Il lockdown permanente di anziani e detenuti

by Grazia Zuffa * | 8 Dicembre 2020 12:02

Nella consueta litania mediatica circa la pandemia (dati, commenti di esperti e meno esperti, evoluzioni attese, ricadute sulle nostre vite quotidiane), poco ci si sofferma su due fenomeni importanti: la ripresa delle infezioni nelle residenze per anziani, così come nelle carceri. Negli istituti di pena, poi, la nuova ondata si rileva assai più pericolosa della prima, anche se dei detenuti si parla ancora meno che degli anziani in RSA: non si sa se sia un bene o un male, stante la confusione del dibattito pubblico (fra le contraddizioni della comunicazione istituzionale e la scarsa chiarezza delle voci “scientifiche”), in ogni modo è sintomo di scarsa sensibilità sociale nei confronti di soggetti ambedue (diversamente) fragili e istituzionalizzati.

Vale dunque la pena di ragionarci un po’, notando per prima cosa ciò che accomuna i contagi in carcere e nelle RSA. Sia gli anziani/anziane, sia i detenuti/detenute, vivono in lockdown permanente, senza mai poter uscire. E tuttavia possono, a certe condizioni, ricevere visite. Con la pandemia, il lockdown “costitutivo” – diciamo così – della loro vita quotidiana si è trasformato in isolamento dal contatto con l’esterno. Per i detenuti, l’isolamento richiama il confinamento “disciplinare”; per gli anziani, evoca lo spettro (già incombente) della morte, il momento dell’addio definitivo al mondo delle relazioni umane (come ha scritto Alberto Asor Rosa). Poco spazio ha avuto nel dibattito pubblico la sofferenza dell’isolamento, tacitata dall’epica della lotta alla pandemia al grido – oggi parecchio affievolito – del «andrà tutto bene». Eppure, ci sono anziani e anziane che non vedono figli e nipoti dai tempi della prima ondata.

Recentemente, un programma televisivo mostrava un dispositivo di protezione “all’avanguardia” (sic!), che permette il contatto delle mani guantate di parenti e ricoverati. Un’immagine agghiacciante presentata come segno di speranza. È andata perfino peggio – com’era da aspettarsi – ai detenuti: lo sgomento e la rabbia per la sospensione delle visite e delle attività, alla base delle rivolte di primavera, sono stati letti in chiave puramente criminale.

Torniamo ora alla loro condizione di vita, in lockdown obbligato e isolato. Per anziani e detenuti non valgono i continui appelli alla responsabilità individuale dei comportamenti corretti, la loro salute è nelle mani di altri – enti, istituzioni, operatori preposti alla loro cura e/o custodia. È perciò questione di responsabilità sociale, di cura e attenzione nel predisporre misure e programmi per difendere coloro che non possono difendersi da sé, perché privati della libertà (i detenuti) o largamente limitati nella libertà (gli anziani ricoverati). E allora, come è possibile accettare con tanto fatalismo (nei giorni del mantra della scienza) che il virus sia di nuovo nelle RSA e nelle carceri? È comprensibile che la prima ondata abbia colto di sorpresa: non si aveva ben chiara la mappa di tutte le situazioni e i comportamenti a rischio per il contagio, mancavano le mascherine, addirittura si discuteva della loro utilità. Oggi non è più così. In più, non sembra che la fonte del nuovo contagio sia da mettere in relazione con l’allentamento dell’isolamento. Per gli anziani, si è appena detto. Anche nelle carceri si è imposta la comunicazione telematica con l’esterno, i (pochi) colloqui in presenza avvengono con schermi di plastica. Insomma, non vale prendersela col bengodi di Ferragosto, con l’untore dal “comportamento irresponsabile”.

Proprio per questa scarsa trasparenza, la questione del contagio nei luoghi “chiusi” rimane, in tutta la sua gravità. Un fatto è certo: questi luoghi si rivelano come i più pericolosi, in primis perché le persone, private della loro autonomia, non sono in grado di tutelarsi da sé. Nemmeno sono in grado di far sentire la loro voce. Sono fragili e deboli, soprattutto socialmente. E questa fragilità sembra affievolire la responsabilità sociale, invece di incrementarla. Tanto che neppure ci si domanda come e perché non siamo stati ieri, e non siamo oggi, in grado di tutelarli a dovere.

Per la verità, il dibattito dei giorni scorsi su come limitare la pandemia e proteggere i più deboli (gli anziani) qualche risposta l’ha data. Si sono udite voci che chiedono di rinchiuderli (in casa), perché non si contagino e mettano in crisi gli ospedali: dimenticando che il maggior numero di vittime anziane si è registrato proprio nei ricoveri chiusi; e sorvolando sul fatto che in Italia molti vivono coi familiari, persone che escono e vanno a lavorare, e dunque possono importare il virus nelle mura domestiche. Sono considerazioni così banali che la “dimenticanza” non può non insospettire. Forse semplicemente, questi sedicenti difensori degli anziani la “protezione” la intendono così: come esclusione – alla lettera – dalle città, dalle strade, dagli affetti dei deboli; degli “scarti”, biologici e sociali.

 

* Presidente Società della Ragione

 

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