Uomini o topi?

by Sergio Segio * | 24 Dicembre 2020 10:17

Immaginatevi di rimanere bloccati in un vagone della metropolitana affollato, anzi sovraffollato. Le porte sono chiuse, i finestrini anche e sono per giunta oscurati. Le raccomandazioni sul distanziamento suonano beffarde, ci si trova inevitabilmente addossati gli uni agli altri. Gli odori e le paure si mescolano.

Passano i giorni, le settimane, i mesi, si avvicina il Natale e siete sempre lì. I telefoni non funzionano, non avete più notizie dei vostri cari. L’unica cosa che funziona è la televisione interna, le notizie giornaliere sulla pandemia sono bollettini di guerra. Alla paura si mescola la rabbia e l’impotenza. Nessuno vi dà risposte. Non sapete più cosa fare, se non sbattere la testa alla parete, come topi in gabbia. E in effetti lo siete diventati. Proprio come per i topi, “quelli fuori” hanno disprezzo per voi, forse anche loro hanno paura e ve la riversano contro. Vi vedono come diversi e minacciosi; si sentono più sicuri se voi siete chiusi in quel vagone e sperano che non ne usciate più.

Immaginatevi tutto questo e sappiate che quella è la condizione quotidiana di chi sta in carcere nel tempo del Covid-19.

Potete certo pensare che chi ci sta è perché se l’è cercata; probabilmente lo pensate senz’altro, anche se vi ritenete sensibili e democratici. In ogni caso, siete convinti che non ci sia nulla da fare: così vanno le cose e i problemi urgenti sono ben altri. La pandemia, come prima e assieme la crisi economica e l’impoverimento generale, non consentono generosità verso chi ha sbagliato, a volte pesantemente. Neppure a Natale. Tanto più in questo Natale, in cui ci si sente tutti sacrificati, penalizzati, impossibilitati, preoccupati. C’è da pensare prima alle persone perbene. Il domani, poi, mostra solo nuvole scure.

Ma tornate a immaginare, solo per un momento ancora, di essere anche voi chiusi in quel vagone, sia pure per sbaglio, non volevate salirci davvero: vi è capitato, non sapete neppure bene come e perché.

Mentre si avvicina il Natale, non potete fare e ricevere alcun regalo o conforto. Il riscaldamento funziona poco e male, assieme alla paura sale il gelo e cresce l’ansia; manca l’aria e sentite la pressione continua degli altri intorno a voi, a contendersi il minuscolo spazio.

Adesso chiedetevi se quella sia una condizione umana accettabile, se risponda davvero alla giustizia. O se non si possa, non si debba, invece trovare altri modi per riparare i danni e le offese, per pesanti che siano stati. E non per lo spirito natalizio, non per evanescente bontà, ma perché avete finalmente capito che il carcere è uno specchio, estremo ma reale, della società. È parte di essa, non un mondo alieno; chi ci abita è uguale a voi, ha le vostre stesse paure, desideri, aspirazioni. Avete compreso che se accettate che permanga come luogo senza speranza e senza diritti vorrà dire che scegliete di vivere in una società che ha perso la voglia di cambiare e di costruire un futuro diverso e più giusto. Per sé e per gli altri. Anche per quelli bloccati in quel vagone.

* Editoriale pubblicato sul sito del Gruppo Abele

 

Foto di kalhh da Pixabay

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