MES, via libera al nuovo trattato, ma i 5 Stelle si spaccano

MES, via libera al nuovo trattato, ma i 5 Stelle si spaccano

A Bruxelles non hanno tirato nessun sospiro di sollievo. Il sì italiano alla riforma del Mes era sempre stato dato per certo, considerando solo come un gioco delle parti le esitazioni, i rinvii e la perentoria richiesta italiana di un voto «a pacchetto» che tenesse insieme Mes, rafforzamento dell’unione bancaria e garanzia sui depositi. Approvata da Ecofin, la riforma che permetterà al Mes di salvare anche le banche di importanza strategica sarà firmata il 27 gennaio.

IL MINISTRO dell’Economia ha recitato la parte in commedia che gli spettava. In mattinata ha incontrato il parlamento, cioè le commissioni Finanze e Bilancio congiunte delle Camere ma non l’aula, troppo pericolosa, per una informativa senza voto, troppo rischioso. Ha assicurato che grazie all’impegno italiano «non aumentano le probabilità di ristrutturazione del debito».

Le famigerate Cacs, Clausole di azione collettiva, la cui applicazione in caso di ristrutturazione è facilitata e semplificata dalla riforma, sono infatti «applicabili esclusivamente per iniziativa dell’emittente a cui spetta decidere» e «prevedono un ampio margine di discrezionalità per gli Stati membri». Nessun automatismo. Allo stesso modo, non c’è una «richiesta di ristrutturazione preventiva del debito per l’accesso al Mes». Era il capitolo della riforma più bersagliato dalle critiche quando, un anno fa, Lega, FdI ma anche M5S insorsero contro la modifica del Mes.

SI PARLA DI RIFORMA, non del possibile accesso alla nuova linea di credito, il prestito sanitario di 37 miliardi. Ma siccome la spina nel fianco della maggioranza è quella ed è quella la principale preoccupazione dei 5S, Gualtieri specifica: le decisioni che Ecofin si appresta ad assumere sul Mes «non investono in alcun modo il suo utilizzo». Non c’entrano niente con la scelta «se utilizzarlo o meno». Quella è materia di competenza della maggioranza prima, del parlamento poi. Ma concede di più, mette un macigno sulla strada della eventuale richiesta del prestito affermando che di quella liquidità l’Italia «non ha bisogno». Conclusione ovvia: l’Italia non porrà alcun veto.

A LEGA E FDI NON BASTA. Claudio Borghi anzi «diffida» il ministro, lo minaccia di «responsabilità penale» per un assenso dato senza il via libera delle Camere. Gualtieri ha buon gioco nel replicare che il parlamento dovrà dare il proprio assenso prima della firma del 27 gennaio. I 5 StCelle, versione reggente Vito Crimi, invece accettano: «Riforma e utilizzo del Mes sono cose distinte.

Non impediremo l’approvazione delle modifiche». Solo che un attimo dopo scoppia una mezza insurrezione. Parecchi 5S prendono le distanze, e tra loro anche il sottosegretario all’Economia Alessio Villarosa: «Molti Paesi pongono veti per molto meno. La maggioranza non può ignorare la posizione di tutte le componenti del M5S». Più ruvido Alvise Maniero: «Temo che Crimi non fosse presente all’audizione. Gli interventi del M5S erano contrari alla riforma». Il rischio di qualche defezione dunque è concreto, soprattutto se l’opposizione di Casaleggio e Di Battista, battuta nella farsa degli Stati generali, deciderà di impugnare una facile bandiera per andare all’attacco.

Forza Italia non si sbilancia, dice di voler aspettare il testo definitivo per ufficializzare la propria posizione. In realtà non esiterebbe a sostituire gli eventuali voti pentastellati mancanti. La riforma del Mes sarebbe salva. La maggioranza finirebbe in balìa della tempesta.

IN OGNI CASO PARECCHI venti gelidi spirano comunque. Il vertice dei capidelegazione sul Recovery Plan italiano, o più precisamente sulla decisione sul chi dovrà gestirlo, è stato rinviato a oggi. Conte vuole tenere in mano le redini e quindi intende mantenere a palazzo Chigi la tolda di comando di quella che, forse in omaggio al sarcasmo, viene chiamata task force e che con 3 feldmarescialli, 6 generali e 300 ufficiali sarebbe più adeguato definire un esercito. A Italia viva e ai 5S la soluzione di massa non piace. Il Pd invece fa sapere di non avere nulla in contrario. Purché a guidare sia il Tesoro e non palazzo Chigi. Senza una mediazione notturna lo scontro, oggi, sarà assicurato.

MA VOLANO GLI STRACCI anche nel vertice serale di maggioranza sull’attuazione del programma. Qui è Italia viva, a vertice ancora in corso, a far filtrare massima insoddisfazione per la lentezza dei lavori che avrebbero dovuto concludersi proprio oggi: «Non si può perdere tempo né farlo perdere al Paese – sostengono le fonti anonime di Iv – sembra non si voglia discutere di merito ma rinviare tutto all’infinito».

Senza dimenticare il rimpasto. Ieri in un «colloquio» pubblicato dal Corriere il premier andava giù durissimo. Indicava in Matteo Renzi il regista della manovra e bocciava ogni idea in proposito con toni sbrigativi: «Non possiamo rincorrere le ambizioni di qualcuno». Puntuale è arrivata in mattinata una smentita che, come spesso in questi casi, suona casomai come una conferma. Non basterà a svelenire gli animi

* Fonte: Andrea Colombo, il manifesto



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