Il Piano per la ripresa si piega a Renzi, privilegiati turismo, agricoltura e infrastrutture

Piano di Ripresa. Recovery Fund, nel testo finale raccolte le richieste di Italia Viva. Più spazio a nuovi progetti e trasversalità su donne, giovani e Sud

Massimo Franchi * • 13/1/2021 • Diritti Sociali • 90 Viste

La versione finale del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) raccoglie buona parte delle critiche di Italia Viva. Le 172 pagine messe a punto dai ministri Gualtieri, Amendola e Provenzano – tutti e tre del Pd – sono un documento molto democristiano, un esercizio di equilibrismo che cerca di accontentare tutti ma che allo stesso tempo migliora nettamente la prima versione – preparata dai soli Conte e Amendola – aumentando la quota di investimenti, dando più spazio a nuovi progetti e riuscendo a dare un buon tratto di organicità sistemica all’uso dei fondi europei.

SE IL RADDOPPIO DEI FONDI alla sanità – da 9 ai 19,7 miliardi dell’ultima versione – era un punto già assodato da giorni, gli ultimi ritocchi al testo riguardano in gran parte i temi sollevati dai renziani. Rimangono le sei missioni ma vengono affiancate da tre «priorità trasversali»: «parità di genere», «giovani» e «sud ed equilibrio territoriale» sui quali viene valutato ogni capitolo di spesa.

Dei 209,9 miliardi complessivi ora ben 144,2 finanziano nuovi progetti mentre 65,7 riguardano «progetti in essere». La critica renziana di non utilizzare tutte le risorse è superata dall’aver contabilizzato anche i 20 miliardi del Fondo coesione europeo 2021-2027, buona parte in settori sensibili a Italia Viva: «rete ferroviaria veloce, portualità integrata, trasporto locale sostenibile, banda larga e 5G, ciclo integrale dei rifiuti».

L’altra critica di Renzi riguardava il basso impatto del Recovery sulla crescita. Su questo tema Gualtieri è intervenuto con un grafico che mostra come «l’impatto del Pnrr sul Pil» sia crescente: dallo 0,6% nel 2021 a ben il 3% nel 2026. Insomma, un piano con effetti quinquennali.

SONO MOLTO RENZIANI I 7 MILIARDI destinati a «turismo e cultura 4.0» con ben 16 progetti che coprono tutto e il contrario di tutto: dai «grandi attrattori turistico culturali» al «progetto Cinecittà» o al programma «luoghi identitari», così come accontentano le richieste della ministra Bellanova i ben 6,3 miliardi per «agricoltura sostenibile ed economia circolare» che l’hanno portata a non bocciare l’intero piano.

Sul capitolo infrastruttura viene ribadita la centralità della rete ferroviaria rispetto a quella autostradale ma i fondi per la «messa in sicurezza e il monitoraggio digitale di strade, viadotti e ponti» rimane tutta con uno stanziamento di 1,6 miliardi di cui 1,15 per le autostrade abruzzesi – togliendo però il riferimento al «concessionario» (Toto) dopo la denuncia di Rifondazione comunista.

QUELLO DELLE INFRASTRUTTURE è il capitolo più dettagliato anche se al suo interno contiene opere alquanto fumose come la sempre rivendicata da Conte tratta ferroviaria Roma-Pescara – oggi la linea ospita solo treni Regionali che impiegano 3 ore e mezza – abbinata ad un nuova fantasmagorica Salerno-Reggio Calabria.

Positivi invece i 16,72 miliardi per il capitolo «potenziamento delle competenze e diritto allo studio» con 1 miliardo per «alloggi per gli studenti», altrettanti per «tempo pieno», ben 1,5 miliardi per contrastare l’«abbandono scolastico» e 2 miliardi per il piano asili nido con l’obiettivo di una copertura all’83% e 622 mila nuovi posti nel 2026.

Nel capitolo «politiche per il lavoro» si alternano stanziamenti importanti – 7,5 miliardi per «politiche attive e sostegno all’occupazione» – all’accontentare tante richieste della Confindustria di Bonomi come l’inutile «assegno di ricollocazione» introdotto dal Jobs act e l’«apprendistato duale».

Fin qua l’insieme dei capitoli di spesa. Rimane tutta aperta invece la partita su chi controllerà i progetti. Nel testo a questo sono dedicate solo poche righe a pagina 12: «Il governo, sulla base delle linee guida europee per l’attuazione del Piano, presenterà al Parlamento un modello di governance che identifichi la responsabilità della realizzazione del Piano, garantisca il coordinamento con i ministri competenti a livello nazionale e gli altri livelli di governo, monitori i progressi di avanzamento della spesa». Insomma: il piano c’è; chi lo controlla ancora no. E sarà la vera battaglia dei prossimi mesi.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

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