Brian Currin. Processi di pace e giustizia di transizione, il potenziale di un futuro condiviso

Brian Currin. Processi di pace e giustizia di transizione, il potenziale di un futuro condiviso

Brian Currin ha sempre sostenuto che costruire la fiducia sia cruciale per il successo di qualsiasi negoziato di pace. Per questo, sostiene che il punto di partenza quando si ha a che fare con un processo di pace è innanzitutto costruire fiducia tra il mediatore e le parti coinvolte. Perché se non c’è fiducia nel facilitatore o nel mediatore i negoziati non avranno successo.

 

Costruire fiducia, adottare delle misure per il rafforzamento della fiducia, era cruciale per il successo di qualsiasi negoziato. Oggi assistiamo a un crescente abuso della fiducia, per così dire, soprattutto da parte degli Stati. Viene in mente un esempio: gli Stati Uniti avevano spinto i curdi a fidarsi di loro nella lotta contro l’Isis in Siria, eppure, con un colpo di scena, li hanno abbandonati lasciando via libera all’occupazione turca. Cosa pensa sia cambiato, e in che modo, nel modo in cui si affrontano i processi e i negoziati di pace? E cosa implica tale mancanza di fiducia per i negoziati e i processi di pace?

Indubbiamente, in molti Paesi si è verificato uno scollamento crescente della leadership politica: da un lato, i governi, visti sempre più come l’élite politica, e, dall’altro, la popolazione, nel cui interesse questi dovrebbero decidere e operare. Negli ultimi due anni c’è stato uno spostamento verso destra, con leader più populisti, che rappresenta l’antitesi di ciò che la mia generazione ha abbracciato, ovvero l’emergere di una forte cultura dei diritti umani e poi, negli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, una forte spinta democratica anche nel mio continente, l’Africa, e la fine dell’apartheid in Sudafrica.

Per quanto riguarda la costruzione della fiducia, la sua osservazione è assolutamente corretta. Nel mio approccio al lavoro che ho svolto negli ultimi 30 anni, ho sempre posto un’attenzione enorme alla costruzione della fiducia. Il punto di partenza quando si ha a che fare con un processo di pace è innanzitutto costruire fiducia tra te e le parti coinvolte. Perché se non c’è fiducia nel facilitatore o nel mediatore non si avrà successo. L’esperienza mi insegna che solo dopo che i protagonisti si fidano della terza parte indipendente puoi iniziare a costruire la fiducia tra le parti in conflitto.

Dopo questa premessa, vorrei ora tentare di rispondere alla sua domanda. Governi, Presidenti, Primi Ministri – la società civile non ha fiducia nell’élite politica. Il mio coinvolgimento nei processi di pace è stato principalmente in quella che si chiama diplomazia parallela [o diplomazia della seconda via, ndt] con attori non statali; ho avuto anche a che fare con realtà non governative, come ad esempio i partiti politici o la società civile; quindi, la mia risposta immediata è che la sfiducia nei confronti dei governi non ha minato la maggior parte dei miei interventi.

Detto ciò, il processo di pace in Irlanda del Nord, in cui sono stato coinvolto per più di un decennio, a mio avviso, non avrebbe avuto successo con il presidente Donald Trump e il Primo ministro Boris Johnson in posizioni di leadership. Oltre al fatto che nessuno dei due ha né il temperamento né la capacità di essere un moderatore nei conflitti, al contrario entrambi si sono mostrati guastatori, le parti semplicemente non si sarebbero fidate di loro come protagonisti dei negoziati di pace ufficiali. Questa è la risposta alla sua domanda. Se i governi, i presidenti, i primi ministri dei Paesi più influenti e che, tra l’altro, hanno un interesse diretto nel successo di un processo di pace, non sono affidabili, non saranno in grado di creare un ambiente fertile per l’esito della diplomazia parallela.

A questo punto vengono in mente altri leader mondiali molto influenti al giorno d’oggi che sono l’antitesi di empatia, della solidarietà, della costruzione di fiducia e dei processi di pace: il presidente russo Vladimir Putin, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, il segretario generale del partito comunista cinese Xi Jinping, il primo ministro indiano Narendra Modi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il leader supremo dell’Iran Ali Khamenei. Dal mio punto di vista è spaventoso pensare che gli affari politici globali e la pace nel mondo siano in gran parte nelle mani di un gruppo di leader composto da tali personalità.

