I diritti globali e i crimini di sistema al tempo della sindemia

Il 18° Rapporto sui diritti globali 2020 diventa anche osservatorio contro l’impunità, intende mettere sotto esame, analizzare e documentare anche i crimini di sistema e i crimini di Stato, i crimini ambientali, quelli economici e sociali

Sergio Segio * • 16/12/2020 • Contenuti in copertina, Rapporto diritti globali 2020 • 254 Viste

Il 18° Rapporto sui diritti globali, come sempre realizzato dall’Associazione Società Informazione, ci sembra quest’anno particolarmente importante per due motivi: 1) perché la pubblicazione diventa internazionale e viene pubblicata anche in lingua inglese (Mileu edizioni); rimane ovviamente anche la “storica” versione in italiano (Ediesse-Futura editore), con la partecipazione della CGIL; 2) perché allarga lo spettro della propria analisi, con una inedita focalizzazione sui diritti umani e l’impunità dei dominanti, grazie alla collaborazione con l’Associazione contro l’impunità e per la giustizia di transizione di Bruxelles.

Il titolo Il virus contro i diritti del volume 2020 sta a rimarcare quanto anche la pandemia abbia approfondito le diseguaglianze determinate negli scorsi decenni dal turboliberismo e da una globalizzazione ingiusta, imposta e governata dalla grande finanza.

Più appropriato sarebbe però parlare di sindemia, secondo l’approccio alla salute pubblica elaborato dal medico e antropologo Merrill Singer già nel secolo scorso, vale a dire la concomitanza di più condizioni morbose e malattie trasmissibili e non trasmissibili con problematiche e variabili ambientali, sociali ed economiche corresponsabili di diseguaglianze di salute.

 

Le origini dello shock pandemico

Naturalmente e difatti, non è il Coronavirus in sé a compromettere ancora di più i diritti dei ceti sociali più deboli e delle aree geografiche già vulnerate. Sono semmai la sua gestione e le sue cause e origini, tra cui: il pericoloso squilibrio raggiunto nel rapporto tra uomo e natura; i livelli suicidi di sfruttamento ambientale e animale e il sistema dell’agribusiness; le deforestazioni, l’estrattivismo e la distruzione di habitat e di ecosistemi; l’uso prioritario e intenso di energie non rinnovabili, con i connessi inquinamento e cambiamenti climatici; l’irresponsabile lentezza e le resistenze nel far fronte al riscaldamento globale. Non per ultimo: le diseguaglianze di salute e il gigantesco processo di smantellamento dei sistemi di welfare in corso da decenni, con la correlata privatizzazione dei servizi e della sanità, di cui in Italia sono stati corresponsabili tutti i recenti governi, di centrodestra quanto di centrosinistra. Questione che non riguarda certo solo questo paese. Bisognerebbe ricordare le parole dell’allora presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi (che qualcuno ora considera una preziosa risorsa e riserva per il futuro politico italiano) quando, in un’intervista al “New York Times” del 2012, ebbe a dire che il modello sociale europeo era da considerarsi morto. E non lo diceva certo con rammarico. Anzi, sollecitava a proseguire con determinazione le liberalizzazioni e le (contro)riforme del mercato del lavoro.

Erano quelli i mesi dello strangolamento della Grecia, con i Memorandum e i ricatti della famigerata Troika; un paese depredato dalla speculazione finanziaria e costretto all’impoverimento di massa. Quell’anno titolavamo il nostro Rapporto La Grecia è vicina. Ed è stata una facile previsione.

Lo shock pandemico sta ora favorendo analoghi processi, è divenuto un nuovo fronte di quel “capitalismo dei disastri” assai capace e lesto nel trasformare le emergenze e le catastrofi – da esso stesso ciclicamente prodotte – in occasioni di profitto economico e di speculazione, di privatizzazione di beni comuni e di servizi, a discapito delle popolazioni e dei ceti sociali più poveri.

Assieme – e anche questo non è certo un dato inedito, basti pensare alla crisi geopolitica del 2001 e a quella finanziaria del 2008 –, l’emergenza globale viene utilizzata da molti governi e poteri sovranazionali per ridurre gli spazi democratici, per deresponsabilizzare o estromettere i parlamenti, per reprimere il dissenso, per varare leggi d’eccezione, per sperimentare nuove tecniche e tecnologie di controllo sociale, per rafforzare i poteri del “complesso industrial-militare-finanziario”.

