Manon Aubry: «La Commissione si è piegata alle aziende farmaceutiche»

Manon Aubry: «La Commissione si è piegata alle aziende farmaceutiche»

Penuria di vaccini, paesi che si sganciano dalle scelte comuni per trovare vie nazionali, polemiche, la Ue naviga ancora in acque agitate nella risposta alla crisi del Covid, mentre fuori dal blocco alcuni paesi cominciano a vedere la fine del tunnel. Di chi sono le responsabilità per questa situazione? L’eurodeputata Manon Aubry, della France Insoumise, un passato nell’ong Oxfam, co-presidente del gruppo Gue, punta il dito contro la Commissione Ue e la logica di mercato che ha guidato tutte le sue mosse. Lo ha fato in un intervento al Parlamento europeo qualche giorno fa e qui si spiega.

Può chiarire le accuse che ha fatto alla Commissione e alla sua gestione della politica dei vaccini?

Facciamo dei rimproveri, che molti condividono: nei negoziati con i laboratori farmaceutici, la Commissione è stata debole, più debole della controparte, non ha imposto né le condizioni, né le regole, che sono state decise dalle grandi società. Eppure, sono stati messi soldi pubblici, i soldi dei cittadini, per sviluppare i vaccini. Ma i laboratori farmaceutici rifiutano la trasparenza, sia sui contratti che sugli utili. Pfizer, per fare un esempio, sta facendo utili intorno al 30%. E contemporaneamente rifiuta anche, come gli altri laboratori, di togliere la proprietà intellettuale sui brevetti, proprio in un momento in cui ci sarebbe necessità di produrre grandi quantità di vaccini su scala mondiale per uscire dalla crisi. Mai la Commissione ha imposto le sue regole, abbiamo la sensazione che si sia fatta prendere in giro fin dall’inizio, che sia stata più debole della controparte.

Alcuni paesi, Israele, Gran Bretagna, Usa, hanno ottenuto le dosi, eppure anche loro non hanno imposto regole ai laboratori farmaceutici, anzi, in alcuni casi hanno anche ceduto dati sensibili.

Certo, ha prevalso dappertutto la logica di mercato. Usa, Gran Bretagna, Israele hanno ordinato i vaccini prima della Ue, subito, a marzo dell’anno scorso, quando già era evidente che sarebbe stata questa una via di uscita dalla crisi. Hanno pagato di più. La logica di mercato e di libero scambio ha prevalso. Il problema di fondo è che la salute non è considerata un bene comune, ma un prodotto come un altro sul mercato. Si è scatenata così una corsa alla concorrenza terribile. La lezione è che dobbiamo riprendere il controllo collettivamente, imporre le nostre condizioni di cittadini.

Si arriverà ai brevetti pubblici, come è già successo per altri vaccini? La strada è stata lunga in passato.

È la sola strada possibile per uscire dalla pandemia. Perché se non vengono vaccinati tutti, si scatena una corsa contro il tempo con le varianti, l’epidemia muta e ritorna, in un terribile circolo vizioso. La soluzione è togliere i brevetti il più presto possibile, abbiamo l’esempio dell’Aids, della poliomielite, del gel idro-alcolico. È una sfida politica, ma la Ue è debole. Lo chiede il mondo scientifico, più di 100 paesi hanno presentato alla Wto (organizzazione mondiale del commercio) la richiesta di eccezione sulla proprietà intellettuale, ma ci sono degli stati, anche nella Ue, che bloccano questo processo, che continuano a proteggere i laboratori farmaceutici. Solo una pressione che viene dai cittadini può sbloccare la situazione e portare al successo su questo fronte, per uscire dalla crisi. È una questione di democrazia.

Si può dire che la scelta della Commissione di gestire i vaccini in modo comune sia stata positiva?

Dal principio c’è stato un ognuno per sé, sulle mascherine, sui respiratori… Era un gioco a somma negativa per tutti. Ma la Commissione non ha tratto tutte le lezioni di questo inizio caotico: certo, c’è stato l’approccio comune, ma questo non è stato sufficientemente forte per contrastare le logiche nazionali. Avrebbe dovuto succedere il contrario, una Commissione forte che decide la legge, perché nei fatti la Ue è forte. Invece, sembra che al posto della Commissione a decidere siano stati i direttori generali dei laboratori farmaceutici.

C’è la questione della solidarietà internazionale, tra l’altro usata da Cina e Russia come arma di diplomazia sanitaria. Anche qui, la Ue è in ritardo e molti puntano i piedi. La proposta della Francia di fornire 13 milioni di dosi al personale sanitario in Africa è stata accolta con grande freddezza. Il nuovo presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, ha detto: prima noi, poi gli altri.

Il meno che si possa dire è che la solidarietà internazionale non gode di buona stampa. Domina la logica dell’ognuno per sé. Il 70% dei vaccini è stato somministrato in 10 paesi, questo la dice lunga. Ma è anche una questione di efficacia, con le varianti che creano un circolo vizioso. Condividere le soluzioni, massificare la produzione per il beneficio di tutti, questa è la soluzione. Invece domina la logica protezionista in questa nuova guerra sanitaria: la logica di mercato, dove i laboratori fanno profitti, la logica del libero scambio, che ha fatto sì che non ci sia una vera sovranità sanitaria europea. Ne vediamo i limiti. Dobbiamo voltare pagina.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto



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