   Figli Presenti Figli
CAMPANIA LAURO ICAM 4 5 2 2 6 7
CAMPANIA POZZUOLI CCF 0 0 1 2 1 2
CAMPANIA SALERNO”A. CAPUTO” CC 1 1 0 0 1 1
EMILIA ROMAGNA BOLOGNA “R. D’AMATO” CC 0 0 1 1 1 1
LAZIO ROMA”G. STEFANINI” REBIBBIA FEMMINILE CCF 1 1 5 5 6 6
LOMBARDIA BOLLATE” II C.R.” CR 0 0 2 2 2 2
LOMBARDIA MILANO” F. DI CATALDO” SAN VITTORE CCF 0 0 2 2 2 2
PIEMONTE TORINO”LORUSSO CUTUGNO” LE VALLETTE CC 3 3 3 3 6 6
PUGLIA LECCE” N.C.” CC 1 1 0 0 1 1
SARDEGNA SASSARI “G. BACCHIDDU” CC 0 0 1 1 1 1
SICILIA AGRIGENTO “P. DI LORENZO” CC 0 0 1 1 1 1
TOSCANA FIRENZE “SOLLICCIANO” CC 1 1 1 1 2 2
VENETO VENEZIA “GIUDECCA” CRF 0 0 1 1 1 1
Totale 11 12 20 21 31 33

 

Esaminando i dati dei mesi precedenti, si verifica una progressiva diminuzione del numero delle detenute con figli: dalle 54 (con 59 bambini) del febbraio 2020 alle 29 (con 32 bambini) del giugno 2020: evidente conseguenza delle disposizioni nazionali e internazionali (in particolari le raccomandazioni pubblicate dall’OMS) finalizzate a mitigare la diffusione del virus Covid-19 e favorire l’uscita dal carcere delle persone fragili, in particolare anche mamme con bambini. E poi il leggero aumento sopra documentato.

Dobbiamo occuparci oggi di 33 bambini? Ovvio che sì. Perché in carcere non dovrebbero stare. E non ci dovrebbero stare a maggior ragione in tempo di pandemia, laddove attualmente i casi di contagio nelle carceri di tutta Italia sono oltre 1.200 (più esattamente 1.265 al 10 novembre 2020). E aumentano in continuazione, così come in tutto il paese.

I Garanti delle persone private della libertà in tempi Covid, fin dall’inizio, hanno chiesto particolari provvedimenti a tutela della salute dei detenuti. A maggior ragione dei bambini che sono coi detenuti. In particolare, in Piemonte più volte negli ultimi mesi è stata chiesta la realizzazione di una “casa protetta”.

Dopo il caso dei bambini dell’ICAM di Torino ancora una volta lo chiede il Garante piemontese Bruno Mellano: «Appare urgente e improrogabile la verifica di soluzioni alternative al carcere almeno per le mamme con bambini, nell’attesa di un intervento mirato per la piena applicazione della legge 62/2011: realizzazione di una rete di Case Famiglia per mamme in esecuzione penale con figli al seguito».

 

È lunghissimo il percorso della legislazione su questo tema[1]. Qui basti ricordare che con la legge n. 62 del 2011 sono stati istituiti il circuito penitenziario a custodia attenuata rivolto al genitore (di fatto solo alle madri) “con figli al seguito”, gli ICAM, e le Case famiglia protette, queste ultime da realizzarsi e gestirsi senza oneri per lo Stato.

Ma gli ICAM sono solo 5 in tutta Italia, e le Case famiglia solo 2, a Roma e Milano.

Gli Stati Generali dell’esecuzione penale[2] avevano trattato il tema, sottolineando la necessità della decarcerizzazione dei bambini. Ma le esigenze di riforma sono state sacrificate sull’altare della certezza della pena, e i successivi decreti n. 123 e 124 del 2 ottobre 2018 non hanno toccato il punto, non potenziando, fra l’altro, le misure alternative.

C’è voluta la pandemia per allargare le ipotesi di applicazione di tali misure. Ma non si parla ancora, in nessuno dei numerosi provvedimenti di questi mesi, dei bambini in carcere: era stato proposto da numerosi parlamentari un emendamento al D.L. 28/2020 (emanato con occhio attento alle esigenze securitarie) per la realizzazione di Case famiglia e relativo finanziamento, ma esso è stato trasformato in un non vincolante ordine del giorno.

 

Certo qualcosa di nuovo c’è, e si tratta dell’importante “Progetto di inclusione sociale per persone senza fissa dimora in misura alternativa” dell’aprile 2020, che Riccardo De Vito così descrive [3]:

