Il Consiglio di sicurezza ONU discute dei massacri in Tigray

Il Consiglio di sicurezza ONU discute dei massacri in Tigray

Le guerre, diceva Machiavelli, cominciano dove si decide, ma non finiscono dove si vorrebbe e quella in corso nel Tigray non sembra far eccezione. Oggi si riunirà il Consiglio di Sicurezza per discutere della situazione umanitaria nel Tigray. Machiavelli diceva che non è possibile pensare la guerra separatamente dalla politica e dopo quattro mesi la politica ha un solo compito: neutralizzare il conflitto.

La guerra derubricata dal governo etiope a operazione di ripristino della legalità è iniziata il 4 novembre e si sarebbe conclusa in base a una dichiarazione del premier Abiy Ahmed il 28 novembre 2020: «Abbiamo completato e cessato le operazioni militari nella regione del Tigray».

E invece, ancora ieri, il segretario di Stato americano Anthony Blinken ha insistito con il premier etiope affinché ponga fine alle ostilità nella regione del Tigray, citando un «numero crescente di rapporti credibili di atrocità, violazioni e abusi dei diritti umani» e ribadendo la necessità «del ritiro dal Tigray delle forze di sicurezza regionali dell’Amhara e delle truppe eritree».

I massacri continuano o meglio emergono i racconti di quanto successo nel mese di novembre. È di questi giorni la notizia delle violenze avvenute a Dengelat lo scorso 30 novembre nello storico complesso monastico conosciuto per la sua chiesa secolare scavata nella roccia. Decine di pellegrini sarebbero stati uccisi (almeno 100) da soldati eritrei, secondo un’inchiesta della Cnn.

La scorsa settimana, Amnesty International ha pubblicato un rapporto teso a dimostrare l’uccisione di civili da parte di soldati eritrei nella città di Axum tra il 28 e il 29 novembre. Un massacro commesso in modo «coordinato e sistematico» di 240 persone. Il rapporto si basa su 41 interviste a testimoni che hanno dichiarato che i soldati si muovevano con mezzi con targa eritrea, indossavano uniformi facilmente distinguibili da quelle dei soldati etiopi e parlavano con il tipico accento eritreo.

Alcuni soldati avevano tre cicatrici sotto gli occhi tipiche dei Beni-Amer (un gruppo etnico eritreo). Per il governo eritreo «sono solo bugie», ma il presidente della Commissione etiope per i diritti umani Daniel Bekele ha affermato che i risultati del rapporto di Amnesty «dovrebbero essere presi molto sul serio».

Secondo le prime indagini della Commissione le violenze degli eritrei potrebbero essere state una rappresaglia contro il Tplf, il Fronte Popolare per la Liberazione del Tigray. Il governo etiope ha messo in dubbio l’accuratezza delle fonti di Amnesty e dichiarato che avvierà un’indagine sulla vicenda.

Arriva però una buona notizia: i giornalisti Girmay Gebru (Bbc) e Tamirat Yemane e i traduttori Alula Akalu e Fitsum Berhane arrestati lo scorso 27 febbraio sono stati rilasciati senza incriminazioni. In un primo momento erano stati accusati di sostegno al Tplf.

Sul piano umanitario, nonostante i miglioramenti delle ultime settimane, secondo l’Ufficio Onu per gli affari umanitari «la situazione nella regione del Tigray continua a deteriorarsi, soprattutto per l’intensificarsi dei combattimenti segnalati in tutta la regione ma, soprattutto, nella zona centrale».

Dagli operatori umanitari sul campo arrivano segnalazioni di saccheggi di attrezzature agricole, ambulanze e auto da parte di gruppi armati. Il portavoce dell’Onu Stephane Dujarric ha affermato che «centinaia di migliaia di persone colpite dalle violenze non sono state raggiunte, soprattutto nelle aree rurali».

* Fonte: Fabrizio Floris, il manifesto

 

ph by The Kremlin, Moscow, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons



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