Nagorno Karabakh. L’armistizio penalizza l’Armenia, mentre Erdogan gongola

«Chi controlla Shushi controlla il Karabakh. E chi controlla il Karabakh controlla il Caucaso e mette una baionetta nel ventre dell’impero russo» dice un proverbio militare russo del XVIII secolo, ottima metafora per capire quali ricadute avrà l’armistizio tripartito firmato la notte del 9 novembre tra Russia, Azerbaigian e Armenia dopo 47 giorni di conflitto. Shushi era stata persa da Arzach il 7 novembre e da allora il destino della guerra per il controllo dell’enclave azera a etnia armena è stato segnato.

L’ACCORDO È UN BOCCONE amaro per l’Armenia che deve dire addio all’idea di giungere a una unificazione con la regione contesa. Il documento siglato dai tre governi afferma che le parti in conflitto rimangono nelle posizioni raggiunte e ciò significa che buona parte del territorio del Nagorno-Karabakh torna in mano azera e pone le truppe di Baku a pochissimi chilometri dalla capitale Stepanakert, la quale sarà ora collegata all’Armenia solo da un corridoio che attraversa la zona di Lachin.

Lo status di Stepanakert non viene definito – come avrebbe voluto Mosca – e questo darà la possibilità successivamente all’Azerbaigian di rivendicarla. Inoltre gli sfollati della minoranza azera degli anni ’90 rientreranno nelle loro case mentre la pace per i prossimi anni verrà garantita dal dispiegamento di 2000 soldati russi. Per il presidente azero Ilham Alyev e il suo alleato Recep Erdogan si tratta praticamente di un trionfo e malgrado la quarantena a Baku si è ballato fino all’alba.

ALYEV HA CONDOTTO la guerra in modo sanguinoso ma è riuscito a non irritare troppo la comunità internazionale, raggiungendo un obiettivo che fino a quest’estate sembrava irraggiungibile. E soprattutto è riuscito a garantirsi la neutralità della Russia, malgrado fosse militarmente alleata di Erevan. «L’Azerbaigian ha ottenuto un grande successo sul campo di battaglia, mi congratulo sinceramente con Baku per questo successo» ha dichiarato il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu, il quale può appuntarsi al petto il primo vero successo della politica dell’«imperialismo ottomano».

La Turchia non entra nell’accordo ma ottiene l’emarginazione dalle trattative di Francia e Usa, una condizione che solo fino a una settimana fa Mosca non era disposta a concedere. Mastica amaro invece Putin. Il suo ministro degli esteri solo sabato fa aveva sostenuto di non gradire una soluzione militare della crisi, ma non è stato così solo formalmente. Poche ore prima dell’accordo un elicottero russo Mi-24 è stato abbattuto dall’artiglieria azera vicino all’enclave di Nakhichevan e i due sono piloti morti, ma Mosca ha tenuto basso il profilo accontentandosi delle scuse e del risarcimento promesse subito da Alyev, segno della volontà di chiudere presto una partita che stava diventando per molti motivi ingestibile.

ORA IL CREMLINO deve guardare il bicchiere mezzo pieno della presenza nella regione dei suoi caschi blu che le permetterà di dire la sua nell’eventuale sistemazione territoriale che resta tutta da definire. Per l’Armenia invece si tratta di una vera e propria disfatta che apre scenari interni imprevedibili. Il premier Nikol Pashinyan ha ammesso che «non si tratta della pace che avremmo voluto» ma ha fatto esercizio di retorica: «Questa non è una vittoria, ma non c’è sconfitta finché non ti consideri sconfitto» ha scritto su Facebook. A non vederla così sono molti armeni che l’altra notte hanno dato l’assalto alla sede del governo mettendola a soqquadro. Anche l’opposizione è sul piede di guerra parla di «capitolazione» e chiede le dimissioni immediate di Pashinyan

* Fonte: Yurii Colombo, il manifesto

ph by Yerevantsi, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons



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