Umiliati, imprigionati, uccisi. La repressione israeliana dei minori palestinesi

Umiliati, imprigionati, uccisi. La repressione israeliana dei minori palestinesi

GERUSALEMME. Un compleanno si è trasformato in un funerale. «Ali è sceso in strada con me. I soldati israeliani sparavano con i fucili e lanciavano lacrimogeni ma noi due pensavamo alla torta di compleanno che stava preparando sua madre. Poi Ali è crollato a terra tenendosi l’addome e ha perso conoscenza». Muhammad Abu Aliya, 16 anni, raccontava ieri ai giornalisti gli ultimi istanti di vita di suo cugino e amico Ali Abu Aliya. Ucciso nel giorno del 14esimo compleanno da un proiettile sparato dai soldati che gli ha spappolato l’intestino. «Non ha avuto scampo, l’emorragia interna è stata devastante», spiegano i medici dell’ospedale di Ramallah che hanno tentato senza successo di rianimare il ragazzo. Proiettile che l’esercito israeliano smentisce di aver sparato contro i manifestanti del villaggio palestinese di Al Maghayer, ad est di Ramallah, che da tempo si battono contro un avamposto coloniale ebraico. Il portavoce militare afferma che i dimostranti sono stati dispersi con lacrimogeni, proiettili rivestiti di gomma e usando fucili Ruger che non sarebbero letali per il piccolo calibro. Certo non sparano confetti, soprattutto se esplosi da distanza ravvicinata. Dal 2015, spiega l’ong per i diritti umani B’Tselem, i fucili Ruger hanno ucciso almeno sette dimostranti. In ogni caso i palestinesi smentiscono seccamente la versione israeliana secondo la quale i soldati avrebbero risposto a un intenso lancio di pietre. I militari, denunciano gli abitanti del villaggio, hanno fatto fuoco subito ad altezza d’uomo e lanciato dozzine di candelotti lacrimogeni.

Ad Al Maghayer ieri, incuranti della seconda ondata coronavirus che sta mietendo tante vittime in Cisgiordania, erano in centinaia a seguire la salma di Ali, avvolta nella bandiera nazionale, ricoperta di fiori, portata in spalla da amici e familiari. Di lato, a distanza, assieme ad altre donne, c’era la madre Rawan, sciolta in un pianto infinito. «Ali amava il calcio, a casa trovi ovunque palloni e magliette dei club internazionali. Sognava di diventare un campione», ha raccontato Ayman, il padre del ragazzo. Due anni fa Ali era già stato ferito, in modo lieve, da un proiettile rivestito di gomma durante gli scontri con l’esercito seguiti all’uccisione di un altro ragazzino del villaggio, Laith Abu Ali.

Dolore ma anche rabbia. Parla di «crimine di guerra» l’Autorità nazionale di Abu Mazen. Il portavoce del movimento Fatah, Osama al-Qawasmi, ha esortato i palestinesi a rispondere a queste uccisioni rafforzando l’unità nazionale. Stessa l’esortazione del movimento islamico Hamas che chiede «il ritorno al consenso nazionale per resistere all’occupazione». Ed è scesa in campo anche l’Unione europea che attraverso il suo rappresentante locale ha chiesto un’indagine sull’incidente. «I bambini godono di una protezione speciale ai sensi del diritto internazionale» – sottolinea la delegazione dell’Ue -«Quanti altri bambini palestinesi saranno soggetti a un uso eccessivo della forza letale da parte delle forze di sicurezza israeliane? Questo incidente scioccante deve essere rapidamente indagato subito». L’uccisione di Ali Abu Aliya giunge mentre l’attenzione dei centri per i diritti umani e la difesa dell’infanzia si concentra di nuovo su bambini e ragazzi palestinesi sotto occupazione militare. In un rapporto di 73 pagine-“Isolated and Alone: Palestinian children held in solitary confinement by Israeli authorities for interrogation – l’ong Defence for Children International-Palestine, denuncia che le autorità israeliane detengono i minori palestinesi in isolamento durante l’interrogatorio, che può durare anche alcuni giorni, ed esorta a considerare questa pratica una forma di tortura: «si tratta di una punizione crudele, inumana e degradante». Il diritto internazionale – ricorda Khaled Quzmar, direttore di Dcip – «proibisce l’uso dell’isolamento e misure simili. Questa pratica causa danni psicologici sia immediati che a lungo termine».

Mentre sono in isolamento, scrive Dcip, i ragazzi detenuti non hanno contatti umani significativi, poiché le interazioni con gli altri sono spesso esclusivamente con chi li interroga. I pasti vengono passati attraverso uno sportello nella porta della cella. Alcuni dei minori detenuti riferiscono le celle di isolamento sono poco ventilate, l’illuminazione resta accesa 24 ore su 24 e mancano le finestre. Durante l’interrogatorio, aggiunge Dcip, la legge militare israeliana non assicura ai minori palestinesi il diritto alla presenza di un genitore o di un avvocato. Le tecniche, prosegue l’ong, sono coercitive, una combinazione di intimidazioni, minacce, abusi verbali e violenza fisica con un chiaro scopo di strappare una confessione. Dal primo gennaio 2016 al 31 dicembre 2019, 108 minori sono stati tenuti in isolamento, in qualche caso per due settimane. Stando all’inchiesta svolta dall’ong, Israele ogni anno persegue tra i 500 e i 700 minori nei tribunali militari. Si stima che dal 2000 le autorità israeliane abbiano detenuto, interrogato, perseguito e imprigionato circa 13.000 ragazzi palestinesi. Al momento 15 minori palestinesi sono in isolamento e 168 sono incarcerati per ragioni di sicurezza.

Di questi abusi si è occupato nei giorni scorsi anche il quotidiano israeliano Yediot Ahronot. Tra il 2017 e il 2019, ha scritto, le forze militari in Cisgiordania e a Gerusalemme Est hanno arrestato 5.000 minori palestinesi di età compresa tra 12 e 18 anni, applicando metodi di detenzione simili a quelli utilizzati per l’arresto di sospetti adulti. Sono stati bendati e ammanettati e molti di essi riferiscono di colpi alla schiena con il calcio dei fucili. Altri raccontano di essere stati interrogati per tutta la notte, senza sosta. La legge civile israeliana protegge i minori arrestati. Tuttavia, a differenza degli israeliani, i ragazzi palestinesi in Cisgiordania sono processati dai militari e godono di poche tutele.

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto



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