Yemen. Ultima zampata di Trump sulla pace: Pompeo dichiara «Houthi terroristi»

by Chiara Cruciati * | 12 Gennaio 2021 10:12

Niente rimesse dall’estero né importazioni. Rischio catastrofe, avvertono le ong: il movimento Ansar Allah coordina gli aiuti umanitari nel nord e nel centro del paese

Venerdì scorso, a meno di 48 ore dall’assalto trumpista del Campidoglio, la speaker della Camera Nancy Pelocy si rivolgeva al Pentagono e al capo di stato maggiore Mark Milley per evitare l’ultima eventuale follia del presidente: l’esasperazione di una crisi militare, il lancio dell’atomica, un attacco qualsiasi a un paese nemico.

Una preoccupazione che per i democratici assume soprattutto sembianze persiane. Dopotutto il principale target delle ultime attività di politica estera di Trump è stato l’Iran.

All’assassinio del generale Soleimani a Baghdad sono seguiti tutti accordi di «pace» tra Israele e paesi arabi, chiaro accerchiamento dell’establishment della Repubblica islamica, ma Pelosi vorrebbe cautelarsi.

Di certo un’ultima zampata Trump l’ha data ieri: un presidente in uscita dalla Casa bianca e con la spada di Damocle dell’impeachment penzolante sulla testa, ha ordinato l’inserimento del movimento yemenita Ansar Allah nella lista dei gruppi terroristici.

A rendere noto «l’atto finale dell’amministrazione» è stato il segretario di Stato Mike Pompeo a nove giorni dall’ingresso nello Studio ovale di Joe Biden, a cui lascia l’ennesima patata bollente tra le mani. La decisione di bollare come terrorista Ansar Allah, riferimento politico e militare dei ribelli Houthi, porta con sé conseguenze significative.

Se per Trump è solo la stoccata finale al nemico iraniano (accusato di rifornire di armi e denaro il movimento, capace così di spedire droni fin in Arabia saudita), per chi cerca di sopravvivere in Yemen la mossa è fatale.

Lo è per la popolazione civile del nord e il centro dello Yemen, regioni controllate dagli Houthi a partire dal settembre 2014, quando occuparono la capitale Sana’a, e dal marzo 2015 oggetto dei bombardamenti indefessi della coalizione sunnita a guida saudita che ha ridotto il paese nell’ombra di se stesso.

Non si potrà importare dall’estero, né ricevere le fondamentali rimesse in denaro della diaspora, spesso unico sostegno di molte famiglie. E poi ci sono gli aiuti umanitari: quelli in grado di arrivare, dopo aver superato il blocco aereo e navale saudita, possono essere distribuiti dalle ong e dalle agenzie dell’Onu solo coordinandosi con gli Houthi (e nonostante ciò 30 milioni di persone sono malnutrite o denutrite).

Criminalizzare gli Houthi significa – denunciavano ieri svariate ong, da Oxfam a Save the Children al Norwegian Refugee Council – criminalizzare il lavoro umanitario, che non potrà più coordinarsi con ministri e funzionari di Ansar Allah.

Ed è fatale per l’accidentato processo di pace che le Nazioni unite provano a mettere in piedi, con scarsi successi, da anni: se una delle parti è considerata organizzazione terroristica, il dialogo finisce lì. Un dialogo complesso tra Houthi e governo ufficiale (in autoesilio tra Aden, città yemenita del sud, e Riyadh) che solo nel dicembre 2018 ha preso il via in Svezia per non giungere ancora a niente di concreto, se non qualche scambio di prigionieri.

Con gli Houthi in lista nera, l’Onu dovrà fermarsi e Biden avrà poche chance di intervento (non è detto che volesse, dopotutto il suo pre-predecessore Obama è stato colui che ha fatto dello Yemen il modello della guerra a distanza con i droni).

Ieri gli Houthi hanno risposto a Pompeo: «Abbiamo il diritto di reagire», ha minacciato Mohammed Ali al-Houthi, capo del Comitato supremo rivoluzionario. «Sembra che il governo americano in bancarotta provi a sporcare ancora di più l’immagine degli Usa e ad avvelenarne l’eredità», il commento del ministero degli esteri iraniano. Festeggiano invece i sauditi: è l’occasione per ridurre definitivamente alla fame mezzo Yemen.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto[1]

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