Elezioni in Israele. Niente maggioranza, Netanyahu minaccia un altro voto

Elezioni in Israele. Niente maggioranza, Netanyahu minaccia un altro voto

GERUSALEMME. Dopo aver corso veloce da mercoledì sera fino a ieri mattina, lo scrutinio in Israele si è fermato all’89%. Sarà completato solo questa sera e includerà anche i 450mila voti espressi nei seggi speciali da militari, detenuti, malati di Covid e persone in quarantena. Oggi perciò dominerà ancora l’incertezza sui risultati definitivi delle elezioni di martedì per il rinnovo della Knesset.

Un voto che non ha risolto lo stallo politico che ha portato gli israeliani alle urne per quattro volte in due anni. Il Likud (30-32 seggi) ha vinto, e anche con ampio margine sul secondo partito, Yesh Atid, ma Benyamin Netanyahu non ha ancora i 61 scranni necessari per formare una maggioranza di destra. Dopo averla sfiorata martedì alla chiusura del voto – includendo i seggi del partito ultranazionalista Yamina – lo schieramento che fa riferimento al premier israeliano ieri è arretrato scendendo a 59 seggi.

Quello avversario è più indietro, a 56, ma anch’esso nella condizione di poter arrivare alla maggioranza. Dipenderà da una eventuale intesa con gli islamisti di Raam (5 seggi) – che ieri ha superato la soglia di sbarramento – e se i partiti anti Netanyahu che lo compongono, di orientamenti molto diversi, salteranno gli steccati ideologici pur di mandare a casa Netanyahu al potere dal 2009

Di fronte al pericolo, seppur remoto, di perdere la poltrona di primo ministro, Netanyahu ieri ha lanciato avvertimenti. «Un governo con me o si torna a votare» ha detto facendo poi riferimento alla possibilità di strappare ai suoi rivali alcuni deputati, quelli che in Italia si chiamano «responsabili» o «costruttori».

Quindi ha illustrato i punti principali del suo futuro esecutivo di destra: pugno duro con l’Iran, proseguimento della campagna vaccinale (che non gli ha portato i voti che si attendeva), nuovi accordi di normalizzazione con i paesi arabi, «salvaguardia della terra d’Israele» (vuol dire nessuno Stato palestinese), e opposizione incessante all’indagine per crimini di guerra avviata dalla Corte internazionale dell’Aja nei Territori palestinesi occupati da Israele.

Al di là dei proclami, se questa sera i risultati definitivi confermeranno la distribuzione dei seggi di ieri, Netanyahu non potrà fare altro che provare a guadagnare l’appoggio esterno di Mansour Abbas, il leader di Raam, con il quale ha avviato un dialogo senza precedenti nei mesi scorsi. Ma questa strada è in salita perché il premier è stato categorico nelle scorse settimane quando ha escluso di poter includere una formazione araba, quindi non sionista, nell’esecutivo.

E non è detto che Abbas rinunci ad entrare nella stanza dei bottoni e si limiti a dare un appoggio esterno in cambio di promesse. Includendo Raam inoltre Netanyahu rischierebbe di perdere i sei seggi di Sionismo Religioso, la lista di estrema destra nemica di tutte le forze politiche arabe, a cominciare da quelle nazionaliste-progressiste della Lista unita.

Nel Likud non tutti chiudono a qualche tipo di alleanza con Raam, ritenendo più importante formare un esecutivo di destra e non andare di nuovo al voto. «È nostro dovere fare tutto il possibile per evitare una quinta elezione», ha  esortato Miki Zohar, esponente di primo piano del partito di Netanyahu. «Occorre» ha aggiunto «valutare tutte le opzioni politiche possibili per formare un governo che lavori per tutti i cittadini».

Sulla stessa linea il ministro Tzachi Hanegbi: «Non è quello che desideriamo ma potrebbe essere meglio delle quinte elezioni». Parole che hanno innescato le reazioni contrarie del sottosegretario alla sanità Yoak Kisch, che ha escluso «categoricamente» questa ipotesi.

Sullo sfondo di questo dibattito tutto a destra, ci sono i resti di quello che un tempo era il centrosinistra che si compiace di aver conservato qualche seggio alla Knesset. La realtà è davanti agli occhi di tutti. La nuova leader laburista, Meirav Michaeli, canta vittoria ma ha solo confermato i sette seggi che aveva il suo predecessore Amir Peretz. Benny Gantz, capo di Blu Bianco e per tre elezioni rivale di Netanyahu, sorride solo perché ha superato la soglia di sbarramento. E il Meretz, la sinistra, teme ancora i risultati finali dello scrutinio che potrebbero estrometterlo dalla Knesset.

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto



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