Egitto. Dopo i tre rilasci di attivisti della ong Eipr, oggi la decisione su Patrick Zaki

Dopo le scarcerazioni, giovedì sera, di tre dirigenti dell’organizzazione, oggi si attende l’udienza (anticipata) per lo studente dell’università di Bologna. Ma per l’ong i rischi non sono finiti: domani una corte decide sul congelamento dei conti. Intanto Eni sigla un altro accordo al Cairo

Chiara Cruciati * • 5/12/2020 • Diritti umani • 277 Viste

Sono giorni intensi per l’Egyptian Initiative for Personal Rights, anche se non è una novità: nei suoi 18 anni di storia l’ong egiziana ha vissuto più di un periodo buio. A volte squarciato da un po’ di luce: giovedì sera sono stati rilasciati i suoi tre dirigenti arrestati uno dopo l’altro a metà novembre, a pochi giorni dall’incontro che avevano avuto con 14 rappresentanti diplomatici europei.

Dopo 15 giorni di cella, l’accusa di terrorismo e diffusione di notizie false e la mobilitazione diplomatica italiana ed europea e pure di Hollywood con il videomessaggio di Scarlett Johansson, sono tornati liberi il direttore esecutivo Gasser Abdel Razek, il responsabile amministrativo Mohamed Basheer e quello per la giustizia penale Karim Ennarah.

Gli arresti erano stati solo l’ultimo atto in ordine di tempo contro l’organizzazione, impegnata dal 2002 a proteggere le libertà fondamentali attraverso ricerche e cause legali. Il primo dicembre era toccato ai suoi asset: come riportato martedì nel sito, la Corte d’appello di Tora sta valutando la richiesta della procura di congelare i conti di Eipr come «misura precauzionale» nell’ambito del caso n. 885/2020, una delle più recenti maxi inchieste per terrorismo aperte con il solo fine – denunciano gli attivisti – di colpire le organizzazioni per i diritti umani attive nel paese. Sui conti di Eipr la corte si esprimerà domani.

È prevista invece per oggi una nuova udienza – a sorpresa – per la scarcerazione di Patrick Zaki, ricercatore dell’ong, in carcere dal 7 febbraio scorso. Per il giovane studente dell’Università di Bologna l’ultimo rinnovo della detenzione preventiva era stato emesso il 22 novembre scorso, per 45 giorni: la successiva udienza era attesa per il prossimo gennaio.

Eipr non si sbilancia, non è chiaro perché sia stata anticipata né se si tratti di un buon segno, alla luce del rilascio dei dirigenti dell’ong: «Si spera di completare la scarcerazione dei nostri colleghi con la sua rimessa in libertà», si limita a scrivere in un post su Facebook.

Una speranza che si riaccende a ogni udienza e che si tinge di rinnovata urgenza dopo la visita in cella della sua legale Huda Nasrallah, lo scorso mercoledì. Era la prima volta. Hanno parlato e Patrick le ha chiesto di poter ricevere una pomata per la schiena e una cintura di sostegno: dall’arresto dorme a terra e i dolori sono diventati insopportabili.

Una denuncia che lo studente non aveva mai mosso e che ha preoccupato la famiglia, soprattutto in vista dell’inverno e delle temperature delle carceri egiziane, in cui i detenuti sono costretti in condizioni igieniche pessime, tra sovraffollamento e scarso ricircolo d’aria.

Nelle stesse ore di mercoledì, 2 dicembre, l’Eni firmava nuovi accordi con l’Egitto, la società spagnola Naturgy e due compagnie petrolifere e di gas naturale egiziane (la Egpc e la Egas): al centro dell’intesa sta il riavvio dell’impianto di liquefazione di Damietta entro marzo 2021.

L’impianto di Damietta – fermo dal 2012 – ha una capacità di 7,56 miliardi di metri cubi l’anno: «Gli accordi di oggi – si legge nel comunicato stampa della compagnia italiana – consentono di rafforzare gli obiettivi strategici di Eni in termini di crescita del portafoglio Gnl, in particolare in Egitto dove Eni è il principale produttore di gas».

Gli accordi tra Italia ed Egitto, dunque, non si fermano come non si sono fermati in passato, mentre ieri si concludevano i due anni di indagini preliminari della Procura di Roma sull’omicidio di Giulio Regeni. Come già annunciato, Piazzale Clodio chiederà il rinvio a giudizio di cinque membri dei servizi segreti egiziani.

Nei giorni scorsi il procuratore capo Prestipino ne ha discusso in videoconferenza con il procuratore generale egiziano al-Sawi. Il Cairo non si muove e «avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio», definendo le prove «insufficienti» a individuare l’autore materiale dell’omicidio, si legge nella nota congiunta emessa al termine del vertice.

E insiste con la stessa bugia di quattro anni fa, che costò la vita a quattro egiziani innocenti: per al-Sawi ci sono «prove sufficienti nei confronti di una banda criminale accusata di furto aggravato degli effetti di Regeni».

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

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