Mi sembra che il mondo stia diventando progressivamente più disgregato rispetto a ciò che era stato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Avevamo assistito a dei progressi costanti nella democratizzazione, culminati alla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta con la caduta del Muro di Berlino, lo smantellamento dell’Unione Sovietica, la Distensione, la fine dell’apartheid in Sudafrica per citare solo alcuni dei risultati. Come ricordavo in precedenza, quello che vediamo ora è il fiorire del nazionalismo in molte aree dell’Europa, dell’Asia e del Medio Oriente, per non parlare degli Stati Uniti.

Visto che ho nominato i deplorevoli leader politici mondiali su cui ora facciamo affidamento per la pace sul pianeta, devo ammettere che non ho mai avuto una grande fiducia nel ruolo dei capi politici come operatori di pace. La loro inclinazione è stata sempre più orientata a fare la guerra. Se vengono coinvolti come mediatori in altri Paesi, soprattutto quando si tratta di Paesi di importanza strategica, la loro prima preoccupazione è tutelare i propri interessi, anche quando non corrispondono affatto con quelli delle parti in conflitto. Ad esempio, quando ho collaborato alla mediazione in Madagascar come rappresentante del presidente deposto Marc Ravalomanana sotto l’egida della Southern African Development Community (SADC), la Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale, i mediatori non hanno mai chiesto al Presidente quale risultato volesse. In pratica, hanno negoziato con lui il risultato che essi stessi desideravano. Non ho dubbi che abbiano agito allo stesso modo con il presidente a capo del colpo di Stato, Andry Rajoelina. Non erano mediatori; erano una terza parte nel conflitto che rappresentava gli interessi della SADC.

Se il conflitto tra Israele e Palestina fosse stato lasciato agli israeliani e ai palestinesi senza il coinvolgimento di superpotenze, mi chiedo, non sarebbe già risolto oggi?

 

Come ha sottolineato, vi è una presenza eccessiva dei governi nei cosiddetti “processi di pace”. Pensiamo alla Siria. Tutti parlano del futuro della Siria, tranne i siriani. Ognuno ha la propria agenda e i propri interessi…

In effetti, ha assolutamente ragione. Sono tutti lì per i loro motivi egoistici.

Cosa è cambiato? Se si pensa al mondo di 40 o 50 anni fa e si considerano gli interessi e il ruolo degli Stati Uniti nei processi di pace in America Latina, è evidente che il loro coinvolgimento è sempre stato all’insegna dell’interesse personale e mai davvero a beneficio del Paese in conflitto.

 

Il che ci riporta all’importanza della fiducia…

Credo che la fiducia faccia un’enorme differenza. E cosa implica la mancanza di fiducia nei negoziati e nei processi di pace? Penso che questa mancanza sia devastante per i processi di pace e le negoziazioni, perché se non ci si fida del facilitatore, del mediatore, come già accennavo, le parti non si fidano l’una dell’altra. Ho sempre fatto di tutto per cercare di costruire la fiducia tra gli attori coinvolti prima di iniziare i negoziati. Sappiamo tutti quanto siano importanti le misure preliminari di rafforzamento della fiducia per creare un ambiente che consenta lo svolgimento dei negoziati.

 

Cosa pensa del ruolo delle Nazioni Unite nei processi di pace e nei negoziati?

La mia sensazione è che le Nazioni Unite siano state indebolite. Non penso che l’ONU abbia la stessa autorità morale che aveva una volta, soprattutto perché è rappresentativa della minore autorità morale dei leader mondiali. Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma sono troppo poche per avere un impatto complessivamente positivo.

Se non possiamo apprezzare i leader di molti dei Paesi che compongono l’ONU, come possiamo avere grande rispetto e considerazione per le Nazioni Unite?

Mi chiedo se ora sono più cinico nei confronti dei capi politici solo perché sto invecchiando e invece da giovane ero incline a rispettarli semplicemente perché erano leader e mi davano soggezione. Ma non credo che sia l’unica ragione. L’élite politica è diventata sempre più incline a perseguire i propri interessi piuttosto che quelli della popolazione a cui dovrebbe rispondere. Il disprezzo e la mancanza di rispetto della società civile per i leader politici, per l’élite politica egoista, sono cresciuti di anno in anno, per questo le persone scendono in strada e assistiamo sempre di più a proteste di massa. Ironia della sorte, il presidente Trump è una conseguenza di ciò: è stato eletto perché è riuscito a presentarsi come un candidato al di fuori della classe politica.

