Egitto. Poliziotto uccide un attivista, oggi udienza per Patrick Zaki

Adel Lofti aveva 31 anni e viveva a Minya, nell’alto Egitto. Era il responsabile di una ong locale, «I am the Egyptian», impegnata nel microcredito a piccole imprese.

È stato ucciso a coltellate mercoledì scorso da un poliziotto che doveva restituire un prestito, racconta il portale di informazione Middle East Eye: Lofti era andato con alcuni colleghi a casa di Ayman Selim (che aveva chiesto un prestito per lanciare una piccola attività), per trovarsi di fronte un secco rifiuto e poi l’aggressione. Il poliziotto lo ha colpito al cuore con un coltello. Lofti è morto poco dopo nell’ospedale pubblico di Minya.

Un caso, dunque, che non segue il copione ormai noto delle violenze strutturali della polizia su attivisti o semplici cittadini, ma che contiene abbastanza elementi da far temere alla famiglia e alla sua comunità che alla fine il caso venga archiviato, senza punizione per il responsabile.

Per questo mercoledì fuori dall’obitorio in centinaia hanno manifestato chiedendo giustizia, per poi marciare verso i funerali nella chiesa cattolica della città (Lofti era copto). Di nuovo venerdì, durante il ricordo in chiesa, la famiglia ha ribadito di essere in attesa di spiegazioni ufficiali dalle autorità, mentre sui social in tanti partecipavano virtualmente alla protesta.

Limitata nei numeri, ma comunque significativa in un paese in cui la repressione capillare del dissenso – vero e presunto, realizzato o intenzionale – è divenuto il metro che misura l’anormalità della vita politica e sociale.

A preoccupare è l’appartenenza dell’agente, membro di un’unità nota nel paese per la corruzione che la attraversa, le violenze sui civili e i legami con la malavita, spiega il portale Mee. Al momento Selim è in custodia per quattro giorni in attesa della decisione della procura. E si difende: il coltello era di Lofti, ha detto, ci è caduto sopra.

Intanto a 250 km di distanza, al Cairo, oggi si svolgerà una nuova udienza per la convalida della detenzione cautelare o il rilascio di Patrick Zaki, lo studente dell’Università di Bologna detenuto da oltre un anno.

«Presenteremo alla corte documenti che provano le condizioni di salute di suo padre», hanno riferito i legali alla pagina Fb “Patrick Libero”, nella speranza che possa spingere verso un po’ di clemenza.

Il padre di Patrick è ricoverato da mercoledì in ospedale dopo un peggioramento delle sue già fragili condizioni: una brutta infezione si è aggiunta a malattie croniche, una situazione che gli attivisti imputano al dolore e la preoccupazione per il figlio.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto



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