Cina. Morti per troppi straordinari, cresce protesta per superlavoro e sfruttamento

Due decessi per «overworking» all’interno di una delle aziende leader dell’e-commerce cinese hanno scatenato le proteste sui social contro «i capitalisti». E il governo prova ad approfittarne

Silvia Frosina * • 13/1/2021 • DIRITTI ECONOMICI • 124 Viste

Pinduoduo è una giovane promessa dell’e-commerce cinese. Fondata nel 2015 dall’ex dipendente di Google Colin Huang, l’azienda ha oggi 643 milioni di utenti attivi e il fiato sul collo della rivale Alibaba, ma da giorni è al centro di una tempesta mediatica dopo la morte di due dipendenti.

ZHANG, IMPIEGATA di 23 anni, ha perso la vita dopo un malore mentre tornava a casa dall’ufficio dopo una notte di straordinari, il 29 dicembre. Neanche dieci giorni dopo, il 9 gennaio, a Changsha, nello Hunan, un ingegnere si toglie la vita saltando dalla finestra di casa. Aveva chiesto un congedo dal lavoro e lasciato la sede di Shanghai, dove lavorava da soli sei mesi.

Le ipotesi che legano i decessi all’overworking hanno scatenato la rabbia dei netizens cinesi, accentuata da un commento dell’azienda sulla morte di Zhang: «guardate chi sta ai margini della società, chi di loro non scambia la propria vita per il denaro? Non è colpa del capitale, ma della società, se oggi ci troviamo a lottare per la nostra vita».

PINDUODUO si è subito appellata al malinteso: un dipendente avrebbe erroneamente postato un’opinione personale dal profilo ufficiale dell’azienda. Per molti, però, le scuse sono arrivate troppo tardi. Il social cinese Weibo si è riempito di insulti, rivolti sia a Pinduoduo che all’industria del tech in generale. «Hanno sfinito un lavoratore a morte e ora ne usano un altro come capro espiatorio» ha scritto un utente. «I capitalisti hanno finalmente mostrato la loro natura malvagia» recita un altro post «il capitale è il capitale, non darà valore alla vita delle persone».

L’episodio è solo l’ultimo esempio di un risentimento crescente del pubblico cinese verso la cultura del lavoro promossa dalle grandi aziende e dai magnati che le amministrano. Anche «Papà Ma» – così veniva chiamato dai suoi ammiratori Jack Ma, il fondatore di Alibaba – è oggi un «fantasma succhiasangue» e un «malvagio capitalista». Sotto i post che lo riguardano fioccano massime marxiste: «lavoratori di tutto il mondo, unitevi!».

PECHINO non è rimasta sorda alle proteste. L’Ufficio comunale del lavoro di Shanghai ha annunciato l’avvio di un’indagine sulle condizioni di lavoro di Pinduoduo. Anche Xinhua si è espressa in merito ai due casi dicendo che «la cultura degli straordinari è malsana e va ridimensionata». Un riferimento implicito anche allo stesso Jack Ma, che nel 2019 chiamò il lavoro straordinario «una benedizione».

Del resto, il governo cinese non fa segreto di quale sia la sua idea di «capitalista ideale». Lo scorso novembre, solo pochi giorni dopo la cancellazione del lancio in borsa di Ant Group – affiliato di Alibaba nel ramo della finanza tech – Xi ha visitato il museo dedicato a Zhang Jian, un industriale del secolo scorso, noto in Cina per la sua vena filantropica.

ATTENTO AL BENESSERE dei suoi lavoratori e convinto della necessità di reinvestire il profitto nella comunità, Zhang Jian ha costruito scuole, strade, parchi, cliniche mediche, biblioteche e case di riposo. Il messaggio del tour di Xi, quindi, è chiaro: nella Cina di oggi, il businessman di successo è colui che mette gli interessi della nazione davanti al profitto e si impegna per il progresso materiale e spirituale della società. Non chi sfrutta a morte i suoi dipendenti.

Va detto che anche Jack Ma ha progetti filantropici di alto profilo sparsi per il mondo – iniziative per l’educazione nelle zone rurali e fondi cospicui per lo sviluppo del talento imprenditoriale in Africa. Zhang e Ma, però, differiscono sotto un aspetto fondamentale: laddove il primo era un rispettato funzionario, il secondo è famoso per le sue sfide all’autorità del partito. L’ultima è del 24 ottobre scorso, quando accusò il governo di insensibilità al progresso, scagliandosi contro l’inadeguatezza delle politiche in materia economica. Fu la sua ultima apparizione in pubblico, seguita dalla notizia, del 5 gennaio, che il magnate è sotto supervisione e non può lasciare il paese.

La campagna mediatica contro i «malvagi capitalisti» si profila come un nuovo trend delle relazioni tra stato, capitale e società nella Cina di Xi. Resta da capire quanto di tutto questo sia ispirato a una reale riflessione politica. Secondo Quartz le basi ci sarebbero, ma dato il contesto politico cinese, l’opinione pubblica non oserebbe rivolgersi al governo per chiedere migliori condizioni lavorative e una più giusta distribuzione della ricchezza. La frustrazione si canalizzerebbe quindi verso le aziende.

PER IL GOVERNO INVECE, la campagna potrebbe essere strumentale al controllo del settore dei pagamenti online, uno dei più redditizi nella Cina (e nel mondo) di oggi. Prendere posizione contro la cultura del lavoro nociva potrebbe servire a legittimare la caduta in disgrazia di personaggi scomodi «alla Jack Ma», mettendo fine, al contempo, alla totale libertà dei giganti tecnologici.

* Fonte: Silvia Frosina, il manifesto

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