Presidenziali in Ecuador. Boom della sinisitra, un indigeno al ballottaggio

by Davide Matrone * | 9 Febbraio 2021 9:43

QUITO. Le elezioni in Ecuador non hanno ancora sancito il nuovo presidente della Repubblica. Il più votato è stato Andrés Arauz, delfino dell’ex presidente Rafael Correa, che ha ottenuto oltre 2 milioni e mezzo di voti superando il 32% delle preferenze.

Il risultato conferma un voto cosciente e stabile di alcuni segmenti della società verso il correismo che gode ancora di un buon consenso popolare. Ci si attendeva di più ma non è niente male, considerando l’incessante campagna mediatica contro dei mezzi di comunicazione privati e nonostante la costante persecuzione politica diretta a tutto l’apparato dirigente del partito di Correa.

Questo voto cosciente, che si aggira intorno al 30%, è lo stesso che si vide nella consultazione popolare del 2018 quando il «no» (sostenuto solo da Correa & Company) raggiunse una media nazionale del 32,9% nei 7 quesiti referendari. Ma il risultato non è sufficiente per designare Arauz come il nuovo mandatario del paese e mandarlo a Palazzo Carondelet, sede della presidenza dell’Ecuador.

Nell’articolo 89 della Legge organica elettorale e nel Codice della Democrazia (promulgato nel 2009 e modificato nel 2012) si sancisce che nella prima votazione bisogna raggiungere il 40% dei voti distanziando il secondo candidato del 10%. Non è avvenuto. Nonostante l’obiettivo fallito e al primo tentativo, il morale del candidato della sinistra è alto.

«La giornata di oggi ha mostrato chiaramente la vittoria del nostro partito che avanza in tutti i territori», le prime dichiarazioni di Andrés Arauz dopo gli exit poll diffusi dal Consiglio nazionale elettorale, venti minuti dopo la chiusura dei seggi. «Oggi, la vittoria dell’Unione per la Speranza (Unes) è chiara, siamo i primi. È un trionfo rappresentativo del territorio nazionale», ha poi detto in una conferenza stampa celebrata nella capitale nell’Hotel Mercure.

Arauz, economista esperto in statistiche e matematica, ha spiegato che il Cne ha compiuto un’imprecisione tecnica nel presentare i dati con un conteggio rapido solo con il 90% dei campioni e senza attendere la sua conclusione. Il primo exit poll dava Arauz al 34%, Lasso al 24% e Yaku Pérez al 15%. Poi, con il passare del tempo le variazioni sono state importanti fino a far crescere l’incertezza sull’altro candidato che sfiderà Arauz nel ballottaggio il prossimo 11 aprile.

Il conteggio va a rilento: Yaku Pérez è dato al 20,04% sul gran perdente di queste elezioni, Guillermo Lasso della destra neoliberista fermo al 19,97% che attende il responso finale dei risultati. «Riconosceremo il risultato al 100% delle schede conteggiate».

Fin qui, il voto ci dice alcune cose. La sonora sconfitta della destra. L’alleanza indigesta e forzata tra Lasso e Nebot non ha assolutamente funzionato. Il dato più rappresentativo di questa debacle si evidenzia nella regione del Guayas, governata dai socialcristiani di Nebot, che hanno portato un secondo posto inatteso contro il candidato della sinistra Arauz che ha ottenuto il 41,8% contro il 25,3% di Lasso.

In questa elezione perde oltre un milione di consensi, se comparati alle elezione del 2017. Per conquistare Palazzo Carondelet, ha bisogno di alleanze strategiche e territoriali. Alleanze che non hanno funzionato nelle due precedenti tornate elettorali.

L’altro elemento politico importante è la sorprendente vittoria del dirigente indigeno Yaku Pérez che ha eguagliato i risultati elettorali del 1996 e 2002 del partito Pachakutik che aveva raggiunto il 20% dei consensi ma senza giungere al ballottaggio.

Dopo un calo impressionante di consensi degli ultimi anni e con il minimo storico al 3,2% nel 2013, l’avvocato cuencano ha messo su una infaticabile campagna elettorale su tutto il territorio nazionale che gli ha consentito di conquistare ben sette regioni su 14 risultando il secondo partito a livello nazionale e conquistando una buona pattuglia in parlamento. Un risultato inedito nella storia del movimento indigeno dell’Ecuador che prevede seri cambiamenti nello scacchiere politico.

L’ex presidente della provincia di Azuay ha raccolto il voto di protesta del popolo dello sciopero nazionale dell’ottobre 2019 che aveva criticato energicamente le politiche neoliberiste imposte dal Fondo monetario internazionale.

«Con certezza, siamo al secondo posto e quindi al ballottaggio. Vigileremo con attenzione il voto e la volontà popolare. Rispettiamo democraticamente il risultato elettorale. Nasce una nuova proposta politica basata nella riconciliazione nazionale», ha dichiarato entusiasta Yaku Pérez quando era stato scrutinato il 98% dei seggi elettorali.

Infine, i risultati elettorali ci consegnano un’altra bella sorpresa: il buon consenso ottenuto dal candidato della Sinistra democratica, Xavier Hervas, in quarta posizione con un sorprendente 16%. Outsider della politica, ha conquistato l’elettorato giovanile tra i 16 e 21 anni (il 65% dei suoi consensi) grazie alla sua efficace strategia comunicativa basata sull’uso delle reti sociali e soprattutto dei Tik Tok, tanto da ribattezzarlo come il «candidato tiktoker».

Questo giovane imprenditore ha conquistato una regione, quella della capitale, che potrebbe lanciarlo alla corsa per le prossime elezioni amministrative del 2023 per la conquista della fascia tricolore di sindaco di Quito.

Questo scenario apre la porta a un cambiamento del panorama politico dell’Ecuador. Uno scacchiere non più polarizzato come in passato, ma multipolare con quattro attori di cui tre di sinistra (sinistra movimentista, sinistra riformista, socialdemocrazia) con la possibilità di formare governi di coalizione.

Con i dati a disposizione, si conforma la nuova Assemblea nazionale che vede 48 parlamentari della Unes di Arauz, 26 parlamentari di Pachakutik di Pérez, 15 della Sinistra democratica di Hervas, 14 del Partito Social Cristiano e 9 del partito Creo di Lasso, 13 per le altre forze minori.

Bisogna capire quali saranno le strategie che metteranno in campo i due candidati del ballottaggio prima di arrivare a Palazzo Carondelet. Per saperlo, dovremmo attendere ancora alcuni giorni.

* Fonte: Davide Matrone, il manifesto[1]

 

ph: https://www.flickr.com/photos/asambleanacional/42595672131/in/photolist-26wr83P-26wr7e4-27U2XYZ-26wr5Vx-27U2Xxi-27U2Xjc-DNK45o-DP5LpZ-EJ9JZm-EcYJer-EcYHnX-ELsLVr-EcYFKP-ELsJQV-EcYDJK-EjkGx3-DP5BM8-DNJT41-fDRRv1-fDRNDq-bZPDMy-bZNL8L-bZNHdE-bZNCWh-bZNuL1-bZNphG-bZNmwL-7BzPUp-7eqduf-7by4TZ-75mMsr-6HA9Jk-5G1N6d, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

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