Il Libano si infiamma, con proteste e feriti: «O si muore di fame o di Covid»

Il Libano si infiamma, con proteste e feriti: «O si muore di fame o di Covid»

BEIRUT. Terza notte di scontri ieri a Tripoli, tra le aree più colpite dalla crisi economica. I feriti sono in totale circa 200, alcuni sono in ospedale. Manifestanti con pietre e molotov, polizia con idranti, proiettili di gomma e lacrimogeni. Martedì altri blocchi sulle arterie principali nel resto del paese.

Il premier incaricato Hariri in un tweet ha messo in guardia dalle strumentalizzazioni politiche della protesta. Costretto a scegliere tra morire di fame o di Covid, il popolo libanese viola le strettissime misure anti-contagio che hanno bloccato ulteriormente il Libano e quello che resta della sua economia disastrata.

L’11 gennaio la Difesa ha indetto lo stato di emergenza sanitaria: dal 14 chiusura di tutte le attività – supermercati e ristoranti possono solo effettuare consegne a domicilio – eccetto quelle essenziali, divieto totale di spostamenti e coprifuoco dalle 17 alle 5. Durerà fino all’8 febbraio, ma non si esclude un prolungamento.

All’emergenza si è arrivati dopo una pessima gestione sanitaria specie nel periodo natalizio quando per far girare l’economia c’è stato in pratica un liberi tutti che ha portato a un’impennata di contagi, ricoveri e morti. I numeri sono impressionanti – solo ieri 76 morti e 3906 contagiati in un territorio di 10mila km² – nonostante le stime siano al ribasso poiché la sanità è privata e sia cure che tamponi sono cari.

I primi 50mila vaccini arriveranno solo dall’8 febbraio. Il ministro della salute Hasan si è impegnato a somministrare gratuitamente due milioni di vaccini nei prossimi mesi a libanesi e stranieri residenti e di raggiungere l’80% della popolazione entro la fine dell’anno. Il vaccino non sarà obbligatorio, ma altamente consigliato.

Si protesta contro il governo che avrebbe dovuto provvedere ad aiuti prima di implementare le restrizioni. Il ministro ad interim per gli affari sociali Musharrafieh ha dichiarato martedì che tre quarti della popolazione, che è di sei milioni di abitanti, ne ha bisogno. Lo Stato avrebbe già cominciato a distribuire le 400mila lire libanesi mensili promesse a 230mila famiglie.

Cifra in ogni caso irrisoria dato che la crisi cominciata nel 2019 ha portato il cambio lira-dollaro da 1500 lire a circa 9mila per un dollaro. L’inflazione è alle stelle, visto anche che il Libano produce solo il 20% del proprio fabbisogno. Generi di primissima necessità a prezzi proibitivi, quando reperibili.

L’Onu stima che oggi metà della popolazione libanese è in stato di povertà, metà della quale è estrema povertà. C’è una forte e ampiamente prevista emergenza alimentare: nei casi migliori malnutrizione, negli altri fame.

Intanto lo stallo politico non accenna a sbloccarsi. Dopo un momento di euforia iniziale, il 22 ottobre, per la nomina di Hariri appoggiata da Francia e Stati Uniti nel quale la formazione del governo sembrava questione di minuti, il gelo tra il quattro volte premier e il presidente Aoun non dà segni di scioglimento.

Il Movimento Futuro, il partito del premier designato Hariri, che ha sempre sostenuto la necessità di un governo di tecnici al fine di uscire dall’impasse economica con il sostegno della Francia, accusa Bassil, capo del Partito libero patriottico e genero del presidente Aoun, di volere invece un governo o puramente politico o tecnico, ma con i partiti che abbiano potere di veto.

L’Eliseo è intervenuto con un comunicato nel quale si dichiara la disponibilità di Macron e Biden a “lavorare insieme per il raggiungimento di pace e stabilità in Medio Oriente, in particolare riguardo alla questione del nucleare iraniano e alla situazione in Libano” e annuncia la visita a breve di Durel, consigliere di Macron per il Medio Oriente, mentre Hariri è atteso a Parigi.

Nella telefonata di domenica sera il premier francese ha anche invitato il neo presidente americano ad avere un approccio “più realistico” su Hezbollah, data la situazione attuale. Nel mentre esplode la rabbia e la frustrazione di un popolo allo stremo.

* Fonte: Pasquale Porciello, il manifesto



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