 

Tornando al Sudafrica, uno degli strumenti fondamentali di quel processo è stato la Truth and Reconciliation Commission (TRC), la Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Cosa pensa di quell’esperienza e di tale strumento? Crede che gli strumenti della giustizia di transizione stiano funzionando?

Penso che la TRC in Sudafrica a quel tempo rappresentasse un passo molto significativo ed essenziale. Per molti aspetti, è stata unica in ragione della sua trasparenza. Ogni giorno si registravano le udienze dal vivo e si trasmettevano in televisione in modo che le persone potessero assistere al processo. Ha sicuramente creato la profonda consapevolezza tra i sudafricani bianchi che la maggior parte di ciò che era stato propinato loro sul regime dell’apartheid e sulle forze di sicurezza, che ingenuamente credevano fossero onorevoli difensori contro il terrorismo e il comunismo, era unilaterale e propagandistico. Inoltre, cosa molto importante, credo che la maggior parte dei sudafricani bianchi sia arrivata ad accettare che i propri eroi avevano anche commesso atrocità terribili.

Ciò ha reso, a mio avviso, molto più facile per la maggioranza dei sudafricani bianchi ridimensionarsi; accettare e fare pace con l’African National Congress (ANC), il Congresso Nazionale Africano, che era stato rappresentato dal governo come un gruppo terrorista comunista-marxista e nulla più. Quindi, la TRC ha reso la riconciliazione nel territorio del Sudafrica molto più facile di quanto sarebbe stato altrimenti se i sudafricani bianchi avessero continuato a credere che la loro parte fosse santa e virtuosa. A quel punto, è stato possibile per i sostenitori del regime dell’apartheid accettare la transizione a un governo a maggioranza nera, anche se provvisoriamente. In quel senso, la giustizia di transizione ha funzionato. Un’altra scelta che ha funzionato è stata quella di concedere l’amnistia, generalmente accettata all’epoca, alle persone che avevano commesso atrocità in difesa dell’apartheid. C’erano coloro che credevano che l’amnistia per gravi violazioni dei diritti umani violasse il diritto delle vittime alla giustizia. La giurisprudenza dopo il 2000 tende a giustificare tale opinione. Tuttavia, all’epoca c’era uno spirito di riconciliazione travolgente guidato dal presidente Nelson Mandela.

Di conseguenza, i sudafricani bianchi hanno accettato il fatto che persone che in precedenza erano considerate terroristi assumessero ruoli nel governo e diventassero funzionari a capo di apparati di sicurezza e istituzioni governative, sia nelle forze di polizia sia nell’esercito.

Qualcosa di simile, tra l’altro, è accaduto in Irlanda del Nord dove ho presieduto la commissione che giudicava il rilascio anticipato dei detenuti per ragioni politiche. In un Paese come quello, fatto di piccole città e villaggi e dove ci sono solo 1,5 milioni di persone, era inevitabile che un detenuto rilasciato, riconosciuto colpevole di omicidio e condannato all’ergastolo, potesse entrare in un supermercato e capitare faccia a faccia con le vittime o i famigliari di persone assassinate o mutilate da una bomba che lui stesso aveva fatto esplodere.

Tuttavia, la maggior parte delle persone, anche se molto riluttante, col tempo ha accettato che fosse necessario rilasciare questi detenuti per il bene del processo di pace. Questa, giocoforza, è l’essenza della giustizia di transizione. È una forma di giustizia straordinaria che ha come obiettivo l’ottemperanza degli interessi a lungo termine della società e lo persegue ponendo fine ai conflitti armati e alle uccisioni in corso. Non è una forma di giustizia che attenua il dolore delle vittime, anzi, spesso lo esacerba. Richiede alle vittime di mettere gli interessi della società al di sopra dei propri.

In poche parole, sì, penso che i meccanismi di giustizia di transizione, sia in Sudafrica sia in Irlanda del Nord, dove ho lavorato a lungo, abbiano avuto successo all’epoca della loro attuazione nel gettare le basi per passare dalle divisioni del passato a un futuro condiviso, che nella realtà è spesso più facile a dirsi che a farsi.

