Myanmar. Le prime vittime dei militari continuano a essere i Rohingya

Myanmar. Le prime vittime dei militari continuano a essere i Rohingya

Kamrul Islam lavora per conto della «Christian Blind Mission» nei campi che ospitano i profughi Rohingya in Bangladesh. Questa associazione di origine protestante si occupa prevalentemente di disabilità, in particolare di problemi agli occhi. Kamrul è infatti uno dei responsabili del gruppo di lavoro per la protezione delle persone con disabilità, a cui partecipano anche altre Ong. «Secondo le nostre stime oltre il 10% delle persone nei campi hanno funzionalità ridotte», ci spiega. «Per molti di loro la causa è la repressione scatenata dall’esercito birmano», che in tanti non esitano a definire un vero proprio genocidio.

«OLTRE ALL’ASSISTENZA MEDICA in passato abbiamo organizzato anche il sostegno sociale per insegnare ai sordi il linguaggio dei segni e trovare impiego a tutti. Spesso siamo riusciti a reinserirli nell’agricoltura». Ma non sempre è facile aiutarli, per via della loro riluttanza: «La disabilità viene spesso vissuta dai Rohingya come uno stigma, come una vergogna; talvolta la ritengono una dannazione ricevuta da Dio. Noi cerchiamo sempre di spiegare loro che non c’è niente da vergognarsi».

Kamrul può raccontarci molto della vita nei campi Rohingya. In primo luogo ci spiega che i profughi Rohingya in Bangladesh potrebbero essere molti più di quelli che risultano dai dati ufficiali. Se secondo l’Unhcr poco più di 866 mila Rohingya sarebbero attualmente nei campi di accoglienza bengalesi «fuori da questi centri vivono tantissime persone all’interno di baracche. Il numero totale potrebbe dunque salire fino a 1,2 milioni di persone, secondo i conteggi fatti dai giornalisti. Penso che questa stima potrebbe essere corretta. Del resto l’amministrazione bengalese ha grandi problemi a identificare i suoi stessi cittadini, figuriamoci i Rohingya». Prima della grande ondata di profughi del 2017 i campi disponibili erano solo due; ora sono ben 34 comprese le estensioni, tutti nella zona di Cox’s Bazar.

SECONDO KAMRUL, Dacca starebbe facendo il massimo per assistere i rifugiati. «Il governo, insieme all’Oms, fornisce l’assistenza medica generale. Grazie alle Nazioni Unite il cibo è correttamente distribuito. L’educazione scolastica viene effettuata dall’Unicef e da varie Ong; spesso vengono abilitati all’insegnamento gli stessi profughi. Ma le lezioni sono ferme dallo scorso marzo, ovvero dallo scoppio dell’emergenza Covid».

IL VIRUS NON È ENTRATO con eccessiva violenza nei campi, anche grazie alle misure di contenimento prese. Al momento in cui scriviamo, solo 387 profughi Rohingya lo hanno contratto da aprile 2020; tra di essi, dieci morti e 46 persone attualmente positive. «Ma dobbiamo stare molto attenti», spiega Kamrul: «Se il virus dovesse colpire con maggiore forza sarebbe un disastro, il numero dei morti salirebbe in maniera drammatica».

SONO ANCHE ALTRI I PROBLEMI con cui purtroppo i Rohingya convivono nei campi. Per esempio i ricorrenti incendi: «Personalmente ho assistito a due di essi, uno ha anche distrutto un centro di assistenza medica». Peggio ancora, c’è lo spaccio di yaba, un derivato delle metanfetamine: «Le pasticche arrivano dal Myanmar dentro bottiglie di Coca-Cola. Ci sono state diverse operazioni di polizia nei campi per fermarne la diffusione; credo però che le attività di spaccio siano ancora in corso».

KAMRUL HA AVUTO ovviamente la possibilità di conoscere molti profughi e di ascoltare le loro storie. Alcune di queste gli sono rimaste impresse nella memoria. «Nella città di Teknaf, a sud est del Bangladesh, ho conosciuto una famiglia di 16 Rohingya, composta da una coppia, la madre di lui e ben 13 figli. Vivevano dall’altra parte del fiume Naf che divide Myanmar e Bangladesh. Una mattina videro che su un villaggio vicino al loro gli elicotteri avevano cominciato a spargere polvere da sparo sulle case e a sparare razzi. Sono riusciti a scappare verso un altro villaggio, pianificando la fuga verso il Bangladesh per il giorno dopo. Sono arrivati al fiume dopo 12 ore di camminata tra le colline; purtroppo nel tragitto i militari li hanno trovati e hanno ucciso uno dei figli, mentre un altro è rimasto ferito.

UNA RAGAZZA ha dato luce a un bambino ma ha perso la vita poco dopo. I sopravvissuti hanno pagato 50.000 taka, l’equivalente di 590 dollari, per attraversare il fiume. Li abbiamo trovati in una tenda senza più il denaro per mangiare, e li abbiamo dunque aiutati».

* Fonte: Christian Dalenz, il manifesto



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