Presidenziali. Chiusi i seggi, Trump già canta vittoria ma comincia la battaglia voto per voto

Circola in rete una copertina nera con la testata in bianco del celebre settimanale Time e una piccola scritta «…to go» accanto a una porticina in basso, ovvero «Tempo di andarsene». E quello che gli americani vedono è la silhouette del presidente Trump che esce di scena. Pare che la copertina sia un abile montaggio ma tutto il mondo si chiede se andrà davvero così. Anzi, se sarà andata davvero così. Mentre leggete queste righe forse saprete già la risposta, ma forse anche no.

I SEGGI SI SONO CHIUSI stanotte dalla Florida all’Alaska, dal Massachusetts alle Hawaii ed è possibile che il risultato sia certo anche se 100 milioni di schede inviate via posta devono essere contate: per esempio, se il candidato democratico Joe Biden risultasse con certezza il vincitore in Ohio e Florida, o addirittura in Georgia e in Texas, stati tradizionalmente repubblicani, si potrebbe dire che il prossimo presidente sarà lui.

Lo scenario più probabile, invece, è quello di un Biden in vantaggio ma non con uno scarto sufficiente per avere la certezza del risultato, rendendo necessario contare fino all’ultima scheda, e magari ricontare perché la differenza tra i voti dei due candidati maggiori è troppo piccola. O, ancora più probabile, dovendo aspettare il risultato delle mille battaglie legali che i repubblicani ingaggeranno per sopprimere i voti democratici con qualsiasi pretesto. Conflitti legali che, nei casi decisivi, potrebbero arrivare alla Corte Suprema, dove Trump ha collocato amici fidati (tre dei nove giudici sono stati nominati da lui, altri tre da presidenti repubblicani).

Una delle possibilità è che nella notte Trump si sia autoproclamato vincitore, ricorrendo al trucco di considerare definitivi i risultati del voto nei seggi avvenuto ieri e cercando di sopprimere il voto postale, che in genere viene scrutinato più tardi: in alcuni stati come la Pennsylvania e il Wisconsin le buste con i voti possono arrivare anche alcuni giorni dopo, purché il timbro postale sia quello del 3 novembre. Tentativi disperati di un gangster arrivato alla Casa Bianca per caso ma che farà di tutto per restarci, per continuare a godere di un’immunità senza la quale rischia – letteralmente – la galera per evasione fiscale.

MAI COME QUEST’ANNO hanno votato tanti americani, questo lo sappiamo per certo. La partecipazione al voto, con file chilometriche ai seggi, ha battuto tutti i record dell’ultimo secolo. Il voto anticipato, e quello per posta, dovrebbero aver favorito Joe Biden, ma il motivo dell’incertezza che perdurerà oggi, e forse nei prossimi giorni, è che a causa del bizzarro sistema elettorale americano la competizione sarà di fatto decisa in soli otto stati: Arizona, Florida, Georgia, Michigan, Minnesota, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin.

Dai sondaggi sappiamo che Biden era in testa in ciascuno di loro, ma con un vantaggio modesto, cioè entro il margine di errore statistico. Questo significa che una sorpresa dell’ultima ora non è impossibile: il migliore dei siti di analisi elettorali, il rispettatissimo FiveThirtyEight, afferma che Biden ha il 90% di probabilità di vincere ma si preoccupa di aggiungere che il 10% di probabilità di una vittoria di Trump non è zero.

Anche nel 2016 i sondaggi davano favorita Hillary Clinton ma all’ultimo momento un piccolissimo vantaggio in Michigan, Pennsylvania e Wisconsin (77 mila voti in tutto su milioni scrutinati) diede una maggioranza nel collegio elettorale a Donald Trump. Quest’anno il vantaggio dei democratici sembra più solido: Biden è arrivato al giorno delle elezioni con un vantaggio di 8 punti in Michigan (53% a 45%), di 6 punti in Pennsylvania (52% a 46%) e, infine, di 9 punti in Wisconsin (54% a 45%). Se vincesse in tutti e tre questi stati, conservando gli stati vinti da Hillary Clinton quattro anni fa otterrebbe una maggioranza, sia pure risicata, nel collegio elettorale.

IL CANDIDATO DEMOCRATICO ha anche altre strade per vincere, però: i sondaggi gli attribuiscono buone chances in Florida, Georgia, North Carolina e Arizona. In pratica, Trump deve vincere in tutti questi stati per restare alla Casa Bianca, mentre Biden può permettersi di perdere in Ohio e Florida e ottenere ugualmente una maggioranza.

Per gli amanti del brivido c’è un’ulteriore possibilità: dopo i vari conteggi e ricorsi, poiché il numero di delegati nel collegio elettorale è pari (538) è possibile che il match finisca in parità: 269 a 269. Per fortuna, la Costituzione prevede anche questa ipotesi: se non c’è una maggioranza il compito di eleggere il presidente passa alla camera dei rappresentanti. Attenzione, però: non si voterà «per testa», cioè deputato per deputato, ma per delegazioni degli stati, ciascuno dei quali avrà un voto.

E, per il momento, la maggior parte dei deputati è democratica, mentre la maggioranza delle delegazioni, grazie ai numerosi stati rurali e sottopopolati, è repubblicana. Ancora suspence, molto meglio di una serie su Netflix

* Fonte: Fabrizio Tonello, il manifesto

 

Foto di Gerd Altmann da Pixabay



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