In Sudafrica, 25 anni dopo la liberazione e le elezioni democratiche, abbiamo assistito in gran parte al fallimento dell’ANC come partito di governo nell’affrontare le ineguaglianze imperdonabili che avevano ereditato dall’era dell’apartheid. Più nello specifico, negli ultimi dieci anni il fulcro della leadership, il presidente Jacob Zuma e i suoi colleghi criminali politici, si sono impegnati a sfruttare le istituzioni politiche ed economiche a proprio vantaggio. Infatti, decine di miliardi di euro sono stati sottratti e rubati.

Quando Zuma è stato allontanato e costretto a dimettersi in anticipo, tutti speravamo che Cyril Ramaphosa sarebbe stato in grado di arrestare il marciume e, soprattutto, rafforzare le forze dell’ordine, intenzionalmente decimate da Zuma, in modo che si potessero indagare e condannare i politici ladri. Purtroppo, ciò non è ancora avvenuto, nonostante molte iniziative coraggiose prese dal Presidente Ramaphosa e dalle istituzioni che ha rafforzato, anche se ora assistiamo a progressi incoraggianti.

Il punto che mi preme evidenziare con questa digressione è che le condizioni socio-economiche del territorio sudafricano, con il coefficiente di Gini – ovvero il più alto tasso di disuguaglianza – più estremo al mondo, hanno esacerbato le divisioni del passato e minato gran parte delle fondamenta della riconciliazione gettata all’epoca di Nelson Mandela e Govan Mbeki.

Di conseguenza, il Paese è regredito gravemente; una gioventù emergente di disoccupati, scarsamente istruiti e arrabbiati che giustamente fa domande sulla transizione alla democrazia degli anni Novanta e accusa la leadership dell’ANC sotto Mandela di essersi svenduta al capitale del monopolio bianco.

A mio avviso, tale posizione è semplicistica e ingenua. Detto ciò, non c’è dubbio che all’epoca siano stati fatti dei compromessi. Senza compromessi non ci sarebbe stato un accordo e una transizione pacifica dal governo della minoranza bianca dell’apartheid a una democrazia costituzionale. Tuttavia, il governo dell’ANC ha avuto 25 anni per affrontare qualsiasi compromesso sia stato fatto e che possa aver ostacolato la realizzazione del cambiamento ancora in corso per abbattere le eredità e le disuguaglianze dell’apartheid. Ma ciò non significa che il settore imprenditoriale non avrebbe potuto fare molto di più per costruire una società più egualitaria. A mio avviso, le imprese hanno avuto la tendenza a essere reattive piuttosto che proattive nell’annullare le ingiustizie sistemiche e istituzionali del passato.

Ciò di cui il Sudafrica ha bisogno ora è un patto del settore pubblico, con il privato che combini le capacità di entrambi, risorse e reti. Perché ciò accada, occorre fare qualcosa per l’enorme deficit di fiducia che permane, in larga parte determinato da fattori come il retaggio coloniale, l’ideologia, la corruzione, un’economia al collasso e uno Stato in fallimento.

 

Ha dichiarato che i social media hanno reso più facile essere moralmente coraggiosi, ma che assistiamo anche a un risvolto negativo quando si tratta di responsabilità. In che senso?

Sì, i social media hanno reso più facile essere moralmente coraggiosi perché puoi pubblicare qualcosa e rimanere anonimo. Lo svantaggio, però, pesa di più del vantaggio, nel senso che posso avere un account Twitter, posso pubblicare e dire esattamente quello che mi piace e non esserne responsabile. Questo è ciò che fa Trump così come milioni di altri nel mondo. Molti aprono degli account fittizi e non sono identificabili.

Qual è il risultato? Viviamo in un mondo di fake news. Il 45% dell’elettorato USA voterà per Trump nonostante sa per certo che praticamente tutto ciò che dice potrebbe essere una bugia; ma non importa!

Su questa base, come si fa a credere alle rivelazioni fatte con coraggio sui social media?

 

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* Dal 18° Rapporto sui diritti globali – Stato dell’impunità nel mondo 2020, “Il virus contro i diritti”, a cura di Associazione Società INformazione.

L’edizione italiana, Ediesse-Futura editore, in formato cartaceo può essere acquistata anche online: qui
L’edizione internazionale, in lingua inglese, Milieu edizioni, può essere acquistata qui in cartaceo e qui in ebook



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