«La Direzione generale per l’esecuzione penale esterna e di messa alla prova – afferente al Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità – aveva individuato, tra gli obiettivi operativi del triennio 2020-2022, la “realizzazione di percorsi di fuoriuscita dal carcere in favore di persone detenute prive di risorse familiari, economiche e alloggiative”. Questo programma di inclusione proprio al tempo del Covid-19 ha subìto una spinta propulsiva notevole e ha conseguito risultati incoraggianti. Gli uffici dell’esecuzione esterna – con il contributo di Casse ammende – sono divenuti veri e propri catalizzatori delle risorse del territorio e, attraverso la costruzione di una rete tra enti locali, privato sociale, terzo settore, mondo del volontariato, istituti di pena e magistratura, hanno consentito l’ammissione alle misure alternative a moltissimi soggetti senza fissa dimora che si trovavano nella fase conclusiva dell’espiazione. Le misure messe in campo non assumevano significato puramente deflattivo, né si rivelavano tese a guadagnare spazio nel carcere – profilo pure rilevante –, ma erano pensate per favorire l’inserimento di soggetti economicamente vulnerabili in enti e strutture che potessero facilitare l’acquisizione di abilità finalizzate all’autonomo reinserimento nel tessuto sociale. Bisogna augurarsi (e impegnarsi per) che questo progetto divenga strutturale e organico, dal momento che, oltre a rappresentare un successo di per sé, costituisce il concretizzarsi di un pensiero innovativo sul ruolo dell’amministrazione e sulla cultura delle pene. Non pare eccessivo ritenere che da questa filosofia, sottostante la stessa nascita di un dipartimento autonomo affiancato a quello dell’amministrazione penitenziaria, possa contribuire a riplasmare anche il modello della pena carceraria».

Ma siamo ancora indietro…

Ci si ricorderà di quello che è stato detto e scritto dopo la tragedia di Rebibbia del settembre 2018, quando una madre detenuta ha ucciso i due figli piccoli che erano con lei? Doveva essere la tragica occasione per aprire una fase diversa, in cui i bambini non debbano più vivere dietro le sbarre, «in ambienti che non sono adatti a una crescita sana e a un armonioso sviluppo», ma quanto meno in Case Famiglia o comunque «con libero accesso alle aree all’aperto, ai nidi, alle scuole, ad adeguate strutture educative e di assistenza, preferibilmente esterne»: così Filomena Albano, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, in una intervista dell’epoca.

Nello stesso senso, fra gli altri, anche il Garante nazionale Mauro Palma: «Dobbiamo partire dall’idea che il bisogno e il diritto di un bambino che deve evolvere e sviluppare la sua vita deve essere prevalente anche alle nostre esigenze di punizione rispetto al genitore. A partire da questo, le amministrazioni locali devono predisporre le strutture che garantendo la sicurezza all’esterno offrano Case famiglia protette e la possibilità di vivere in un ambiente non detentivo».

Sono passati più di due anni, Covid-19 e le conseguenti limitazioni alle relazioni (particolarmente pesanti per le donne, che delle relazioni familiari sono al centro e si fanno carico) hanno solo aggravato il problema, pur tenendo conto delle numerose misure alternative applicate dai giudici a tutela della salute dei detenuti, e soprattutto delle detenute con figli, che sono comunque a oggi, come si è visto, oltre trenta.

 

Le parole non bastano, è necessaria una svolta concreta e radicale. È necessaria una visione sistemica.

Certo, il carcere non può essere la risposta di uno stato civile alla commissione di qualsiasi reato. Certo, dobbiamo assistere a una maggiore applicazione di misure alternative. Certo, lo Stato si deve far carico di quelle situazioni in cui la misura alternativa non potrebbe esser applicata per l’inesistenza di un “domicilio sicuro” nella disponibilità di chi è in prigione: e il problema concerne in particolare le donne, per lo più detenute per reati che consentono le pene alternative, in maggioranza straniere, in maggioranza Rom.

E le diseguaglianze aumentano.

Se è vero come è vero che “tornare alla normalità” non può essere tornare al mondo di prima, se è vero come è vero che il sistema di sviluppo capitalistico sta dimostrando tutta la sua pervasiva capacità di creare diseguaglianze – e nella pandemia ancor più – dobbiamo pensare a come invertire la tendenza anche nel mondo del carcere e in particolare per la carcerazione dei bambini.

L’abolizione del carcere è l’irrealizzabile, ora, visione radicale.

Una fitta rete su tutto il territorio di Case famiglia è l’obiettivo raggiungibile in un’ottica riformista.

Ripensando la qualità dell’abitare, il rapporto centro/periferie, città/campagna, grandi metropoli e piccoli borghi in progressivo abbandono (l’esperienza di Riace, in un diverso contesto, non ci insegna niente?). Ripensando le attività lavorative per le madri, la loro integrazione sociale, il rapporto dei bambini con il mondo. Ripensando gli stili di vita, soprattutto per le generazioni future, e in particolare per i bambini con madri che sono in custodia cautelare o hanno una pena da scontare.

Possibile che per numeri così piccoli non si possano trovare fin da subito soluzioni concrete, studiate caso per caso?

E più in generale: non sarebbe il caso di riprendere e ampliare le proposte degli “Stati Generali”, rinnovandoli dal basso, senza formali convocazioni?

Questo è il tempo.

 

* Già magistrata

***

[1] Cfr. Claudia Pecorella, “Trent’anni di riforme per ridurre il numero dei bambini dietro le sbarre”, in “Doppia pena. Il carcere delle donne”, ed Mimesis, 2019.

[2] Convocati nel 2015 e conclusi nell’aprile 2016, erano composti da circa 200 esperti e componenti della società civile impegnati in 18 tavoli tematici che hanno formulato numerosissime proposte, anche specifiche per le detenute madri, con la richiesta, in attesa della realizzazione di una estesa rete di ICAM e Case famiglia protette, del massimo ricorso alla detenzione domiciliare o degli arresti domiciliari, cui si oppongono interpretazioni a volte restrittive del concetto di “domicilio sicuro”.

[3] In “Questione Giustizia”, trimestrale, n.2/2020: “Camere senza vista: il carcere e l’emergenza sanitaria – il nuovo sotto il vecchio”.

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