La colonizzazione dello spazio

Così, in quest’anno abbiamo visto crescere ancora di più le diseguaglianze, con milioni di nuovi poveri e di disoccupati in tutti i paesi, mentre le corporation del capitalismo digitale (e non solo quelle), hanno moltiplicato i profitti. Un solo esempio: la società Tesla, che produce anche auto elettriche, in questi mesi è arrivata a una capitalizzazione superiore ai 600 miliardi di dollari, aumentata del 660 per cento da inizio anno. Ora, il suo proprietario, Elon Musk, ha annunciato che venderà molta parte della sua ricchezza per dedicarsi a un nuovo obiettivo: la colonizzazione dello spazio e, in particolare, la costruzione di una città su Marte.

Il futuro, dunque, è già arrivato. E vi si stanno da tempo preparando per primi quelli che hanno piena consapevolezza che il sistema che li ha resi ricchi e potenti su questa terra ha portato però il pianeta sull’orlo del tracollo. La corsa alla conquista dello spazio extra-terrestre si sta accelerando anche per questo, oltre che per lo sviluppo delle armi e delle forze armate spaziali e per il conflitto sempre meno latente tra Cina e Stati Uniti, cui Donald Trump ha dato vigoroso impulso. Un conflitto che in parte si sta già spostando anche nello spazio, laddove è impossibile tracciare una linea di demarcazione nei piani di “colonizzazione” dello spazio tra obiettivi scientifici e loro possibili risvolti militari. Tanto più, appunto, in un periodo storico che vede il futuro del pianeta Terra seriamente minacciato dal riscaldamento climatico, oltre che da altre problematiche in parte connesse, quali le carenze idriche, alimentari ed energetiche o la dimenticata questione demografica.

Se è cronaca di oggi l’uso di strumenti di “polizia predittiva” da parte della Cina per reprimere gli uiguri nella regione Xinjiang, un altro degli sviluppi delle funzioni previsionali legate all’Intelligenza Artificiale riguarda proprio le calamità. Proliferano think thank e gruppi di scienziati che studiano i rischi di catastrofe globale. Mentre gli studiosi cercano di prevedere, alcuni governi e le maggiori potenze, a partire dagli Stati Uniti, non agiscono sulle cause per prevenire e correggere ma si adoperano invece a individuare le vie di fuga. Che sono per pochi, non per tutti.

Queste problematiche e scenari sono alla base anche della Guerra fredda 2.0, in rapido crescendo tra Stati Uniti e Cina, sui cui sviluppi e tempi peserà ora il grado di discontinuità che l’Amministrazione Biden vorrà e potrà determinare rispetto a quella che lo ha preceduto. Non c’è, al riguardo, da essere ottimisti.

 

La strategia distruttiva e destabilizzante di Trump

Su questo quadro e sulle relazioni internazionali del prossimo futuro pesa e comunque peserà l’eredità che Trump ha lasciato. E sta continuando, sino all’ultimo, a voler lasciare: dall’ondata di esecuzioni capitali all’abolizione delle direttive che proteggono dal disboscamento la foresta di Tongass in Alaska, tra le più grandi e relativamente intatte del mondo; dalla messa all’asta dei diritti di perforazione petrolifera nel delicatissimo Arctic National Wildlife Refuge all’invio del segretario di Stato Pompeo in una nuova missione in Medio Oriente, tesa a bloccare la strada del suo successore a una sdrammatizzazione dei rapporti con l’Iran.

 

Quella di Trump è stata, dall’inizio del suo mandato, una guerra all’ambiente e una strategia di destabilizzazione internazionale, attraverso costanti scelte di rottura del multilateralismo: con il ritiro dagli accordi di Parigi sul clima, da quello sul nucleare con l’Iran, dal Trattato sui missili nucleari a medio raggio, dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dall’Agenzia culturale delle Nazioni Unite; ha poi tagliato i finanziamenti per il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e per l’Agenzia delle Nazioni Unite che aiuta i rifugiati palestinesi e, infine, durante la pandemia, ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Parallelamente, ha innescato le guerre commerciali contro la Cina, ma anche contro l’Europa, sempre meno considerata come importante alleato. In America Latina ha scelto il sostegno a oltranza a un personaggio impresentabile come il venezuelano Juan Guaidó e alle sue operazioni golpiste; ha imposto la nuova rottura delle relazioni con Cuba, dopo il positivo processo di aperture portato avanti da Obama.

Anche in Medio Oriente ha continuato con scelte incendiarie, prima con lo spostamento dell’Ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, poi con il suo “Deal of the Century”, che ha provocato anche una richiesta alla Corte Penale Internazionale di indagare sui possibili crimini di guerra contro il popolo palestinese da quel Piano provocati. Da ultimo, con l’accordo per la normalizzazione delle relazioni tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, patrocinato dagli Stati Uniti e peraltro approvato anche da Joe Biden, che ancora una volta sottrae diritti e speranze al popolo palestinese.

 

L’impunità e il diritto del più forte

Quella di Trump è dunque stata una strategia tesa a sancire l’irrilevanza delle Nazioni Unite – certo non esenti da errori e necessità di riforma –, all’insegna dell’unilateralismo e del diritto del più forte. Da cui è conseguita anche l’offensiva contro la Corte Penale Internazionale, non a caso condivisa con entusiasmo da Benjamin Netanyahu, annunciando sanzioni economiche contro suoi funzionari e addirittura, minacciandola esplicitamente: «Non tollereremo i tentativi illegittimi della Corte di sottoporre gli americani alla sua giurisdizione». Laddove, naturalmente, per americani vanno invece intesi i loro governanti che, per Trump, non sono assoggettabili al diritto internazionale. L’unica legge che riconoscono ed esercitano è quella del più forte. Terroristi sono sempre e solo i loro nemici.

L’attivismo destabilizzatore di Trump ha imposto un nuovo e pericoloso disordine mondiale, in cui in particolare l’Unione Europea rischia di diventare ininfluente.

È soprattutto in base a quelle scellerate politiche, in particolare sul clima e sulle armi nucleari, che gli scienziati atomici nel gennaio 2020 hanno spostato in avanti di 20 secondi le lancette del Doomsday Clock, il simbolico orologio creato dopo Hiroshima e Nagasaki, che da 73 anni indica la distanza temporale dalla mezzanotte del mondo, ovvero dall’apocalisse. Ora mancano solo cento secondi, un livello di pericolo mai raggiunto sinora, neppure nei momenti più tesi del confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica del secolo scorso.

I crimini di sistema

Ecco perché quando il nostro nuovo Rapporto diventa anche osservatorio contro l’impunità, intende mettere sotto esame, analizzare e documentare i crimini di sistema e i crimini di Stato.

Quando parliamo di impunità, infatti, non ci riferiamo solo al genocidio dei Rohingya e alla repressione dei Mapuche, ai campi di lavoro in Cina e alla persecuzione degli uiguri, alla condizione delle donne in Arabia Saudita e alla ferocia del regime in Iran, agli attacchi sistematici in tante parti del mondo contro i giornalisti e a quelli contro gli avvocati, alla repressione di massa nella Turchia di Erdogan e a quella nell’Egitto di Al Sisi, ai campi di tortura in Libia, alle uccisioni e morti impunite di Mario Paciolla, Santiago Maldonado, Ebru Timtik, Giulio Regeni, George Floyd, Zara Alvarez, Daphne Caruana, Anna Politkovskaia, Lyra McKee, Marielle Franco, Jamal Khashoggi, Cristina Bautista e ai troppi altri, attivisti, difensori dei diritti umani, difensori dell’ambiente, difensori della libertà di stampa e di parola, sindacalisti imprigionati o uccisi, cui pure dedichiamo una parte importante delle nostre pagine, oltre che la copertina.

Non guardiamo solo ai crimini umanitari e all’attività della Corte Penale Internazionale o delle Commissioni per i diritti umani delle Nazioni Unite, di cui, ad esempio, ci dicono e scrivono nel 18° Rapporto tanti importanti e competenti interlocutori: da Kamel Jendoubi a Barbara Lochbihler, Gabriella Citroni, Denis Mukwege, Carla Del Ponte, ai mediatori di pace Brian Currin ed Enrique Santiago Romero. Ma ci riferiamo anche ai crimini e al potere incontrollato e rapace delle multinazionali di cui scrivono, ad esempio, Brid Brennan e Gonzalo Berron.

Perché crimini di sistema non significa solo e necessariamente arresti arbitrari, uccisioni extragiudiziali, torture, guerre e genocidi. Vanno finalmente considerati tali anche i crimini ambientali, quelli economici e sociali, quelli contro i lavoratori e le loro organizzazioni. La riduzione in povertà deve essere considerata un crimine quanto la riduzione in schiavitù, nelle leggi nazionali e internazionali, così come nella sensibilità comune. Il diritto alla salute deve essere inteso come un diritto umano, eguale e garantito, non una merce da vendere e comprare. Il diritto al reddito di dignità e di cittadinanza va sottratto a ogni logica di mercato o di compatibilità economica.

Questi sono il terreno su cui lavoriamo e il contributo specifico che cerchiamo di dare con il nostro lavoro di informazione, di sensibilizzazione, di analisi e di proposta.

* curatore del Rapporto sui diritti globali, direttore dell’Associazione Società Informazione. Fonte:  Transform! Italia

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